Michelangelo, la fine di un genio

Terza e ultima parte, che Philippe Daverio, ne “Il Capitale”,  dedica al grande Michelangelo. Gli ultimi anni di uno dei più incredibili capitali creativi, che il mondo abbia mai avuto.  Una vita guidata da  un’instancabile frenesia che lo aveva portato, giorno dopo giorno, notte dopo notte,  a graffiare nel marmo. Il genio che ha posseduto e travolto la vita di quest’uomo trova il finale nel 1564 con il suo testamento spirituale e  artistico: La Pietà Rondanini. Ormai novantenne, alle prese con la la sua ultima opera, l’estremo abbandono al “non finito”, la nudità del Cristo e il dialogo tra lo scultore e l’aldilà. Nel marmo le figure del Cristo e della Vergine, accanto alle gambe e al braccio di una terza persona mancante, hanno i volti erosi e consunti, quasi diano segno di un disfacimento in atto. I loro corpi si compenetrano l’uno nell’altro e tutte le conquiste michelangiolesche della bellezza eroica, la perfezione anatomica, la figura serpentinata, si stemperano davanti ai colpi di scalpello abbozzati nelle figure. Michelangelo vi lavorò sino a quando, il 18 febbraio 1564, la morte lo colse. Creò attraverso il “non finito” della Pietà Rondanini, il “non finito” della vita.

La si considera un’opera non finita perché, vista l’età avanzata,  non avrebbe avuto la forza di completarla. In realtà il non-finito era divenuto un linguaggio ben preciso, iniziato anni prima e applicato con attenzione nel David, dove tutto il corpo è perfettamente completato, ad eccezzione dei capelli che risultano solo abbozzati, chiaro richiamo scultoreo alle figure antiche che nella Roma di quegli  anni erano state riporate alla luce, studiate dagli artisti, ammirate da tutti, divenute il simbolo della bellezza e dello splendore del passato. Statue, dove la capigliatura è lavorata in riccioli  e la rifinitura non è perfetta. Michelangelo ha visto le bianche testimonianza antiche e ha applicato il mito di questa bellezza, nell’esecuzione del David, affidando al non-finito il linguaggio fondamentale della sua creatività.  Il non-finito michelangiolesco  va visto come un mezzo tecnico espressivo, del quale l’artista si serve per meglio chiarire e sottolineare i suoi concetti, e che usa con estrema libertà e straordinario dominio.

Un mezzo che, diventa prassi nella Biblioteca Laurenziana, poco distante dalle Cappelle medicee,commissionata da Clemente VII, secondo papa madiceo. Nel vestibolo, come viene chiamato l’androne, dai fiorentini,  vi è la testimonianza di tutte le catastrofi progettuali del Buonarrotti, frutto di continui compromessi : l’aggiunta delle finestre, non da lui volute, sue, invece le colonne, concepite come elementi atti a dare ritmo anche cromatico agli involucri murari, e che contemporaneamente, sottolineano il valore materico.  L’imponente scala, alterata rispetto al suo progetto, prevista in legno e mutata in pietra serena su richiesta di Cosimo I°, viene costruita anticipando la morbidezza barocca.  Il tutto in mezzo ai muri che, sono rimasti sostanzialmente non ultimati e visibili nel loro intonaco grezzo. La biblioteca vera e propria corrisponde ai modelli famosi nel quattrocento, con i libri legati ai panchi che vengono consultati grazie alla luce naturale. Tutto è disegnato da Michelangelo ma, è il frutto di processo di lettura, comprensione,  interpretazione e riadattamento. Tutti i  suoi progetti andavano dai committenti, dove venivano riletti e modificati, infine, ritornavano a Michelangelo che,  doveva creare l’opera.

Michelangelo, in questi anni è assolutamente un uomo, maturo. Ha sessantanni. Vive il fermento religioso della sua epoca. Sono anni di forte turbolenza religioso-politica, la questione della riforma scalda gli animi, insieme allo scisma anglicano. Il tutto sfocierà nella norma che chi ha il potere politico determina la religione dei sudditi. In Italia la rifoma si propaga in modo più tollerante, fino al Concilio di Trento che muterà il sistema complessivo della fede. Intanto Michelangelo viene messo al lavoro dal Papa per il Giudizio universale. Il grande affresco che diviene un pandemonio universale, una dannazione dantesca, dove tutte le figure sono interconnesse e coinvolte in un  ampio e lento movimento rotatorio  intorno alla figura dominante del Cristo, colto nell’attimo che precede quello in cui verrà emesso il verdetto del Giudizio Universale. Fermato, nel suo gesto, imperioso e pacato. La tempesta e il caos del dipinto, ben si prestano alla tormentata religiosità di quegli anni, caratterizzati da contrasti, sia di natura teologica che politica, fra Cattolici e Protestanti e la soluzione di Michelangelo non nasconde il senso di una profonda angoscia nei confronti dell’ultima sentenza.

Il Buonarroti si pone in modo personalissimo nei confronti del dibattito religioso, sposando le teorie di un circolo ristretto di intellettuali che auspicava una riconciliazione fra cristiani dopo una riforma interna della Chiesa stessa. La pelle di Michelangelo nelle mani del San Bartolomeo, potente e nerboruto, su di una nuvola soave e con il capo rivolto verso Dio è simbolo del peccato del quale ora è privato. L‘accusa a Michelangelo, di essere un protestante, si fece sempre più forte e chiara nel significato dell’opera che rischiò la demolizione. Michelangelo è dibattuto tra un lato granitico cattolico e  la sua intelligenza, che cozza contro i dogmi imposti dalla fede. È ambiguo con se stesso e con le sue opere.

Malgrado il travaglio interiore, da vita a un lavoro che diviene uno dei più famosi e celebrati di tutto il mondo. Uno dei più grandi capolavori pittorici in assoluto realizzati dal genio artistico rinascimentale.

Michelangelo muore, dopo aver vissuto tutta la sua  vita  nella potenza d’espressione, nella forma e colore, nella bellezza e armonia, con la sicura padronanza tecnica, una vita  dedicata all’arte della creazione che noi, ancora oggi, ammiriamo.


