Italia infetta

Otto e mezzo, Lilli Gruber, La7, ospiti Ilaria d’Amico e Aldo Cazzullo. Una puntata all’insegna del gioco truccato,  un nuovo  scandalo  che colpisce il mondo del calcio. ” La cosa era abbastanza nota, c’è un sistema di corruzione a livello nazionale” afferma Ilaria D’Amico”. La bufera sulla serie A scatenata dall’operazione Calcio scommesse  che ha portato agli arresti diversi giocatori, per il momento non ha ancora il giudizio definitivo, in realtà difronte a tanti indagati, l’indignazione, la rabbia e la delusione di trovarsi difronte ad un sistema diffuso, è chiara.

Aldo Cazzullo: “Ti posso assicurare che il mondo dello sport è pieno di persone pulite, con uno spessore morale, non dobbiamo generalizzare, certo che una parte del mondo calcistico continua il malcostume”. La giornata più lunga per il calcio, sconvolto per la nuova ondata di indagini delle presunte combine tra giocatori per aggiustare le partite, per ora vede, soltanto la presunzione di reato ma, intanto le nubi sul calcio  restano nere e dense. Alla giustizia il compito di indagare per dissolvere quelle nubi o trasformarle in una tempesta che segnerebbe il mondo  del pallone in maniera clamorosa.

A noi,  resta lo spunto  della riflessione che l’alba del ventunesimo secolo, vede il nostro paese dentro alla  morsa della  crisi, ma con la possibilità di maneggiare un giro di scommesse che  hanno raccolto 120 miliardi, tutti esentasse. Il gioco è senza frontiere e la cultura dell’illegalità estesa. Succede in Parlamento, succede nello sport, succede un po’ qua e un po’ la, ma succede, continuamente. La cupidigia rende tutto corrotto e corruttibile. Siano la patria dell’economia sommersa e della criminalità organizzata e questo quadro  non fa del bene al prestigio e alla serietà del paese.

L’inchiesta sul calcio scommesse ha coinvolto tanti, in un  ennesimo scandalo che nuoce moltissimo allo sport, il problema è che anche la credibilità comincia ad essere seriamente a rischio. I tifosi come e cosa tiferanno? La bravura, la capacità tecnica, la fortuna, o la tecnologia che consente un business che inquina le gesta sportive sommergendole sotto la coltre del potere del vil denaro?

Un  mondo alla rovescia in mano alla disonestà e alla prepotenza. Un mondo alla rovescia dove si  trae profitto,  per ciò che ci fa male,  con poche regole morali che governano il pianeta, sommersi dai meccanismi della corruzione, del proibito, del vizioso, dell’illegale che sono ormai la normalità  Il calcio infetto, purtroppo,  è una vicenda che si inserisce in una cultura diffusa, che lascia il segno e che ci coinvolge tutti.

Michelangelo, la fine di un genio

Terza e ultima parte, che Philippe Daverio, ne “Il Capitale”,  dedica al grande Michelangelo. Gli ultimi anni di uno dei più incredibili capitali creativi, che il mondo abbia mai avuto.  Una vita guidata da  un’instancabile frenesia che lo aveva portato, giorno dopo giorno, notte dopo notte,  a graffiare nel marmo. Il genio che ha posseduto e travolto la vita di quest’uomo trova il finale nel 1564 con il suo testamento spirituale e  artistico: La Pietà Rondanini. Ormai novantenne, alle prese con la la sua ultima opera, l’estremo abbandono al “non finito”, la nudità del Cristo e il dialogo tra lo scultore e l’aldilà. Nel marmo le figure del Cristo e della Vergine, accanto alle gambe e al braccio di una terza persona mancante, hanno i volti erosi e consunti, quasi diano segno di un disfacimento in atto. I loro corpi si compenetrano l’uno nell’altro e tutte le conquiste michelangiolesche della bellezza eroica, la perfezione anatomica, la figura serpentinata, si stemperano davanti ai colpi di scalpello abbozzati nelle figure. Michelangelo vi lavorò sino a quando, il 18 febbraio 1564, la morte lo colse. Creò attraverso il “non finito” della Pietà Rondanini, il “non finito” della vita.

La si considera un’opera non finita perché, vista l’età avanzata,  non avrebbe avuto la forza di completarla. In realtà il non-finito era divenuto un linguaggio ben preciso, iniziato anni prima e applicato con attenzione nel David, dove tutto il corpo è perfettamente completato, ad eccezzione dei capelli che risultano solo abbozzati, chiaro richiamo scultoreo alle figure antiche che nella Roma di quegli  anni erano state riporate alla luce, studiate dagli artisti, ammirate da tutti, divenute il simbolo della bellezza e dello splendore del passato. Statue, dove la capigliatura è lavorata in riccioli  e la rifinitura non è perfetta. Michelangelo ha visto le bianche testimonianza antiche e ha applicato il mito di questa bellezza, nell’esecuzione del David, affidando al non-finito il linguaggio fondamentale della sua creatività.  Il non-finito michelangiolesco  va visto come un mezzo tecnico espressivo, del quale l’artista si serve per meglio chiarire e sottolineare i suoi concetti, e che usa con estrema libertà e straordinario dominio.

