E sull’Italia scoppiò un’altra bomba

Palinsesti scombussolati e telecamere puntate davanti al piazzale della scuola “Morvillo-Falcone” di Brindisi, sconvolta dall’esplosione di una bomba. Il fermento televisivo si rincorre nei telegiornali con parole e immagini che cercano spiegazioni e tentano di capire la  nuova tragedia che ha colpito inaspettatamente Brindisi e di riflesso, l’Italia. Un attentato, vile, crudele, terribile. Un duro colpo inferto all’Italia. Un  attacco senza precedenti.Un fatto anomalo. Le ipotesi si dibattono tra, la pista mafiosa, l’atto criminale di un folle, la volontà di destabilizzare il paese già in preda ad un  momento politico delicatissimo. Un quadro complesso a partire dal nome della scuola, che rievoca un film già visto, la data, molto vicina alle rievocazioni, il clima italiano, sotto elezione, basta  e avanza per mettere ansia,   per preoccupare le istituzioni e i cittadini.

Su tutto, rimane lo sgomento e l’inaccettabilità che un disegno criminale trovi il suo epilogo colpendo, volutamente, delle giovani donne.  Una studentessa di 16 anni è morta, Melissa Bassi, un’altra è gravissime condizioni in ospedale. Altri sei  sono rimaste ferite. Vite spezzate per un motivo che va oltre la logica, un altro fardello che ha colpito il paese a cui bisogna reagire con indignata determinazione. In un Italia che si dibatte tra  drammi economici e attentati criminali, bisogna ammainare le bandiere per affrontare, uniti, le sfide del presente, per andare verso un futuro e sconfiggere in primis questo attacco frontale alla società civile. E la reazione si è fatta sentire, la gente della Puglia, coraggiosamente,  ha manifestato, per vincere la paura, per testimoniare che l’Italia vuole cambiare e guardare al domani.  Anche il mondo della politica interrompe le polemiche e chiede allo Stato una risposta contro la violenza e il terrore, uniti, per garantire quello che negli ultimi tempi era solo un’illusione: democrazia e serenità.

In assenza, al momento, di rivendicazioni o di una pista che prevalga decisamente sulle altre, un imput investigativo importante potrebbe arrivare dagli esami e dai rilievi tecnici che vedono attualmente impegnati gli specialisti di polizia e carabinieri. Dal tipo di ordigno e di innesco e dai materiali usati, potranno ricavare indicazioni decisive, utili a circoscrivere l’origine dell’attentato. Criminalità organizzata, racket delle estorsioni, malavita locale, ritorsione, nessuna ipotesi puo’ per adesso essere esclusa.  Su tutto, la certezza del gesto eclatante, fortemente simbolico, che voleva dare la morte, proprio in quella  scuola, dove la cultura antimafia, cammina con le nuove generazioni. Tra l’altro era in programma a Brindisi il passaggio della carovana antimafia.  Restano a terra i libri a spaginarsi al vento, esile testimonianza del tentativo di riscatto in una terra di mafia e criminalità, dove le bombe erano state usate per estorsione, mai, per colpire ragazzine. Qui l’intento omicida è evidente.  Nella teoria del terrore, della paura, le alchimie si fondono e lasciano una ferita profonda.

Una modalità terrificante, crudele,  l’efferatezza rivela, che si vuole creare il massimo del terrore possibile. L’esplosione ferisce, lacera, ustiona. Colpire al cuore i cittadini, le famiglie che mandano i figli a scuola, al “sicuro”…in quella scuola, dove si insegna a scardinare le regole mafiose. Una scuola che porta il nome di Falcone. Una scuola che ha raccolto il grido di battaglia di Falcone, contro la tradizione mafiosa.  Una scuola importante, perché è un simbolo per chi vuole combattere la mentalità della criminalità e vuole uscire dalla morsa dell’illegalità. Giovani vite che, acculturate, possono ribellarsi alle regole ferree che tengono unite le maglie del crimine.  Perché con la paura si impedisce la coscienza critica che consente la libertà di scelta. L’unico modo per sconfiggere la logica della paura è il coraggio di opporsi, come hanno fatto Falcone, Borsellino e tanti alti e come immediatamente ha fatto la Puglia, scendondo in piazza, unita, compatta, perché non possiamo arrenderci alla violenza che, rimane un fatto unico nella storia del nostro Paese, si è svolta in una scuola… e il tema dei prossimi giorni, sarà: CHI? Chi, ha osato, tanto?