Michelangelo, parte seconda

Secondo appunatamento con un genio indiscusso delal nostra arte. Seconda parte del racconto televisivo domenicale, condotto da Philippe Daverio: Michelangelo , che ha rappresentato un capitolo importantissimo del Rinascimento italiano, e che oggi, ci parla  attraverso la voce appassionata del conduttore de: Il Capitale in onda su Rai 3.

1505 l’artistra ha 30anni e ha già realizzato parte della sua scultura.  E’ alle prese con il San Matteo che verrà interrotto per motivi oggettivi (il viaggio a Roma) ma, da quel momento in poi le opere del Buonarrotti avranno caratteri di incompiutezza. Il santo sembra liberarsi dalla materia della creatività ma, non può giungere a compimento. L’urgenza della creatività è proprio in quest’apostolo che cerca faticosamente di trovare una forma, quasi in lotta con la materia stessa, che diverrà la prima di una serie che oggi la critica ascrive nel “non finito michelangiolesco”. Il papa lo vuole a Roma, dove vi giunge con la fama di essere il massimo scultore della sua epoca.

Qui  iniziano anni di vita tormentata. Vuole fare lo scultore ma, il Papa gli affida la Cappella Sistina. E lui fa la scultura nella pittura, crea un linguaggio pittorico nuovo, volumetrico, e lo inserisce in un ‘architettura dipinta. Non può rinunciare alla plasticità e la inserisce nell’arte del dipingere. E la piazza in alto. Il più famoso artista del Rinascimento, maestro della scultura, riesce ad esaltare la plasticità anche nelle forme della pittura. Dipinge il sublime, l’eternità. Massicce figure inserite in un contesto di nudi. Le linee corrono con un andamento prevalentemente curvo, assumendo una valenza espressiva autonoma che stacca le figure dal fondo, nonostante il loro cromatismo sfumato ed omogeneo, ma certamente ben solido che nettamente le distingue tra loro. Plasticità che si materializza nella dinamicità e vitalità delle grandiose figure, le quali allo stesso tempo, manifestano grande sofferenza ed aspirazione all’eterno. Ecco che si può parlare di un plasticismo creato unicamente per via del fondo unito alle solide figure.

Michelangelo ha avuto un solo padrone, Giulio II, ma, alla sua morte Leone X, l’incarico  muta, ora deve occuparsi delle tombe medicee. Se i rapporti con Giulio II della Rovere furono di sudditanza obbligata, quelli intimi e complici con Leone X gli permisero di ritrovarsi nell’atmosfera fiorentina. La Cappella Medicea, anche nota come sacrestia nuova di San Lorenzo (per distinguerla dalla Sagrestia Vecchia di Brunelleschi), è stato il principale lavoro di scultura realizzato a Firenze da Michelangelo, nel periodo successivo al soggiorno romano che lo aveva visto all’opera nella Cappella Sistina. La Cappella doveva essere un piccolo Pantheon della famiglia Medici, e nel periodo che vi lavorò, Michelangelo realizzò, oltre al progetto architettonico, soprattutto due monumenti funebri: la tomba di Lorenzo e la tomba di Giuliano de’ Medici. In entrambi i casi i monumenti presentano analoga tipologia: in una nicchia, ricavata in un paramento architettonico, sono inserite i ritratti dei due personaggi; in basso vi è il sarcofago sui quali sono collocate due figure allegoriche. I ritratti dei due personaggi, più che seguire la fedeltà fisionomica, sono due immagini allegoriche: Giuliano rappresenta l’uomo d’azione e di potere; Lorenzo, invece, l’uomo riflessivo e di pensiero. Entrambi i ritratti sono due possenti sculture che rivelano il carattere più alto del concetto umanistico del principe rinascimentale.

Tutto in un gioco intellettualissimo, ideale nell’esecuzione perfetta del senso dell’esaltazione che esce dalla pietra, un vibrato, un tripudio scultoreo dentro a un altro tripudio architettonico. Michelangelo è architetto ma, mette a frutto l’esperienza pittorica e decora tutto. La decorazione architettonica, senza la preoccupazione di seguire il classicismo degli ordini classici, viene adattata  alle esigenze plastiche, secondo la sua personale visione. Una raffigurazione reale dell’idea vitale, spirituale e intellettuale che si risolve e si sviluppa in uno spazio ideale: la cappella.

E il tutto diviene l’espressione del talento, dell’energia firmata dall’artista in una perfatta accuratezza esecutiva. Passione e manualità si fondono in un tutt’uno e delineano le pulsioni energetiche e la personalità del Buonarrotti. E’ la mutazione dell’architettura che deve essere estetica, pittorica, movimentata. Questa è la sua idea, e l’idea viene elaborata nella materia. In conclusione il progetto dev’essere chiaro nella mente e feroce nell’esecuzione. Sconvolgente sfida della mente che sonda il limite della mano, nella finezza esecutiva, che non vuole raggiungere la fine pur essendo in grado di farlo.

Alla morte di Leone X, gli succede Clemente VII, che vedrà lo sfascio di Roma e all’ansia dell’artisticità si aggiunge quella politica, Michelangelo arriva 60anni della sua creatività, gliene rimangono altri 30, ma, questo sarà il tema di un’altra puntata…



Una domenica con Michelangelo

 Il capitale, la trasmissione d’arte e cultura scritta e condotta da Philippe Daverio, su Rai3, indaga sul rapporto tra uomo e creatività del grande Michelangelo.  Guardare le sue opere, vuol dire approfondire il pensiero umano che l’artista ha portato ai massimi livelli.

Una tomba. Trent’anni passati tra la scultura e una tomba. Con un Mosè potentissimo che si passa con un vezzo le dita tra la barba fluenta. La massima esaltazione della muscolatura maschile. Stiamo parlando  del sepolcro di papa Giulio II, l’ultima opera giovanile di Michelangelo. Un progetto ridotto, ridimensionato, rispetto all’originale, infatti le difficoltà e le delusioni ad essa legate pesarono su di lui per quarant’anni. E’ la nemesi dei vincoli. Un Mosè che ha commosso tutti, anche il regista che porta il suo nome: Antonioni, che gli ha dedicato un documentario dal titolo: Lo sguardo di Michelengelo, nel quale il regista si siede fronte al Mosè e  racconta  di quel capolavoro creato da quell’artista del Cinquecento che scavava il marmo fino a trovare l’ultimo strato, toglieva, toglieva, fino ad arrivare dove il marmo diventa trasparente.