Un mezzo che, diventa prassi nella Biblioteca Laurenziana, poco distante dalle Cappelle medicee,commissionata da Clemente VII, secondo papa madiceo. Nel vestibolo, come viene chiamato l’androne, dai fiorentini,  vi è la testimonianza di tutte le catastrofi progettuali del Buonarrotti, frutto di continui compromessi : l’aggiunta delle finestre, non da lui volute, sue, invece le colonne, concepite come elementi atti a dare ritmo anche cromatico agli involucri murari, e che contemporaneamente, sottolineano il valore materico.  L’imponente scala, alterata rispetto al suo progetto, prevista in legno e mutata in pietra serena su richiesta di Cosimo I°, viene costruita anticipando la morbidezza barocca.  Il tutto in mezzo ai muri che, sono rimasti sostanzialmente non ultimati e visibili nel loro intonaco grezzo. La biblioteca vera e propria corrisponde ai modelli famosi nel quattrocento, con i libri legati ai panchi che vengono consultati grazie alla luce naturale. Tutto è disegnato da Michelangelo ma, è il frutto di processo di lettura, comprensione,  interpretazione e riadattamento. Tutti i  suoi progetti andavano dai committenti, dove venivano riletti e modificati, infine, ritornavano a Michelangelo che,  doveva creare l’opera.

Michelangelo, in questi anni è assolutamente un uomo, maturo. Ha sessantanni. Vive il fermento religioso della sua epoca. Sono anni di forte turbolenza religioso-politica, la questione della riforma scalda gli animi, insieme allo scisma anglicano. Il tutto sfocierà nella norma che chi ha il potere politico determina la religione dei sudditi. In Italia la rifoma si propaga in modo più tollerante, fino al Concilio di Trento che muterà il sistema complessivo della fede. Intanto Michelangelo viene messo al lavoro dal Papa per il Giudizio universale. Il grande affresco che diviene un pandemonio universale, una dannazione dantesca, dove tutte le figure sono interconnesse e coinvolte in un  ampio e lento movimento rotatorio  intorno alla figura dominante del Cristo, colto nell’attimo che precede quello in cui verrà emesso il verdetto del Giudizio Universale. Fermato, nel suo gesto, imperioso e pacato. La tempesta e il caos del dipinto, ben si prestano alla tormentata religiosità di quegli anni, caratterizzati da contrasti, sia di natura teologica che politica, fra Cattolici e Protestanti e la soluzione di Michelangelo non nasconde il senso di una profonda angoscia nei confronti dell’ultima sentenza.

Il Buonarroti si pone in modo personalissimo nei confronti del dibattito religioso, sposando le teorie di un circolo ristretto di intellettuali che auspicava una riconciliazione fra cristiani dopo una riforma interna della Chiesa stessa. La pelle di Michelangelo nelle mani del San Bartolomeo, potente e nerboruto, su di una nuvola soave e con il capo rivolto verso Dio è simbolo del peccato del quale ora è privato. L‘accusa a Michelangelo, di essere un protestante, si fece sempre più forte e chiara nel significato dell’opera che rischiò la demolizione. Michelangelo è dibattuto tra un lato granitico cattolico e  la sua intelligenza, che cozza contro i dogmi imposti dalla fede. È ambiguo con se stesso e con le sue opere.

Malgrado il travaglio interiore, da vita a un lavoro che diviene uno dei più famosi e celebrati di tutto il mondo. Uno dei più grandi capolavori pittorici in assoluto realizzati dal genio artistico rinascimentale.

Michelangelo muore, dopo aver vissuto tutta la sua  vita  nella potenza d’espressione, nella forma e colore, nella bellezza e armonia, con la sicura padronanza tecnica, una vita  dedicata all’arte della creazione che noi, ancora oggi, ammiriamo.


Da oggi la lotta antimafia si chiama anche Rizzotto

Nel Tg de La7 non solo la situazione  politica del giorno ma, anche un giusto spazio,  dedicato a chi ha perso la vita, lottando contro la mafia a Corleone nel 1948.   Corleone, luogo emblematico, per ricordare, luogo emblematico, per la commemorazione dei funerali di Stato e onoranze postume al sindacalista siciliano.

Un contadino quasi dimenticato, il cadavere di Rizzotto era stato occultato, gettato in una profonda cavità naturale nel territorio corleonese, e oggi, medaglia d’oro alla sorella.  Il  Paese ha tributato gli onori alla memoria del sindacalista socialista della Cgil, assassinato a 34 anni. Oggi,  il Paese  intero ha conosciuto la storia  di Rizzotto e riconosce  uno dei primi oppositori della mafia, quando ancora quella parola non si pronunciava. In Chiesa persone comuni e istituzioni, tensione e preoccupazione nel dopo Brindisi ma, al passaggio della bara, un’ovazione, per rendere onore a chi coraggiosamente, nella patria inespugnabile di cosa nostra, ha lottato e pagato con la vita.