Basta con le classificazioni umane

Enrico Mentana è disorientato, la funzione del telegiornale è quella di informare e dare priorità alle notizie che accadono durante la giornata. “Ci sono giornate in cui il nostro lavoro si sostanzia di più, qual’è il fatto prevalente? Le ore decisive per la nostra riforma del mercato del lavoro oppure quella raccapricciante dove il movente razzista ha seminato morte?

Mio malgrado, opto per la seconda.  Vorrei non ascoltare più simili notizie, vorrei che non ci fosse un presente cupo e un futuro minaccioso. Il ventre razzista umano ha partorito un’altra strage. Ore 8 del mattino, l’umanità riprende a svolgere la quotidianità e i bimbi entrano nelle aule, ma quelli della scuola ebraica di Tolosa si sono trovati difronte un killer che ha cominciato a sparare.

E’ solo l’ultima follia di un maniaco pronto a tutto e  che ha già ucciso in nome dell’antisemitismo e quando si semina morte in nome di una classificazione umana tutte le altre notizie  scalano e si ridimensionano.  La Francia è sotto  choc e il  presidente ha decretato lo stato di massima allerta. Il livello “scarlatto” del piano antiterrorismo è attivato. Si cerca il killer che sa colpire con freddezza in nome della classificazione umana.  Ancora una volta distinguiamo tra buoni e cattivi, ovvero tra bianchi e neri, tra ebrei e cattolici, tra meridionali e settentrionali.

Le classificazioni sono i gradini che indicano la direzione della violenza che la genera. Le classificazioni servono a stabilire chi deve soffrire o morire prima. Le classificazioni sono le giustificazioni necessarie perché questo avvenga senza rimorso, per una buona ragione e in nome del miglioramento della razza bisognerebbe distruggere almeno una buona metà della popolazione.

Un desiderio criminale che associa un’idea contorta che  si ripete continuamente, che non trova pace e accende di continuo la luce di follie inferocite. Occorre andare più a fondo e individuare tutte e tutti insieme come si è costruito nel tempo il clima che rende ancora possibile l’esplodere della violenza razzista alle soglie del ventunesimo secolo e dopo un passato storico così pesante. Bisogna interrogarci su come siano stati dati spazi, per disattenzione e/o per complicità, ai rigurgiti nazi-fascisti e quale ruolo abbiano avuto in questa escalation non solo i veleni sparsi dalle forze “imprenditrici” del razzismo, ma anche gli atti istituzionali che, a livello nazionale e locale, hanno creato, in nome dell’ordine e della sicurezza, discriminazioni e ingiustizie.

Bisogna alzare il livello di attenzione  e mettere in guardia riguardo la saldatura pericolosa che  anche in Italia si è realizzata fra il razzismo istituzionale e quello popolare, grazie all’opera “pedagogica” svolta dalla Lega Nord nonché da governanti e amministratori di ogni tendenza, con l’attiva complicità di buona parte dei media e la connivenza, esplicita o implicita, di alcune élite. Oggi appare evidente come il cumulo di pacchetti-sicurezza, leggi e norme tesi a discriminare, inferiorizzare, perseguitare immigrati e rom abbia ottenuto anche il suo secondo scopo:   armare la mano di killer razzisti.

Con l’avanzare della crisi, della disoccupazione e dell’impoverimento di massa, della disgregazione sociale e del rancore collettivo che diviene razzismo, ne vedremo sempre di più. A meno che il conflitto sociale non imbocchi la strada giusta della lotta contro i poteri finanziari ed economici responsabili di una tale catastrofe e contro i loro comitati d’affari insediati nelle istituzioni. Si rende necessario l’impegno di tutte e tutti per cambiare strada, intervenendo sul piano culturale e della formazione del senso comune, promuovendo il rispetto della dignità di ogni persona.

Bisogna che tutte le energie positive, che credono nella costruzione  di un Paese della convivenza e della solidarietà, si mobilitino unite per fare barriera contro l’inciviltà, il razzismo, l’intolleranza.