Una tomba che pone un quesito: perché ci volle così tanto tempo per finirla? Un progetto faraonico che richiedeva senz’altro molto tempo, perchè nel pensiero di Michelangelo doveva essere il monumento eretto alla scultura che è la regina delle arti. Roma era una città di sculturi che ripetevano i canoni dell’arte classica e a Roma per essere considerato un artista si doveva essere scultori. Dunque per Michelangelo il sepolcro del Papa doveva essere l’apoteosi della scultura, il committente invece voleva semplicemente una scultura normale, per farsi ricordare. Uno scontro ideologico, una battaglia tra due caratteri forti, che terminerà con un’opera incompituta nella realizzazione. Ma per il creatore di forme nuove che furono ben presto mondiali, veggente nei campi dello spirito con una profondità che nessun artista italiano ebbe prima o dopo di lui, l’idea non è scindibile dal progetto. E ci credette profondamente.

Ed è proprio la scultura che lo rende noto a tutti. All’età di 22 anni scolpisce la Pietà. Un’impronta di dolore nel raccogliemento della dolcezza materna. Il giovane Michelangelo coordina il tema classico rivisiatandolo totalmente. Da qualsiasi angolazione la si osservi si ha la sensazione di una composizione vivente e non imprigionata nel marmo. Un assoluto equilibrio di bellezza fisica e spirituale. La vergine tiene in grembo il Cristo come se fosse un bambino addormentato ed è  più giovane del figlio. Immagine della perennità della purezza verginale, antecedente all’essere donna. Un’idea di purezza che travolge il tempo cristallizzato nella morte del figlio.

L’opera successiva è il David, un’opera prestigiosa per un artista di soli 26 anni.Un enorme blocco di marmo difettoso che giaceva, in attesa, delle mani di Michelangelo che lo estarrà dall’informe. L’artista metterà mano nell’inerme e ne estrarrà la forma. Un tutto tondo visibile nello spazio stando dentro allo spazio. Come Dio creò la prima scultura, l’uomo, così Michelangelo creò il corpo del David. Un corpo che innova il canone della bellezza maschile rinascimentale.  Un corpo atletico al culmine della forza giovanile espresso da forme nate da uno studio attento dei particolari anatomici, come la torsione del collo attraversato da una vena e dalla struttura dei tendini, la tensione muscolare delle gambe; contratta quella di destra su cui si appoggia il peso, distesa quella di sinistra, che si allunga per il movimento, e la perfetta muscolatura del torso. Una statua greca in un tempio fiorentino.

In quest’opera Michelangelo deve dimostrare l’eccellenza assoluta della sua mano. E ci riesce, ma, tutto questo si conclude con la Cappella Sistina, dove Michelengelo deve diventare un pittore. Una nuova sfida, la superficie piana. Dopo, tutte le sue sculture saranno dei non finiti, in una ricerca artistica che durerà fino alla morte, dentro quel che lui stesso definiva: “l’arte che viene creando per via di levare, piuttosto che di porre”.

Medici padrini del Rinascimento: Magnifici Medici

Il secondo appuntamento dedicato da History channel alla Famiglia dei Medici dal titolo Magnifici Medici prende in esame l’eclettica personalità di Lorenzo de Medici.

A metà del XV secolo la famiglia dei Medici si è fatta potente con la forza e sotto la protezione del suo signore si innalzerà l’arte dei grandi artisti  Botticelli, Leonardo e Michelangelo a vette altissime. Ma tanta gloria porta anche nemici e nel 1446 la famiglia Medici è in pericolo, si teme un colpo di stato da parte di famiglie rivali, Piero de Medici sta per tornare a Firenze scortato dai due figli Lorenzo e Giuliano, suoi eredi. In testa al corteo Lorenzo, il capofamiglia. L’obiettivo dell’agguato è Piero ma, Lorenzo con uno stratagemma salverà il padre. In seguito radunerà un pugno di armati pronti a difendere l’impero creato dal nonno Cosimo I°.

E’ chiaro che la grande ostilità e il risentimento della città nei confronti dei Medici li rende vulnerabili, hanno bisogno di alleati. Per la prima volta escono dalla città per trovare una sposa, un atto di convenienza politica che permetterà loro di legarsi ad un’importante famiglia dell’aristocrazia romana: Clarice Orsini che porta in dote, fama, nobiltà, conoscenza e potere militare. Il matrimonio segna linizio di una nuova e vibrante era. Firenze assume una nuova identità e diverrà un’industria d’arte e di pensiero. Una città che farà del fermento creativo un tripudio di organizzazione. A partire dal giovane Sandro Botticelli che parteciperà attivamente al mito dei Medici.

Ma sono anche anni difficle, muore Piero e Lorenzo appena ventenne, accetta la cura della città e dello stato. Diventa l’uomo più importante della città, l’intera Firenze è nelle sue mani. E’ astuto e intelligente, sa che deve consolidare la politica del nonno e del padre, sa che il popolo può aver voce in capitolo e sa che deve aumentare il suo potere. E’ un  fine diplomatico ed un accorto politico. Adotta un sistema di lealtà simile a quello mafioso, il governo è distante mentre l’uomo che esercita il potere è la realtà, è il trionfio del clientelismo che favorisce gli amici degli amici e i seguaci. Lorenzo è una sorta di ditattore. Vuole inviare al mondo un messaggio chiaro: ho il potere e i soldi!

E’ stato educato a diventare un erudito, ha ricevuto un’educazione umanistica. Nei suoi salotti rende possibile lo sviluppo del libero pensiero, agevole l’arte e la cultura. In un mondo governato dal pensiero religioso, Lorenzo crede fortemente nella libertà: Quant’è bella giovinezza. che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: del doman non c’è certezza. Gli piace divertirsi, ha carisma, è l’anima della città.