Sono trascorsi sessantaquattro anni dalla morte di Placido Rizzotto, rapito e ucciso dalla mafia nel 1948 per il suo impegno a favore dei contadini siciliani. Di lui si erano letteralmente perse le tracce.  I suoi resti  trovati solo nel 2009 nelle foibe sui monti siciliani.  L’ esame del Dna che conferma.   E ora, dopo, troppi  anni, dove sembrava che la giustizia si fosse dimenticata di lui. Ora, finalmente lo Stato ne ha onorato la memoria con i funerali di Stato. La cerimonia si è svolta nella chiesa madre di Corleone alla presenza del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano e del segretario della Cgil, Susanna Camusso. Presenti anche la sorella e il nipote omonimo del sindacalista.

A dimostrazione che dopo l’insabbiamento, arriva la giustizia. A occuparsi delle indagini sulla morte di Rizzotto fu un giovane capitano dei carabinieri, Carlo Alberto dalla Chiesa. Vennero arrestati e processati due uomini, Vincenzo Collura e Pasquale Criscione, che ammisero di aver partecipato al rapimento insieme a Luciano Liggio. Furono trovate anche alcune tracce della vittima, a conferma dell’avvenuta esecuzione, ma non il corpo. La vicenda processuale, però, si concluse con l’assoluzione degli imputati per insufficienza di prove  e nel frattempo tutti avevano ritrattato. Poi il nulla, il silenzio omertoso della paura, sceso sulla vicenda.  Oggi, la giustizia ad orologeria ritardata, ha segnato un altro traguardo a favore della legalità.  Oggi,  la gente ha gridato, ha applaudito e accompagnato i resti di quello che  diventa un altro simbolo del bene contro il male. 

L’impegno sindacale e il sacrificio di Rizzotto si inseriscono all’elenco dei nomi noti che hanno  trovato la morte nella lotta alla criminalità organizzata, al quale, possiamo anche aggiungere un’ulteriore  nota informativa, Rizzotto è ricordato anche grazie al vino prodotto dalla cooperativa siciliana ” Placido Rizzotto Libera terra”. Le uve utilizzate provengono da vigneti confiscati alla mafia nell’Alto Belice Corleonese.

L’alba di una nuova politica

Aria di rinnovamento in Italia dopo le elezioni amministrative. Il Tg3 riflette sul  Pdl che sprofonda nella sua crisi d’identità. Un partito che annaspa, nessuno sa cosa fare, mentre l’ex leader sa esattamente di “escludere una mia candidatura a Premier”. Silvio Berlusconi e Angelino Alfano hanno respinto le dimissioni presentate da Sandro Bondi a seguito di accuse incrociate, veleni e riunioni. Insomma un Pdl nel caos, che si arrabatta, con l’obiettivo di resistere, perché il Pdl non  si archivia con dignità, ma,  tenta il rilancio, per galleggiare ancora, nell’illusoria, quanto penosa, improbabile, resurrezione.

Disordine, incertezza e confusione, ma anche improvvisi bagliori di resistenza politica si alternano nelle ore più complicate della vita del Pdl in crisi di identità e consenso. Il Pdl non è un fantasma, c’è ancora , anche se il ciclo berlusconiano è finito e si sono accorti che la gente è arrabbiata, ancora lottano, vaneggiando sulle possibili alleanze, sui concorrenti e sugli avversari. Berlusconi, indeciso, confuso,  vuole costruire ” il partito popolare europeo, in cui gli italiani che non si riconoscono nella sinistra, potranno riconoscersi”. Ma il problema è sempre lo stesso, come fare e con chi? Pier Ferdinando Casini è inafferrabile e Luca Cordero di Montezemolo non sembra intenzionato a legittimare operazioni politiche che lo avvolgano dall’esterno. Il flirt con Montezemolo e la politica non va avanti, i binari non convergono e tra treni e Ferrari non si sa se parte o resta.

Il M5S è in crescita vertiginosa. È un incubo, una certezza. Come, l’altra  cosa certa,  Monti, il resto per ora non funziona. Il disagio diffuso nel paese ha generato il rifiuto, la ribellione e visto che all’orizzonte non si vedevano proposte concrete, i cittadini, si sono rivolti a chi qualcosa da offrire ce l’aveva.  Dietro all’ampio consenso ricevuto dalle urne si nasconde, infatti, una grande fiducia nel progetto del M5S. Con l’elezione a sindaco di un loro candidato, ora i grillini sono attesi alla verifica sul campo. Dalle parole si passa ai fatti. In effetti Grillo non ha mai smesso di tuonare, sparandole grosse e ha già iniziato la marcia su Roma, dove si sono già attivati per accoglierlo e fargli capire che non avrà vita facile.