La strage del pulman della vacanza

E’ lutto in Belgio. Mentana apre il Tg de La7  riferendoci la tragedia che ha coinvolto 46 ragazzini al rientro da una vacanza scolastica. Morti 22 minorenni, altri gravi, alcuni in coma, moltissimi i feriti. Uno schianto dentro al tunnel in Svizzera segna la fine per due scolaresche belghe dopo un allegra settimana bianca sulle Alpi svizzere.  Una tragedia che non ci lascia indifferenti, la pausa vacanza sulla neve è associata ad immagini e sensazioni di spensieratezza, relax, gioia di stare insieme, ricordi da evocare, invece per questi giovani, la vita ha riservato loro un crudo rientro alla quotidianità e per i meno fortunati neppure quello.

La notizia appartiene al genere che fa gola alla speculazione mediatica, il Tg della 7 non è uno spazio informativo che beneficia del dolore per fare audience, d’altro canto  non può esimersi dall’informare i telespettatori dell’accaduto. E’ una notizia che turba e smuove l’emotività collettiva per la sua imprevedibilità e perché tocca l’incomprensibile fatalità. Il mezzo infatti viaggiava a velocità normale per cui rimangono un problema tecnico, un problema di salute del conducente o un errore umano. Dopo l’ultima sciata, in albergo per chiudere le valigie, un tornante dopo l’altro fino all’autostrada dove sbanda. Una botta devastante,  che apre la scena al dolore, all’incredulità, alla disperazione. La scocca del veicolo è completamente distrutta in tutta la sua parte anteriore. L’autobus era di nuova generazione e dotato di cinture di sicurezza.  Nell’incidente non sono rimasti coinvolti altri veicoli.

I parenti avvertiti stanno arrivando sul luogo. Le autorità hanno attivato una cellula psicologica di sostegno per le famiglie delle vittime. Una dolorosa staffetta di auto e furgoni della polizia fa la spola tra l’Hotel de Vigne, centro di raccolta dei parenti e l’obitorio. Intanto, nelle scuole frequentate dagli studenti vittime dello schianto mortale, gli altri allievi, fra cui molti fratelli e sorelle delle vittime, hanno ripreso le lezioni, per tenerli impegnati nel tentativo di ammortizzare lo strazio.

Il tg si ferma qui, Mentana non vuole oltrepassare la soglia dell’informazione, non vuole travalicare la sensibilità di questa sciagura. Questa oltre ad essere una scelta professionale, non seguita da altri telegiornali che si sfidano a colpi di news per attrarre a sé più ascoltatori possibile, è chiaramente un uso discreto ma corretto del mezzo informativo.

L’usignolo infelice

 Sembra proprio che l’affermazione e la popolarità non facciano mai rima con felicità. Tg2, ma anche gli altri  programmi informativi dedicano parole e immagini alla scomparsa  della regina del pop Whitney Houston. Un mix di farmaci assunti con alcolici per lenire ansia ed attacchi di panico. Un cocktail letale che ha sempre le stesse radici, la solitudine e la depressione, che piano piano si prendono la vita.  Alle spalle una lunga storia di dipendenza da crack ed anfetamine che l’aveva costretta a stare lontana dalle scene. Devastante sarebbe stato il lungo matrimonio con Bobby Brown dal quale la cantante ha divorziato nel 2007.  Ferite  fatte al cuore o all’anima.  Dolori più duri a morire, che creano più sofferenza. Una condizione spiacevole, a volte spaventevole, che spesso diventa un nemico da fuggire a qualsiasi costo. Si spegne così la voce più bella e infelice del pop, regina della musica, schiava della droga e affamata d’amore.

Sembra proprio che in molti casi il grande successo e l’enorme popolarità siano sinonimi di autodistruzione.