Le possibilità della “virtute” umana, il fervido interesse per i problemi della città terrena, il senso della stretta connessione fra vita politica e cultura, gli elementi insomma dell’umanesimo civile fiorentino sembrano incrociarsi con un nuovo stato d’animo, in cui prevale una tendenza a cercare  nella cultura o nell’arte un separato e sereno rifugio. Queste pulsioni vengono incarnate nella pittura del giovane Botticelli che si allontana dal tema religioso e da vita ad opere d’arte completamente innovative. La Primavera è pura fantasia, è ispirata dalla poesia ed è il trionfo della sua fervida immaginazione. La giovinezza a cui si allude non è solo quella, più ovvia, dell’età giovanile, ma è una giovinezza di spirito, che per essere mantenuta va nutrita di Natura (il giardino pieno di fiori), Grazia e Virtù (Tre Grazie), uso della Ragione (Mercurio, simbolo della ragione e del buon consiglio), Amore (Cupido) e Bellezza (Venere), creatura pagana simbolo della fertilità.

Mentre il mondo di Lorenzo fiorisce qualcuno lotta per distruggerlo. Il controllo del territorio è minacciato dai Pazzi, la seconda famiglia più ricca di Firenze, sono banchieri e nobili. Lorenzo li ha emarginati e tenuti lontani dalla politica. Decidono di tornare al potere eliminando tutti i rivali medicei. Il giorno di Pasqua, nel Duomo, nel corso della messa, Giuliano viene pugnalato 19 volte, muore all’istante. Lorenzo, ferito si rifugia nella sagrestia. La congiura è fallita e la punizione sarà durissima. Tutti i traditori vengono annientati.

Lorenzo è sconvolto dal dolore e entra in conflitto con il Papa che lo scomunica. Parte per Napoli in cerca di alleati. Stipula un accordo con Ferdinando. Firenze è libera e Lorenzo viene acclamato come il Magnifico. Adotta il figlio del fratello per proteggere la dinastia. Il mecenatismo è un ottimo modo per assicurarsi il controllo su tutto.

Nella bottega del Verrocchio individua un giovane artista, Leonardo da Vinci, che si distinguerà su tutti, il suo talento è impossibile da ignorare. Leonardo si fa notare ma, Botticelli non sta a guardare e ispirato dall’arte classica dipinge la “Nascita di Venere”, una celebrazione dell’amore come forza della natura, una matrice pagana che viene celebrata per la glorificazione del corpo fisico.

Ma la libertà di pensiero che Lorenzo ha portato a Firenze fa paura ad un monaco domenicano, Savonarola, che si convince che la città sia in pericolo. Fanatico moralista, si schiera contro qualsiasi arte visiva che non fosse di carattere religioso, ossessionato dal fervore mistico indirizza il suo odio contro la società corrotta del tempo e in particolar modo contro Lorenzo, il perno di tutti i peccati.

1487 muore a 34 anni l’amata Clarice e Lorenzo sconvolto dal dolore incanala le sue energie nell’arte, istituendo la prima scuola a disposizione di tutti i nascenti talenti. E’ qui che incontra l’allora 13enne Michelangelo e lo mette subito sotto la sua protezione consentendogli di crescere assieme ai suoi figli. Un rapporto che crebbe giorno dopo giorno, una relazione molto intima tra mecenate e artista.

Il moralismo di Savonarola, convinto che Lorenzo porterà alla rovina Firenze,  comincia a dare i suoi frutti e la città si divide. Il momento è delicato. Lorenzo si ammala. Sa che sta per morire e ha bisogno di qualcosa: la redenzione dai peccati commessi. Temendo la dannazione eterna chiede l’assoluzione a Savonarola  che lo maledice.

All’età di 43 anni, muore temendo l’inferno. Savonarola coglie la sua occasione e al grido di “pentiti Firenze finché sei in tempo”  da inizio ad un’era di integralismo. Tutti i simboli dell’esuberante mondo di Lorenzo diventano cenere nel famoso Falò della vanità e Firenze  guidata dal fanatismo estremo  diventa l’immagine dell’inferno in terra.

Il bis di Augias

L’appuntamento quotidiano de Le Storie – Diario italiano raddoppia e alle 20.10 ci offre la possibilità di rivedere e riascoltare tematiche interessanti con la replica nel preserale di Raitre.  Con una scelta che non ha precedenti, la rete farà così conoscere il meglio del programma di  Corrado Augias  ad un pubblico decisamente “nuovo”.

L’incontro con Anna Coliva direttrice della Galleria Borghese, è per parlare di un luogo fantastico e di una mostra di tante opere che hanno lasciato il Louvre per tornare “a casa”. Evento eccezionale e unico la mostra celebra il patrimonio storico e culturale che per la prima volta dopo 200 anni ritorna nella sua collocazione originale, ossia Villa Borghese.

Il suo creatore fu il Cardinale Scipione Borghese, nipote di Papa Paolo V Borghese, che nel Seicento concepiva come “teatro dell’universo con ogni sorta di delitia che desiderare et haver in questa vita si possa”. Appassionato di ogni forma d’arte, soprattutto antica e contemporanea  radunò sotto il suo tetto sculture antiche e tele di numerosi autori  poi, nel 1807 Camillo Borghese marito della bellissima Paolina Bonaparte vende  gran parte della collezione a suo cognato e da allora tutte queste preziosissime opere d’arte risiedono al Louvre. Per il giovane museo, inaugurato solo nel 1793 le acquisizioni arricchivano le raccolte con la più grande collezione privata d’antichità del mondo. Alcune sculture, come  Il Gladiatore, avevano suscitato grande ammirazione fin dai tempi del Rinascimento, altre erano ritrovamenti più recenti, provenienti da scavi condotti nei dintorni di Roma su terreni di proprietà dei Borghese.

“I Borghese e l’Antico” è il titolo della mostra che ricolloca  statue,  busti,   bassorilievi,   colonne e i diversi vasi che sono stati riposizionati esattamente dov’erano collocati prima di lasciare l’Italia. I visitatori possono così contemplare l’Ermafrodito, che Bernini restaurò nel 1619,  trasformando il naturale appoggio marmoreo in un materasso sul quale la figura era mollemente adagiata e il Seneca morente, una Baccante alta due metri e venti; le Tre Grazie e il Supplizio di Marsia; il gigantesco Vaso Borghese con scene dionisiache, del 30 a. C. e tanto altro.