Il velocissimo emendamento, votato altrettanto velocemente, alla Camera priverebbe il Movimento 5 Stelle dei finanziamenti pubblici, del resto sempre negati da Grillo, ma, il colpo basso è nella  modifica al testo concordato da Pdl, Pd e Terzo polo sui contributi elettorali ai partiti politici presentato da due deputati dell’Udc e approvato dall’aula di Montecitorio. Stabilisce che per poter accedere ai rimborsi elettorali previsti dal provvedimento, ogni partito debba avere uno statuto. Insomma, senza Statuto, niente rimborsi. Il che significa che il Movimento 5 Stelle, ove mai un giorno decidesse di accedere al rimborso elettorale che oggi rifiuta, dovrebbe dotarsi di uno Statuto vero e proprio.  Una norma di sbarramento contro i grillini se mai si volessero trasformare in partito.

In conclusione alla legge sui finanziamenti pubblici,  ampiamente rifiutata dagli italiani con il referendum e trasformata abilmente in rimborso elettorale, che vanno a tutti , ora, si aggiunge la ciliegina, della norma ad-grillum e questo non fa altro che mettere in evidenza l’agonia in cui versano i “vecchi” partiti, nessuno escluso. Insomma la parola d’ordine, che li vede accomunati, è “fermare l’uragano Grillo”! Luomo nuovo nello scenario politico italiano. Un uragano capace, forse, di mandare in soffitta la Seconda Repubblica con i suoi vecchi e imbalsamati protagonisti.

Staremo a vedere cos’altro escogiteranno per arrestare il nuovo che avanza.

Il senso del tradimento

Il logo della Rai, il celebre logo farfalla/volti umani, disegnato dal genio grafico di Antonio Romano. Due profili umani, che convergono verso un punto fino a formare le ali di una farfalla tecnologica, introduce all’argomento della puntata de: Le storie – diario italiano, che parla di figure ambigue o meglio dell’ambiguità del nostro comportamento prendendo spunto dal libro del filosofo,  Giulio Giorello, Il tradimento.

Il tema è vasto, affascinante e soprattutto contraddittorio, scottante, ambiguo, a cominciare dal primo tradimento della storia dell’umanità, quello di Caino e Abele, il primo omicida della storia, che rivela che il tradire è una condizione della storia umana, una componente della vita associata, chi vive insieme agli altri deve rispettare le regole, chi non  lo fa, tradisce, viene meno alla condizione della convivenza.

E Giuda, additato come l’incarnazione del tradimento. Il traditore per antonomasia, il prototipo della categoria. Ma siamo sicuri delle sue motivazioni? Sappiamo davvero, chiede Giorello, perché l’apostolo accettò quei maledetti trenta denari? Una delle spiegazioni possibili è che fosse proprio Giuda a sentirsi tradito da Gesù, avendo capito che con la sua mitezza e il suo amore non sarebbe mai diventato re dei Giudei, mai avrebbe liberato Israele dall’opprimente giogo romano.Tocca a lui, il traditore per eccellenza, sul piano metafisico a dare compimento alle scritture che volevano il sacrificio del figlio dell’Uomo per la salvezza del mondo. Giuda deve fare quello che ha fatto, deve permettere alla carne, il morire, per liberare lo spirito. Giuda compie un volere tragico. Allora il tradimento diviene giustificato ed eleva il personaggio, anche se, la Chiesa non gli riconosce il merito e lo condanna senza pietà.

E torniamo all’ambiguità iniziale della farfalla, l’ambivalenza del tradimento che può essere visto nella storia in modo diverso. Ecco allora un altro tradimento storico che si nutre del dubbio, quello di Giulio Cesare, assalito e colpito da amici e dal figlio.  Bruto e Cassio traditori della patria o difensori della democrazia? Dipende da come vogliamo far volare la farfalla…

Anche il tradimento coniugale, che colora l’aspetto sociale dell’esigenza di un rapporto esclusivo fra i due partners, desiderosi di trovare nell’altro, in virtù del sentimento d’amore condiviso, tutto quello che poteva essere necessario alla coppia. Eppure, si nutre  di motivi tra  i più svariati, si tradisce per noia, per divertimento, piacere, narcisismo, delusione, monotonia, insoddisfazione, eppure, si giura fedeltà eterna. I motivi che inducono al tradimento sono molto diversi da caso a caso. Oltre che per attrazioni fatali, occasioni facili, desiderio sessuale, si può tradire per semplice desiderio di affermazione di sé, della propria libertà. E’ un modo di mettere un confine nel rapporto simbiotico con l’altro. Il suo significato sta nel messaggio trasmesso, il tradimento maschile o femminile, pareggia i generi, ma, sempre tradimento, del “per sempre”, giurato in partenza. Consigliabile, ovviamente,  alla coppie colpite da tradimento  non reagire come Otello ma, di servirsi della legge, senza versare sangue.

Allora vendetta o perdono?