I fans di tutto il mondo la piangono. Disperazione e cordoglio anche nel mondo0 dello show business che ha provato a ricordarla dedicandole la notte dei Grammy Awards. Forse avrebbe cantato, nell’ennesimo e disperato tentativo di  un ritorno alla gloria del passato. Ma si era persa nella droga. Se n’è andata a una manciata di ore dai Grammy Awards, gli Oscar della musica, evento dal quale era tagliata fuori da anni, quasi un segno dei tempi, del suo decadimento. Si è chiusa così una parabola di una predestinata, cresciuta nel mondo della melodia, figlia di una cantante di gospel e con madrina Aretha Franklin. Una voce che dava i brividi. Per anni dominò la scena con tantissimi successi mondiali. Quasi 200 milioni di album veduti nel mondo. Cercava di riprendersi in mano una vita buttata via nelle droghe, nell’alcol, negli eccessi.  Icona appannata dal potere prima, dal gossip e dalla fragilità poi.  Bellezza, talento, successo, premi, denaro, prima  di cadere nell’inferno della depressione e degli psicofarmaci. Prima di rimontare la china. Prima di precipitare di nuovo e andarsene via per sempre troppo presto.

Quell’immagine di angelo caduto dal cielo si era cominciata ad incrinare nel 1992, col matrimonio con Bobby Brown. Il contrario di Whitney, il demone che poco alla volta l’ha corrotta. Avevano avuto subito una figlia, Bobbi Kristina, ma il rapporto era diventato presto difficile, geloso, spesso violento. La Houston esce sempre più di scena, mentre cominciano a girare le voci sull’abuso di droghe.  La sua storia è il dramma di una grandissima artista per anni ai vertici delle classifiche, amata e venerata da milioni di fan, passata in pochi anni dal paradiso del successo all’inferno della droga e della depressione.

In migliaia stanno lasciando il proprio messaggio di addio, urlando a tutto il mondo quanto la Houston sia stata amata. Con la sua musica e il suo sex appeal ha stregato una generazione che ora si stringe attorno al suo ricordo, ascoltando ancora quella sua voce tanto particolare e bella, nel tentativo di sentirla ancora viva  e pronta a donare nuove emozioni.

E’ stata grande , ma fragile davanti alle difficoltà della vita. Sembra il copione di un film che conosciamo a memoria. Come se, dopo la tragica morte di Michael Jackson e di Amy Winehouse, la storia da raccontare fosse sempre la stessa. È stata la tossicodipendenza. È stata la celebrità. È stata la musica. E’ stata la depressione. È stata la fine del successo…il talento, l’intelligenza e la sensibilità non permettono solo di creare o di commuovere il pubblico, ma rendono poi anche estremamente vulnerabili a tutto quello che accade. E allora si riapre quel vuoto che ognuno di noi si porta dentro e che in alcune persone, però, è più profondo.

Perché la genialità e il talento danno tanto, ma non proteggono mai dalle ferite che ci si porta dentro, e allora è molto più facile accasciarsi al suolo…

Questa Italia perde un pezzo del suo futuro

Enrico Mentana non se la sente di iniziare il Tg de La 7 dando risalto alla politica, preferisce parlare di Francesco Pinna, un nome fino ad ora sconosciuto e che  questa volta avrà in televisione e sui giornali un po’ più d’eco, a differenza delle già 697 vittime, registrate nei primi 9 mesi del 2011, secondo dati appena pubblicati dall’Inail.

20 anni, un ragazzo, uno studente, un operaio.

Stava montando insieme ad altri operai, all’interno del PalaTrieste, il palco per il concerto di Jovanotti. L’ennesimo incidente sul lavoro. All’improvviso l’immensa impalcatura è crollata, quasi accartocciandosi su se stessa, investendo tutti quegli operai che non sono riusciti ad allontanarsi in tempo. Mentre l’attenzione mediatica si concentra sulla stangata, ci sono ragazzi che per pagarsi gli studi, lavorano per cinque euro all’ora.

Non dimentichiamo che per ricostruire l’Italia futura questo ragazzo ha contribuito con la sua vita. E a questo ragazzo l’attuale Italia del precariato ha rubato il futuro.

Un ragazzo che si arrampicava sui tubi innocenti a dieci metri di altezza come un alpinista per  cinque euro l’ora. Non si diventa ricchi. Si può morire per questo? Per cinque euro l’ora? È una follia.