E se tutte le opere d’arte sparse nel mondo tornassero lì ove in origine erano collocate? Alla domanda del conduttore: “Dipendesse da Lei, restituirebbe i fregi del Partenone alla Grecia o li lascerebbe al British Museum di Londra?” Anna Coliva: ”Che domanda terribile!” risponde la storica dell’arte. “Gli Inglesi li hanno presi ma li hanno anche conservati benissimo. Le cose sono di chi se le merita. Noi non abbiamo tenuto tante cose perché non le abbiamo volute. I proprietari di tante opere d’arte, le grandi famiglie non hanno mai esitato a vendere i propri gioielli  per continuare a vivere agiatamente. Adesso stiamo facendo lo stesso vendendo pezzi di paesaggio. Vendere il nostro paesaggio serve a chi vuole continuare a mantenere un certo tenore di vita con l’idea che sia sempre meglio che lavorare.”

Triste e amara conclusione. L’arte è un meraviglioso universo parallelo che permette di viaggiare nel tempo ammirando le opere, mentre si è osservati dagli sguardi vigili e immortali dei capolavori di ogni epoca. Tutta la villa è stata concepita e decorata in funzione dell’ opera che ospitava. Basta posare lo sguardo ovunque per rimanere senza fiato. Capolavori d’altri tempi che segnavano l’importanza di chi li possedeva. In passato dunque era l’arte che creava l’immagine della potenza,  oggi il denaro, arido esempio di valore contemporaneo.

Leonardo l’ultimo segreto

E’ un docufilm quello trasmesso da National Geographic Channel dal titolo: Leonardo l’ultimo segreto, è la cronistoria di uno dei grandi misteri della storia dell’arte: la battaglia di Anghiari, l’affresco che Leonardo da Vinci realizzò nella Sala del Maggior Consiglio della Repubblica di Palazzo Vecchio a Firenze, e che scomparve 500 anni fa. C’è chi ha dedicato la propria vita ad indagare questo mistero: è l’ingegnere Maurizio Seracini, Direttore del Center of Interdisciplinary Science for Art, Architecture and Archaeology dell’Università di San Diego, che da trentasei anni è impegnato nell’individuazione.

Le immagini dal ritmo incalzante seguono le ultime fasi del lavoro di Maurizio Seracini e del suo team e ci coinvolgono in  un’appassionante caccia alla celebre e sfortunata Battaglia di Anghiari. Si tratta dunque del tentativo di ritrovare dietro il muro che attualmente ospita l’affresco del Vasari (incaricato di ristrutturare la Sala del Maggior Consiglio che divenne il Salone dei 500),  il capolavoro di Leonardo all’interno di un muro. Avvenne veramente? Se sì, dove si trovava l’affresco di Leonardo?

Metodologie moderne quali radar, sonde e termografie, sono a disposizione di studiosi, architetti e restauratori, che meticolosamente si apprestano a perforare il muro per trovare una traccia che avvalori la tesi che vorrebbe l’opera di Leonardo nascosta dietro l’affresco del Vasari. Una prova essenziale per Seracini è rappresentata dalle parole “Cerca trova”, impresse sopra uno stendardo dipinto nell’affresco del Vasari, una pista?

I metodi da adottare devono essere poco invasivi o si rischia di rovinare un capolavoro che attira migliaiai di turisti e amanti dell’arte, la situazione è difficilissima, l’area è vasta e le pressioni sono tante. Il maestro non completò l’opera tuttavia la Battaglia di Anghiari,  venne copiata da numerosi artisti, è possibile ricostruire il modello, determinarene le dimensioni  e proiettarlo sulla parete per tentare di individuare la sua giusta collocazione. Non sono ammessi errori, i rischi sono altissimi, è possibile causare danni ingenti, irreversibili e nonostante la riservatezza dell’operazione la stampa è a conoscenza dei tentativi e preme curiosamente per sapere l’esito. Scoppiano le polemiche: alcuni studiosi giudicano la perforazione pericolosa per l’affresco. L’inizio delle indagini endoscopiche viene posticipato e, alla fine, si decide di procedere con i lavori solo nelle crepe gia’ esistenti nell’affresco o nelle zone precedentemente restaurate.

Si individuano 14 punti di sondaggio, ma il permesso ammette solo 7 fori.  La priorità è salvaguardare un Vasari certo a scapito di un Leonardo incerto. La sonda dotata di una microcamera permette al team di ricercatori  di vedere cosa c’è al di là del Vasari e raccogliere informazioni necessarie per ulteriori analisi.

La tensione è alta, la sonda penetra il muro fino a 17 centimentri per sei volte è il momento della verità. Speranza e ansie si intrecciano. Dopo i vari tentativi, nulla. Il buon esito delle ricerche è appeso a un filo e la battaglia di Anghiari rischia di restare ancora un mistero. Il team di ricerca comunque ha confermato,  l’esistenza di un vuoto inizialmente individuato sulla parete dove Vasari ha dipinto il suo affresco e il muro retrostante. La scoperta suggerisce che Vasari potrebbe aver voluto preservare il lavoro di Leonardo erigendo una parete di fronte all’affresco.

L’ultimo tentativo non ottiene il permesso, si deve abbandonare tutto. Dopo 36 anni di studi il  mistero resta tale. La disperazione è alle stelle “mi sento impotente e completamente solo” dice, sconsolato il professor Seracini e come spesso accade in un ultimo disperato tentativo, la sonda penetra nelle parete e, colpo di scena eclatante, ecco affiorare, proprio sotto la scitta “cerca, trova”  pigmenti colorati.  Il campione dimostra in maniera non definitiva che la tesi del professore ha elementi per credere che il dipinto di Da Vinci, che per lungo tempo è stato considerato distrutto a metà del sedicesimo secolo, possa ancora esistere dietro l’affresco del Vasari.  Purtroppo, troppo poco per continuare le ricerche. Dunque a oggi il mistero rimane tale ma, la ricerca continua…

Fazio ospita l’arte e la cronaca

fabio-fazioLa rubrica di storia dell’arte e della pittura a cura del professor Flavio Caroli apre l’appuntamento domenicale della trasmissione di Rai3 , “Che tempo che fa”. Quadro dopo quadro il professore, dal carisma divulgativo, ci ha condotto fino all’arte moderna di due grandi realisti: Edward Hopper, statunitense e Giorgio Morandi, bolognese.