A tradire non sono i nemici ne tanto meno gli estranei, ma i padri, le madri, i figli, i fratelli, gli amanti, le mogli, i mariti, gli amici. Solo loro possono tradire, perchè su di loro un giorno abbiamo investito il nostro amore. La vendetta , che è una risposta emotiva che salda il conto, non emancipa la coscienza, perché quando è immediata non ha altro significato se non quello di scaricare una tensione. La vendetta rattrappisce l’anima. Perdonare può essere molto utile.  Perchè l’amore è una relazione, non una fusione.

Giorello fa notare come la menzogna, quindi il tradimento, sia connaturata all’esercizio della politica, riammettere i traditori può essere utile soprattutto nella politica dove abbiamo dei veri recordman del voltafaccia, del trasformismo partitico, che sicuramenmte, hanno tutto, meno che la coerenza. Spledidi esempi di traditori di sè stessi che si proclamano sempre e comunque, sinceri amici e difensori del popolo.

Giorello ci fa capire la complessità di una figura, di un ruolo, che sarebbe semplicistico liquidare sulla base del solo criterio “morale”. Sembra infatti che la legge della vita sia scritta più nel segno del tradimento che in quello della fedeltà. Tradendo, l’altro lo si consegna a se stesso, e niente impedisce di dire a tutti coloro che si sentono traditi che forse un giorno hanno scelto chi li avrebbe traditi per poter incontrare se stessi, come un giorno Gesù scelse Giuda per incontrare il suo destino…come nella farfalla del logo rai che vive in una situazione di ambiguità, nella quale domina l’instabilità e la continua reversibilità del rapporto figura-sfondo…

Il verdetto delle amministrative

All’ombra del tragico fine settimana, tra una bomba e un terremoto si sono concluse le elezioni amministrative che vedevano riflesse i malumori italiani e le nuove aspettative. Mentana, si collega da studio e parte nel primo pomeriggio, con una lunga diretta, finisce, con il riassunto serale nel telegiornale, infine  cede la parola agli altri appuntamenti che bene o male intavolano il confronto dialettico sul nuovo panorama politico, disegnato dal voto.

I risultati di alcune sfide chiave di questa tornata elettorale per le Amministrative, caratterizzata dalla bassa affluenza, segnano l’esploit dei grillini, a Parma che portano un caldo vento di novità, un’aria di cambiamento che in Italia si aspettava da tempo, con la vittoria di Federico Pizzarotti. E non solo, il  Pd non brilla ma si proclama vincitore. Udc snobbato dagli elettori. Caduta libera del Pdl, con particolare riguardo alla debacle registrata al Sud che si inserisce in un quadro elettorale molto mutevole. E in  questo periodo di passaggio che prelude all’anno che verrà, la Lega perde tutti i seggi in cui era impegnata.  Tonfo assoluto, con l’unica fiammella verde a Verona  che consacra ufficialmente il cambio di leadership e da il via ad una effettiva nuova stagione del Carroccio a guida, Roberto Maroni.

Sarà la coda e l’agonia della vecchia maggioranza?

Lo vedremo, intanto prendiamo atto che dobbiamo costruire la terza Repubblica con un sistema che garantisca trasparenza.  Leviamoci la zavorra ed entriamo in una nuova fase che cambierà la politica. Un voto importante che segna la clamorosa vittoria del M5s che ha ottenuto il 60% dei voti e che ora si proietta al centro della scena. Mentre le forze politiche stanno a guardare, il nuovo sindaco viene accolto festosamente i piazza, lo aspetta il buco economico, dopo gli scandali e il commissariamento. Ma è chiaro che si respira un altra aria a Parma, un cambio radicale che avanza temerario, contro la vecchia e statica politica.

Una vittoria dei cittadini scontenti, un segnale chiarissimo ai partiti. Nei numeri elettorali, ci sono le sfide che attendono  l’attuale classe dirigente perché parecchie città hanno cambiato bandiera. Travolti da un flop elettorale devono prendere atto che qualcosa è cambiato, che i cittadini chiedono altro. Un campanello d’allarme che la politica non può non aver sentito.

Le elezioni amministrative sono finite e ci mostrano la foto di un paese profondamente scosso dalla crisi, una crisi che è sociale e politica. Un  turno elettorale che lascerà il segno, in questo fine settimana particolare, dove l’Italia si sta leccando le ferite dopo la bomba di Brindisi e il terremoto emiliano.

Michelangelo, parte seconda

Secondo appunatamento con un genio indiscusso delal nostra arte. Seconda parte del racconto televisivo domenicale, condotto da Philippe Daverio: Michelangelo , che ha rappresentato un capitolo importantissimo del Rinascimento italiano, e che oggi, ci parla  attraverso la voce appassionata del conduttore de: Il Capitale in onda su Rai 3.