Mentre l’Italia è chiamata al sacrificio, un ragazzo muore per pagarsi gli studi  e la casta non vuole nemmeno toccare il proprio stipendio. Vicende che tolgono il fiato. Imbarazzanti i privilegi della casta in uno scenario di disoccupazione e difficoltà. I tagli sono rigorosi per tutti o meglio per  dipendenti e  pensionati, perché è noto che i parlamentari hanno detto no al ribasso dei loro stipendi. Le forbici di Monti colpiscono numericamente chi ha poco ma non riescono a sconfiggere le barricate politiche. L’adeguamento agli stipendi europei è rimandato e lontano dalla conclusione.

Loro non pagano mai e chiedono fiducia e voti.

Questa Italia che lotta per sopravvivere mette in luce eccessi che segnano un solco ancora più profondo tra le persone normali  e i privilegiati che dovrebbero rappresentare e difendere  i cittadini. Otto operai in ospedale, uno in rianimazione e uno morto. La disperazione di chi è colpito dal lutto si unisce alla disperazione di chi ancora dovrà vivere guadagnandosi cinque euro all’ora, mentre ventimila euro al mese rimangono intoccabili.

“Non è una tragica fatalità, non è morte bianca, dice Mentana, non sono cose al di fuori della nostra comprensione, le responsabilità ci sono , sono dure e vanno accertate”.

Parola d’ordine:Verità!

Garlasco, Perugia e Avetrana, sono alcuni nomi legati alle incognite della giustizia umana, processi e delitti che lasciano dolore nelle persone coinvolte e dubbi negli spettatori che trascinati dalla forza ipnotica dei media ne vengono coinvolti.

Su Rete 4, consueto appuntamento con la cronaca nera, con Quarto Grado, il programma di approfondimento giornalistico della testata Videonews, condotto da Salvo Sottile con Sabrina Scampini. Al centro della puntata: il processo per la morte di Sarah Scazzi, a  seguito del rigetto alla richiesta di trasferimento del processo Scazzi da Taranto a Potenza da parte della prima sezione penale della Corte di Cassazione avanzata dai legali di Sabrina Misseri e del prosieguo dell’udienza preliminare per l’omicidio della quindicenne di Avetrana.

Sarah Scazzi, Sabrina e Michele MisseriLa trasmissione, dunque, torna ad occuparsi approfonditamente della morte di Sarah Scazzi e dei quesiti ad essa legati ponendosi due interrogativi preliminari : la giustizia è giusta e i magistrati possono sbagliare?  L’errore è insito nella natura umana. Partendo da questo presupposto, al via dopo la pausa del 29 agosto scorso, necessaria perchè la Cassazione discutesse la richiesta di rimessione avanzata dalla difesa di Sabrina Misseri, il Tribunale di Taranto ha aperto la prima seduta dell’udienza preliminare. Inizia così il procedimento che servirà a discutere la richiesta di rinvio a giudizio di Sabrina Misseri, della madre Cosima Serrano, accusate dell’omicidio e di Michele Misseri, papà di Sabrina che deve rispondere di concorso nella soppressione di cadavere ed altri reati minori.

Tre persone conosciute, amate, sangue dello stesso sangue,  su cui tutto ruota da ormai da più di un anno. Un tempo che non è riuscito   a placare la sete di verità che la mamma della vittima invoca con determinazione davanti  ai numerosi giornalisti, chiamati a testimoniare il suo dolore e il suo pensiero  su quella famiglia che le ha strappato la cosa più preziosa “una parte di lei”. “Voglio la verità, Sabrina deve dire la verità se vuole stare in pace con se stessa. Se continua a non dirla Dio Geova farà parlare persino le pietre per far uscire fuori la verità. Perché se Sarah ha sofferto pochi istanti, la sofferenza che lei potrà provare a non dire la verità sarà un tormento senza pace”.  – “Non riesco ancora a definire il ruolo di Cosima. Ma sarebbe ora che parlasse, lei che non parla mai. Cosima, Sabrina e Michele hanno soppresso il corpo di Sarah, quindi c’è da pensare che tutti e tre sappiano la verità. Quindi parlassero”. “Mi dà molto fastidio che Michele continui a piangere e a pregare quando parla di Sarah, perché così continua ad infangare il nome di Sarah. Un tempo mi faceva pena, ora mi fa schifo, come il resto della famiglia, ma la cosa che oggi mi fa più male è che ancora non dicono la verità”. – Lui ha un suo bagaglio di bugie e si carica anche di quelle di moglie e figlia. Mia figlia non sarebbe mai entrata nel garage perché Sarah ha paura del buio. Michele fa quello che gli dicono di fare. Sta recitando solo una parte per compiacere i suoi famigliari. E’ un uomo che non ha il senso della giustizia, della moralità. Quell’altarino nel garage è una cosa squallida. Vuole chiedermi perdono? Che la smetta di dire tutte quelle cretinate e racconti solo come è morta mia figlia”. – “Tutti la conoscevamo come una ragazza allegra, solare, sorridente. Sarah li amava e loro l’hanno uccisa. Io, ora, voglio il colpevole”!