Due vite parallele, anche se sconosciuti l’uno all’altro , ma con un denominatore comune: l’intera vita dedicata alla pittura, concentarti nei misteri della pittura tonale, perduti nella realtà visiva profonda.  Due vite monacali, con opere accumunate dal mistero impenetrabile della visione delle cose.

Hopper,  rappresentò ripetutamente, nei suoi dipinti, le diverse ore del giorno, mettendo in evidenza gli effetti della luce in vari contesti umani, utilizzando il tempo come espressione e riflesso di umori e stati d’animo. Morandi, il pittore del silenzio, concepisce la pittura come “esercizio quotidiano per l’occhio, la mente e l’anima”. Un  lavoro e una ricerca inquieta del pittore bolognese, affinata in un lungo confronto con la realtà.

Una visione ampia, ottenuta grazie al confronto  dell’arte dell’ americano con quella dell’ italiano, una visione che mette in evidenza i  colori  netti e abbaglianti, senza ombreggiature o sfumature, geometrie e  piani dell’ambiente lineari, dritti, quasi astratti, della loro produzione. Inconsciamente, hanno dipinto la solitudine, entrambi sedotti, da quel magico gioco di colori e di piani sotto la luce naturale o artificiale che inonda l’occhio umano.

Dall’arte al sorriso di Claudio Bisio & Teo Teocoli, inedita coppia di attori, che presentano in anteprima nazionale, Bar Sport, nelle sale dal prossimo 21 ottobre, diretto da Massimo Martelli e tratto dall’omonimo romanzo di Stefano Benni. Il Bar Sport è un mondo parallelo, un luogo di incontro e punto di riferimento per gli abitanti del paese che trascorrono le giornate giocando a carte e sfidandosi in interminabili partite a calcetto, è lì che si incontrano personaggi come il tecnico (Bisio), il playboy (Teocoli),  il nonno, il professore, il tuttofare e lo scemo del bar. “Adesso c’è l’apericena o l’happy hour , una volta c’erano i “babbomorto” ovvero quelli che consumavano  e  pagavano a babbo morto”…

Con Ezio Mauro, giornalista, da quindici anni e  direttore de La Repubblica, si volta pagina, lasciando il sorriso alle spalle per calarci nei  fatti di Roma. “Perché solo a Roma e che conseguenze avrà” è l’esordio dell’intervista. “Scene terribili di una violenza che non sa nemmeno contro chi si rivolge ma è necessario salvare le ragioni di una protesta che parla del nostro futuro”.

Roma si è riempita di cappucci neri, un raduno annunciato dal tam tam di internet, divenuto un potente mezzo aggregativo, ma non selettivo. Così, Roma ha dato  l’appuntamento alla violenza come obiettivo, gente che ha voluto devastare vetrine e auto,  gente che ha saccheggiato, bruciato, distrutto, gente che voleva lo  scontro con la polizia, senza un reale motivo. “Non dobbiamo farci ingoiare dal vortice della violenza” dichiara Ezio Mauro, “i motivi dell’indignazione e della manifestazione non devono essere mescolati con il lancio di sassi e molotov, i ragazzi gridavano il loro diritto al lavoro, vogliono un futuro diverso, chi ha lanciato un sasso non ha colpito la classe dirigente”.

Infine, collegata in diretta dal set del film, E’ nata una star, Lucianina fa la sua entrata con la colonna sonora di Love story e una poesia che la comica dedica al “suo” conduttore una struggente poesia, in cui Fazio, senza Luciana è “una damigiana senza tappo… un calzino senza il buco… un lucchetto senza Moccia, ma soprattutto un pirla senza che nessuno glielo dica”. Si passa alle notizie della settimana: la festa di compleanno di Putin, a cui la Littizzetto avrebbe voluto essere invitata. Cos’avrà regalato Berlusconi a Putin? “Una matriosca di escort una dentro l’altra…”.

Ancora ottimi ascolti per il programma di Fabio Fazio che ci ha abituati a puntate di Che tempo che fa che catturano l’attenzione di milioni di persone, segnando la fine della settimana televisiva e dando simbolicamemte il via a quella successiva.

Il tratto sognatore di Renzo Piano

L’architetto Renzo Piano spiega alle telecamere di Nat Geo su Sky, il ruolo fondamentale dell’architettura nel realizzare moderne strutture ecosostenibili.

Il tratto più intrigante dei grandi personaggi è la loro capacità di sorprendere. Renzo Piano, ad esempio, architetto di fama internazionale che ha firmato decine di edifici entrati di diritto nella storia dell’architettura, non si considera affatto un maestro, nemmeno dopo i numerosi riconoscimenti attribuitigli.  “Nella mia vita ho avuto modelli straordinari, ma ho capito fin da ragazzo, quando ero ribelle, che dei maestri si ha rispetto, ma che poi bisogna liberarsene. Ogni anno apro le porte del mio ufficio a 15 ragazzi di tutto il mondo: lì, fra progetti complessi e gente di tutte le nazionalità, nello stare a bottega si esercita la maestria. In questo gruppo accade che io esprima di tanto in tanto le mie convinzioni, ma non vuole essere la lezione del professore… L’architetto è un’altra cosa, ma se per maestria si intende la parte invisibile del nostro mestiere – la curiosità sociale, la passione umanistica, lo sforzo di ascoltare e conoscere la gente –, allora sono un architetto. Senza questa dimensione invisibile, il nostro lavoro si riduce ad accademia, forma vuota”.