1505 l’artistra ha 30anni e ha già realizzato parte della sua scultura.  E’ alle prese con il San Matteo che verrà interrotto per motivi oggettivi (il viaggio a Roma) ma, da quel momento in poi le opere del Buonarrotti avranno caratteri di incompiutezza. Il santo sembra liberarsi dalla materia della creatività ma, non può giungere a compimento. L’urgenza della creatività è proprio in quest’apostolo che cerca faticosamente di trovare una forma, quasi in lotta con la materia stessa, che diverrà la prima di una serie che oggi la critica ascrive nel “non finito michelangiolesco”. Il papa lo vuole a Roma, dove vi giunge con la fama di essere il massimo scultore della sua epoca.

Qui  iniziano anni di vita tormentata. Vuole fare lo scultore ma, il Papa gli affida la Cappella Sistina. E lui fa la scultura nella pittura, crea un linguaggio pittorico nuovo, volumetrico, e lo inserisce in un ‘architettura dipinta. Non può rinunciare alla plasticità e la inserisce nell’arte del dipingere. E la piazza in alto. Il più famoso artista del Rinascimento, maestro della scultura, riesce ad esaltare la plasticità anche nelle forme della pittura. Dipinge il sublime, l’eternità. Massicce figure inserite in un contesto di nudi. Le linee corrono con un andamento prevalentemente curvo, assumendo una valenza espressiva autonoma che stacca le figure dal fondo, nonostante il loro cromatismo sfumato ed omogeneo, ma certamente ben solido che nettamente le distingue tra loro. Plasticità che si materializza nella dinamicità e vitalità delle grandiose figure, le quali allo stesso tempo, manifestano grande sofferenza ed aspirazione all’eterno. Ecco che si può parlare di un plasticismo creato unicamente per via del fondo unito alle solide figure.

Michelangelo ha avuto un solo padrone, Giulio II, ma, alla sua morte Leone X, l’incarico  muta, ora deve occuparsi delle tombe medicee. Se i rapporti con Giulio II della Rovere furono di sudditanza obbligata, quelli intimi e complici con Leone X gli permisero di ritrovarsi nell’atmosfera fiorentina. La Cappella Medicea, anche nota come sacrestia nuova di San Lorenzo (per distinguerla dalla Sagrestia Vecchia di Brunelleschi), è stato il principale lavoro di scultura realizzato a Firenze da Michelangelo, nel periodo successivo al soggiorno romano che lo aveva visto all’opera nella Cappella Sistina. La Cappella doveva essere un piccolo Pantheon della famiglia Medici, e nel periodo che vi lavorò, Michelangelo realizzò, oltre al progetto architettonico, soprattutto due monumenti funebri: la tomba di Lorenzo e la tomba di Giuliano de’ Medici. In entrambi i casi i monumenti presentano analoga tipologia: in una nicchia, ricavata in un paramento architettonico, sono inserite i ritratti dei due personaggi; in basso vi è il sarcofago sui quali sono collocate due figure allegoriche. I ritratti dei due personaggi, più che seguire la fedeltà fisionomica, sono due immagini allegoriche: Giuliano rappresenta l’uomo d’azione e di potere; Lorenzo, invece, l’uomo riflessivo e di pensiero. Entrambi i ritratti sono due possenti sculture che rivelano il carattere più alto del concetto umanistico del principe rinascimentale.

Tutto in un gioco intellettualissimo, ideale nell’esecuzione perfetta del senso dell’esaltazione che esce dalla pietra, un vibrato, un tripudio scultoreo dentro a un altro tripudio architettonico. Michelangelo è architetto ma, mette a frutto l’esperienza pittorica e decora tutto. La decorazione architettonica, senza la preoccupazione di seguire il classicismo degli ordini classici, viene adattata  alle esigenze plastiche, secondo la sua personale visione. Una raffigurazione reale dell’idea vitale, spirituale e intellettuale che si risolve e si sviluppa in uno spazio ideale: la cappella.

E il tutto diviene l’espressione del talento, dell’energia firmata dall’artista in una perfatta accuratezza esecutiva. Passione e manualità si fondono in un tutt’uno e delineano le pulsioni energetiche e la personalità del Buonarrotti. E’ la mutazione dell’architettura che deve essere estetica, pittorica, movimentata. Questa è la sua idea, e l’idea viene elaborata nella materia. In conclusione il progetto dev’essere chiaro nella mente e feroce nell’esecuzione. Sconvolgente sfida della mente che sonda il limite della mano, nella finezza esecutiva, che non vuole raggiungere la fine pur essendo in grado di farlo.