Ecco che Piano ci sorprende, parlando dell’invisibile da cui nascono i suoi edifici. Eppure, l’architetto ha a che fare con questioni molto concrete. Oggi,  non può ignorare il cambiamento climatico, la rivoluzione energetica, l’allarme per la cementificazione… “Il secolo si è aperto su una nuova consapevolezza, la fragilità della terra, che però non va vista come una specie di castigo per l’architettura, bensì come una sorgente di ispirazione. Tutte le grandi innovazioni sono scaturite da fenomeni sociali vasti e profondi, non da elementi stilistici. Oggi gli edifici devono palpitare del respiro della terra, perciò bisogna fare attenzione al luogo in cui si collocano, capire da dove arriva il materiale, immaginare che cosa accadrà fra 100 anni quando verrà riciclato, valutare il consumo energetico… Personalmente, sono attirato dall’energia eolica, solare e geotermica, di cui il nostro Paese è ricco, mentre non mi interessa quella nucleare. Ecco, combinare tutti questi elementi non è una sofferenza, ma una fonte di ispirazione che induce a inventare nuovi linguaggi”.

Dunque come tutti i geni, anche questo “umile costruttore” si carica di una miscela di ansia e di attesa per dar vita a nuove progettualità frutto “dell’arte del provare” e della connessione di vari aspetti, ma sempre privilegiando l’uomo e l’ambiente in cui vive. Renzo Piano con il materiale gioca e ama la luce, “la luce è uno dei materiali più importanti, non tiene assieme l’edificio, ma gli da un’aura, Londra è una città grigia, ma con tanta voglia di di colore, New York è caratteriale e dopo la pioggia diventa,blu!”

Un progetto mette assieme apparentemente cose disarmoniche, ci spiega, “bisogna essere costruttori e sognatori”, e forse è proprio per questa grande spinta emotiva e motivazionale che oggi i suoi studi si indirizzano sempre più, alla natura e a un modo diverso di costruire, un divenire continuo che non è solo necessita etica e morale, ma anche desiderio di esplorare. Un altro modo di fare architettura che dialoga  con l’ambiente: ” Quando assumiamo l’incarico, cerco di attenermi in maniera ferrea a una regola: non toccare la matita se prima non sono andato avanti e indietro sul posto con le mani in tasca, cercando di capire, ascoltare, cogliere l’essenza, in silenzio. I luoghi, come le persone, parlano, basta saperli ascoltare. Ogni progetto è un’avventura, un terremoto: non bisogna affrettarsi, ma accettare l’attesa, l’ansia, la sofferenza; saper guardare nel buio, con coraggio, altrimenti ci si rifugia fra le braccia rassicuranti di mamma memoria, ripetendo quello che si è già fatto.

È impossibile ricordare tutti i capolavori creati da Piano, seminati nel mondo come “pezzi”, che vogliono integrarsi “naturalmente” nel tessuto culturale, sociale d’origine, sicuramente ognuno di essi reca la firma di un architetto avventuroso, che trae ispirazione da ciò che incontra, rimanendo contaminato e arricchito dalla realtà. Una visione dell’architettura, alla quale si perviene dopo anni di domande e tentativi concreti. Un architetto  che ci ha  mostrato, umilmente,  che l’atto creativo è una sfida dell’ingegno. Così, l’antica arte di produrre ripari si slancia oltre l’aspetto dell’utilità, nel tentativo di rappresentare e alludere a qualcosa di più, facendo della necessità un mezzo di espressione e celebrazione.

“È facile creare forme nuove, ma è difficile, fare forme nuove che abbiano un senso”.

 

 

Le tante scale di Scala

Torna alla HomepageLungo la nostra penisola esistono infiniti borghi, piccoli paesi o città che nascondono scorci e panorami di ineguagliabile bellezza. In onda su Marco Polo “Campanili, l’Italia nascosta” ripercorre la memoria e la tradizione che si trovano  nelle migliaia di piccoli comuni italiani, un  mosaico di infinite tessere, con infinite realtà. Ogni località, dal piccolo borgo al paese più grande, ha un’anima che è memoria della tradizione ma anche spirito vivo, vitale. In ogni puntata tante le storie all’ombra dei Campanili d’Italia e l’odierno viaggio  giunge a Scala, il più antico paese della costiera amalfitana.  Un piccolo borgo  chiamato Castrum Scalellae a  un passo da Amalfi, fondata nel IV secolo dai Romani naufragati mentre si recavano a Costantinopoli.

Ci sono tante scale perché si trova in pendenza e per raggiungere ogni posto si deve salire, un paese fatto di gradini per i passi degli uomini e gli zoccoli degli asini…arroccato sulla cima della montagna a cinque minuti dal mare, anzi, su  spigoli taglienti e  costoni rocciosi che cadono a picco e infatti partecipò alle vicende della Repubblica amalfitana e raggiunse con il commercio grande floridezza economica e splendore monumentale, concretizzatasi con un grande numero di chiese e di palazzi tutti uniti dai gradini.  E scale dopo scale si arriva alla sommità  a 360 metri di altitudine, proprio sopra ad Amalfi. Forse fu rifugio dei cristiani durante le persecuzioni romane e forse a ciò si devono le numerose testimonianze a carattere religioso, tante le chiese, tanti gli uomini buoni che divennero santi, nel 1600 vantava ben 36 chiese!

Scala che ora è chiaro perché si “chiamma accussì”, ha avuto una famiglia molto ricca e particolare, i Saxo a cui appartenne il nobile Fra’ Gerardo, che nel secolo XI fondò l’Ordine degli Ospedalieri di Gerusalemme, poi divenuto Ordine dei Cavalieri di Malta. Tutti in paese conoscono la storia di questo personaggio che ha gettato un ponte tra oriente e occidente, un uomo libero e intelligente capace di cambiare un pò il mondo, in meglio.

Dunque un paese di scale, di santi, di montagna,  di mare e di una torre contesa, che domina il paesaggio, nata per la difesa e che ora rientra spesso nelle cartoline amalfitane ma come ci tengono a precisare gli abitanti, non è di Amalfi!  Attraverso un sentiero dentro il cuore della montagna si arriva  alla famosissima Torre dello Ziro, perfettamente individuabile anche dal mare sulla cima della dorsale stessa. Il nome arabo le fu attribuito a causa della sua forma cilindrica, che somigliava a quella di un contenitore tipico per la conservazione di olio e cereali. La torre dello Ziro fu costruita per arginare il pericolo dei saraceni, una torre di avvistamento e di difesa che ha il suo  alone di mistero legato alla leggenda della  triste storia della duchessa di Amalfi, Giovanna d’Aragona che qui fu rinchiusa e uccisa insieme ai suoi figli. Si dice che proprio la Torre dello Ziro fu la prigione e la tomba di Giovanna la Pazza, la regina di Spagna, figlia illegittima di Ferdinando I d’Aragona che all’età di dodici anni, andò in moglie al duca di Amalfi Alfonso Piccolomini. Uomo dissoluto e corrotto, il duca in capo a pochi anni la lasciò vedova e madre di due figli, alla guida di un Ducato praticamente in rovina. Giovane, ma soprattutto caparbia, riuscì a risollevare il governo e, all’epoca una donna non era ben vista se possedeva doti di indipendenza e capacità organizzativa, dunque scandali,  pettegolezzi e maldicenze accompagnarono Giovanna fino all’oramai nota etichetta di  “la Pazza”, i fratelli decisero di soffocare lo scandalo, cosicché lei ed i suoi bimbi vennero rinchiusi nella torre, e qui vi rimase fino alla sua naturale “forma liberatoria” dovuta alla morte…

Pontone frazione di Minuta prov Salerno.jpg (558×415)Scala in conclusione è un piccolo borgo dai tanti colori, dai visi rugosi, dagli scorci mozzafiato e  con così tante scale che per trasportare i pesi sono più utili gli asini delle macchine. Il visitatore di questa antica e nobile località, ricca d’arte e di cultura, o l’amante di trekking,  potrà ammirare paesaggi inconsueti,  camminare nei percorsi alla scoperta dei più suggestivi scorci sul mare per riscoprire il fascino rurale e la tranquillità della montagna, perché Scala offre nel suo paradiso terrestre sospeso tra cielo e mare la sua grande ospitalità.

 

MANET: un destino di colori

Puntata speciale di Che tempo che fa. Fabio Fazio   avvalendosi della competenza, del gusto raffinatissimo e della fine arte oratoria di Flavio Caroli, protagonista insieme allo scrittore Andrea Camilleri, ci porta nel  mondo colorato di Edouard Manet con la sua rubrica d’arte e pittura.

Dirigendo con maestria il pubblico tra le pieghe delle suggestive emozioni suggerite dalla ricerca di nuove espressioni pittoriche di un Manet che rifiuta l’impressionismo e preferisce mostrare scene di vita quotidiana della borghesia parigina invece di scene mitologiche e allegoriche.  Caroli inizia il suo racconto precisando che Manet, pur essendo amico di Monet non volle mai essere identificato col gruppo degli impressionisti, né partecipò mai alle loro esposizioni. Manet sceglie temi tradizionali attualizzandoli, “realisticamente”. Un realista classico, innamorato della pittura del passato, un pittore della vita moderna  al quale piaceva dipingere temi di cronaca del tempo.

Vuole dipingere la luce, ai cui effetti è interessato. Cerca dunque ciò che rifletta la luce o produca materiali effetti di chiaroscuro, ed il corpo umano nudo è un ottimo prototipo per la tecnica del contrasto cromatico e luministico, qui usato quasi con intento dimostrativo. “Olympia” prostituta dell’alta società parigina, è distesa in una sinfonia di bianchi, una voluta ambiguità dei passaggi tonali bianco su bianco, omaggio alla virtù, giocato con l’estrema ironia del nero su nero che ben esaltano il doppio senso dell’immediata comprensione dell’immagine. La testa della serva e il gattino nero, ai piedi della donna scompaiono quasi nella oscurità dello sfondo. Il bianco delle lenzuola viene rilevato con sovrapposizioni di pennellate grigie, mentre il corpo nudo della donna si presenta di un bianco uniforme in un esercizio di virtuosismo stilistico del tono luminoso in bilico tra il bianco-luce e il nero-oscurità.

Monet che dipinge sull’atelier galleggiante” è un piccolo olio su tela realizzato da Manet nel 1874, testimonia la vicinanza e l’amicizia tra i due artisti Manet e Monet. Il dipinto, rimasto incompiuto, ritrae il pittore Monet di profilo, intento a dipingere su un battello, in compagnia della moglie; I colori dominanti sono quelli della natura, ma soprattutto quelli dell’acqua, su cui si riflette il paesaggio circostante: un piccolo borgo sulle rive della Senna. L’acqua è dipinta secondo la tecnica di Monet, con piccoli tocchi di colore azzurro, verde, giallo e rosa; questa tecnica dona vitalità e movimento al fiume. Oltre lo scafo, è visibile la sponda della Senna, e, sullo sfondo, il verde della natura si mischia con il grigiore delle fabbriche della periferia parigina.

Dopo l’esecuzione di Nanà, quadro bellissimo, semplice, con ancora protagonista una prostituta, Henriette Hauser, in  deshabillè, intenta ad incipriarsi il viso, leggera e profonda, Manet si prepara al suo capolavoro, il celeberrimo “Bar aux Folies Bergère”. Suzan, cameriera alle Folies-Bergère, è raffigurata nello scenario dove abitualmente lavora. In questo momento, parzialmente paralizzato, utilizza l’effetto dello specchio, un gioco di prospettive, il moltiplicarsi degli effetti luminosi al di là di quell’inverosimile specchio, lei che sembra ascoltare apaticamente un cliente, e poi ancora, l’animata società parigina riflessa alle sue spalle, il tutto contribuisce a creare poesia e musicalità sulle luci sui mandarini e sui fori, luci sulle bottiglie, luci sul fondo riflesso nello specchio, tutto questo a fianco della barista malinconica e apatica nella sua sensuale bellezza, appariscente e voluttuosa, occhi  stupendi ma, senza sguardo o con lo sguardo altrove. Grande psicologia dell’attimo, grande tratto della pittura realista.

Tutti questi quadri sono la dimostrazione inequivocabile di come la pittura di Manet sia decisamente moderna, sul piano della visione, rispetto a quella del passato. E’ un arte rara, una psicologia catturata in profondità, ed è lì Manet!