Alla morte di Leone X, gli succede Clemente VII, che vedrà lo sfascio di Roma e all’ansia dell’artisticità si aggiunge quella politica, Michelangelo arriva 60anni della sua creatività, gliene rimangono altri 30, ma, questo sarà il tema di un’altra puntata…



E sull’Italia scoppiò un’altra bomba

Palinsesti scombussolati e telecamere puntate davanti al piazzale della scuola “Morvillo-Falcone” di Brindisi, sconvolta dall’esplosione di una bomba. Il fermento televisivo si rincorre nei telegiornali con parole e immagini che cercano spiegazioni e tentano di capire la  nuova tragedia che ha colpito inaspettatamente Brindisi e di riflesso, l’Italia. Un attentato, vile, crudele, terribile. Un duro colpo inferto all’Italia. Un  attacco senza precedenti.Un fatto anomalo. Le ipotesi si dibattono tra, la pista mafiosa, l’atto criminale di un folle, la volontà di destabilizzare il paese già in preda ad un  momento politico delicatissimo. Un quadro complesso a partire dal nome della scuola, che rievoca un film già visto, la data, molto vicina alle rievocazioni, il clima italiano, sotto elezione, basta  e avanza per mettere ansia,   per preoccupare le istituzioni e i cittadini.

Su tutto, rimane lo sgomento e l’inaccettabilità che un disegno criminale trovi il suo epilogo colpendo, volutamente, delle giovani donne.  Una studentessa di 16 anni è morta, Melissa Bassi, un’altra è gravissime condizioni in ospedale. Altri sei  sono rimaste ferite. Vite spezzate per un motivo che va oltre la logica, un altro fardello che ha colpito il paese a cui bisogna reagire con indignata determinazione. In un Italia che si dibatte tra  drammi economici e attentati criminali, bisogna ammainare le bandiere per affrontare, uniti, le sfide del presente, per andare verso un futuro e sconfiggere in primis questo attacco frontale alla società civile. E la reazione si è fatta sentire, la gente della Puglia, coraggiosamente,  ha manifestato, per vincere la paura, per testimoniare che l’Italia vuole cambiare e guardare al domani.  Anche il mondo della politica interrompe le polemiche e chiede allo Stato una risposta contro la violenza e il terrore, uniti, per garantire quello che negli ultimi tempi era solo un’illusione: democrazia e serenità.

In assenza, al momento, di rivendicazioni o di una pista che prevalga decisamente sulle altre, un imput investigativo importante potrebbe arrivare dagli esami e dai rilievi tecnici che vedono attualmente impegnati gli specialisti di polizia e carabinieri. Dal tipo di ordigno e di innesco e dai materiali usati, potranno ricavare indicazioni decisive, utili a circoscrivere l’origine dell’attentato. Criminalità organizzata, racket delle estorsioni, malavita locale, ritorsione, nessuna ipotesi puo’ per adesso essere esclusa.  Su tutto, la certezza del gesto eclatante, fortemente simbolico, che voleva dare la morte, proprio in quella  scuola, dove la cultura antimafia, cammina con le nuove generazioni. Tra l’altro era in programma a Brindisi il passaggio della carovana antimafia.  Restano a terra i libri a spaginarsi al vento, esile testimonianza del tentativo di riscatto in una terra di mafia e criminalità, dove le bombe erano state usate per estorsione, mai, per colpire ragazzine. Qui l’intento omicida è evidente.  Nella teoria del terrore, della paura, le alchimie si fondono e lasciano una ferita profonda.

Una modalità terrificante, crudele,  l’efferatezza rivela, che si vuole creare il massimo del terrore possibile. L’esplosione ferisce, lacera, ustiona. Colpire al cuore i cittadini, le famiglie che mandano i figli a scuola, al “sicuro”…in quella scuola, dove si insegna a scardinare le regole mafiose. Una scuola che porta il nome di Falcone. Una scuola che ha raccolto il grido di battaglia di Falcone, contro la tradizione mafiosa.  Una scuola importante, perché è un simbolo per chi vuole combattere la mentalità della criminalità e vuole uscire dalla morsa dell’illegalità. Giovani vite che, acculturate, possono ribellarsi alle regole ferree che tengono unite le maglie del crimine.  Perché con la paura si impedisce la coscienza critica che consente la libertà di scelta. L’unico modo per sconfiggere la logica della paura è il coraggio di opporsi, come hanno fatto Falcone, Borsellino e tanti alti e come immediatamente ha fatto la Puglia, scendondo in piazza, unita, compatta, perché non possiamo arrenderci alla violenza che, rimane un fatto unico nella storia del nostro Paese, si è svolta in una scuola… e il tema dei prossimi giorni, sarà: CHI? Chi, ha osato, tanto?

Il gioco grande

Puntata seria, argomento che scuote i ricordi e le coscienze.  Puntata che si apre con le parole di Paolo Borsellino ad un mese dalla morte di Giovanni Falcone :” Ricordo che Giovanni mi disse, la gente fa il tifo per noi”! Era vero. Era stata una stagione all’insegna della volontà di cambiamento, finita nel sangue. Se ne parla  a “Le Storie – diario italiano, con Corrado Augias e Roberto Scarpinato magistrato, che ha curato la prefazione del libro: Le ultime parole di Falcone e Borsellino, che ha fatto parte del pool antimafia insieme a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un omaggio doveroso e un necessario ritorno alle fonti, a ciò che veramente hanno detto e scritto, ora che stanno venendo alla luce quelle verità per le quali entrambi hanno sacrificato la vita.

Il magistrato e il conduttore, ricordano, la realtà durissima dove iniziarono a lavorare Falcone e Borsellino. Normalmente si pensa a quella mafia come ad uno epico scontro, mentre la tangibilità,  è più complessa: “La narrazione pubblica offre una visione semplificata della loro vicenda. Si divide nettamente in bene e in male, dimenticandosi dei colletti bianchi e che il vero cuore di tenebra del Potere si annida nelle istituzioni e nella politica”.

Collusioni e compatibilità con il sistema che Falcone  e Borsellino iniziarono a sgretolare. Entrarono dentro il gioco grande del potere, creando una frattura profonda, tra chi si volta dall’altra parte e chi pratica il tema della legge è uguale per tutti. “Falcone e Borsellino rappresentavano forse per la prima volta uno Stato credibile. A venti anni di distanza, ci sono più strumenti per combattere l’ala militare di Cosa Nostra, ma nel contrasto dei rapporti tra mafia e politica sono stati fatti passi indietro. E se una volta ci si scandalizzava se qualcuno veniva fotografato a un matrimonio mafioso, oggi c’è gente condannata che sta tranquillamente al suo posto in Parlamento”.

Oggi la mafia non uccide più in maniera eclatante, ha altri mezzi, più efficaci, la corruzione. La criminalità organizzata di stampo mafioso ha subito una forte evoluzione,  usa il cervello o il business ad alto livello.  Non cerca più lo scontro aperto con le istituzioni perchè ha trovato il sistema di entrare a far parte delle istituzioni stesse,  in modo stabile, organico.

Falcone cominciò a morire quando lo sostituirono, una strategia di smobilitazione del pull antimafia che gli impedì di continuare l’opera di disarticolazione. Una serie di tentativi  di squalificare i magistrati del pool dipingendoli come strumenti di manovre politiche occulte o come arrivisti colti da una sfrenata ambizione personale. Questa è stata la mossa dei colletti bianchi, che trovandosi nei punti nevralgici del potere hanno potuto scoordinare il lavoro pulito di  chi credeva nella giustizia e nelle istituzioni, di chi insomma stava dalla parte giusta. “Nella narrazione pubblica sembrerebbe che tutto si risolva in uno scontro tra Falcone e Borsellino da una parte, simboli dello Stato legalitario, ed ex contadini semianalfabeti come Riina e Provenzano dall’altra, che nell’immaginario comune vengono identificati come i “portatori del male della mafia”. Se questi fossero i termini della storia verrebbe da chiedersi come mai lo Stato italiano non sia ancora riuscito a debellare la mafia. A vent’anni dalle stragi credo sia venuto il momento di confrontarci con quelle parti rimosse della storia che chiamano in causa le responsabilità non solo penali, ma anche politiche e morali di significativi segmenti della classe dirigente”.

Falcone e Borsellino,  furono costretti a misurarsi non solo con i progetti di morte orditi ai loro danni, ma anche con una serie di ostacoli frapposti al loro operare da un mondo di potenti che vedevano i loro interessi messi in pericolo quando il pool antimafia iniziò ad elevare il livello delle indagini.  Un mondo potente che fece sparire l’agenda rossa di Borsellino, quella dove annotava fatti che erano talmente riservati che riteneva di non poterli annotare nella sua agenda ufficiale  e che introdusse falsi collaboratori che depistarono i magistrati. Questo fa intuire il gioco grande, il volto della medusa del potere che impedirono di arrivare veramente a sconfiggere il mondo mafioso e che purtroppo non riesce ancora a concludersi nonostante il continuo lavoro della magistratura onesta. C’è una generazione di magistrati che ha dimostrato con i fatti di non fermarsi davanti a nulla e di esercitare il suo dovere indagando in tutte le direzioni per accertare la verità. Un solco di legalità lasciata da Falcone e Borselino che l’Italia non vuole dimenticare, perché Falcone e Borsellino non rappresentino solo la caduta sul campo di due servitori dello Stato. Un’eredità che vuole far camminare le loro idee. La storia di Falcone e Borsellino appartiene all’Italia tutta, agli italiani di ieri, di oggi e di domani per il valore dell’esempio che essa porta con sé.

“Falcone è stato un eroe perché sapeva che doveva morire, aspettò la morte, non fuggì, perché sentiva che impersonava la credibilità dello Stato. Un uomo che ha aspettato la morte guardandola negli occhi”. Anche se loro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non volevano essere eroi. Quando nel corso delle interviste gli si chiedeva perché continuassero nel loro lavoro pur conoscendo gli alti rischi loro rispondevano: “per dovere”, “per puro spirito di servizio”. E questa è un bell’esempio di vita coerente, basata su valori sani, valori che hanno guidato la loro  vita: il sacrificio, il senso del dovere, l’amore per il lavoro, il senso del giusto , del bello. Perché come disse Falcone:  “Gli uomini passano, gli ideali restano. Restano le loro tensioni morali. Cammineranno sulle gambe di altri uomini.”