Parole decise, forti, che dimostrano  una forza di volontà assoluta e tutta protesa a conoscere il nome di chi ha ucciso sua figlia, all’età di soli 15 anni, parole e sentimenti su cui non ci è dato esprimere giudizi, nessuno può scrivere vocaboli sulle emozioni che ruotano attorno al quotidiano procedere della vita di questa donna che, nonostante tutto, e sorretta dalla  fede incrollabile del suo Dio, tenta di placare il tormento provocato dalla consapevolezza che sua figlia, uccisa e gettata nuda in un pozzo pieno d’acqua e poi coperta di pietre, non tornerà più.

E i tre personaggi cruciali di questa tragedia, sono, uno già in libertà, e gli altri in attesa. La mamma fino a luglio del 2012, mentre per Sabrina i termini scadranno il 27 novembre. Il che significa che torneranno libere se, nel frattempo, non sarà intervenuto un giudizio nei loro confronti. Tutto in mano alla giustizia umana. E per  le toghe non sarà facile, in mezzo a una selva di ritrattazioni e mezze ammissioni, appurare la verità. Forse addirittura impossibile venire a capo dell’inestricabile e sinistro groviglio che lega tra loro i “3 moschettieri del male”!

Assolta con formula piena

Riapertura della stagione invernale del magazine dedicato all’approfondimento dell’attualità firmata TG2, Costume e società in onda quotidianamente alle 13.30, che punta le telecamere sulla vicenda umana e giudiziaria di Perugia.

Amanda chiede giustizia e vuole tornare in America, dove da anni è in atto una vera crociata per la sua liberazione. Amanda ha ottenuto giustizia ed è stata assolta con formula piena. L’America che dopo la condanna aveva giudicato l’Italia in modo duro, diverso  e ostile, disdegnando e boicottando turisticamente il nostro paese ora riacquista fiducia e  apprezza lo scrupoloso agire del sistema giudiziario italiano.

Amanda Knox Raffaele Sollecito sono liberi. La mangiatrice di uomini o la vittima, l’ammaliatrice o l’assassina, l’innamorata libertina o la giovane studentessa ora è libera, può tornare  a casa, dalla sua famiglia che l’ha sempre sostenuta, può  tornare in possesso della  vita e ricominciare.

Dopo la sentenza di appello che ha scagionato Amanda  dall’accusa di omicidio i suoi familiari sono  pronti per volare negli Usa. Sono rimasti a Perugia, invece, i familiari di Meredith Kercher che in Aula hanno assistito attoniti alla lettura della sentenza. Hanno ascoltato e accolto la sentenza con la stessa compostezza che li ha caratterizzati in questi quattro anni. Impietriti. Niente lacrime, niente urla, immobili e hanno aspettato un po’ prima di lasciare il Tribunale. Non si sono fermati davanti alla folla di giornalisti.

Due famiglie a confronto, avvolte dal dolore indescrivibile di quando il destino tocca un figlio, entrambe fiduciose della giustizia italiana, entrambe in ansia e in cerca della verità.  Ma mentre una  aspetta che vengano puniti gli eventuali colpevoli dell’assassinio della loro cara, per l’altra è il momento della gioia, la fine di un brutto incubo.

Per una delle due ragazze inizia una nuova vita tra emittenti televisive, libri, film, notorietà e chissà forse è già pronto un reality…

Ma delle due ragazze, una non c’é più…

 

Interesse alto per chi uccide

Gli interrogativi che si pongono Milo Infante,  Lorena Bianchetti, e gli ospiti in studio, su Italia sul 2 ,(programma tenuto a battesimo ormai quasi dieci anni fa da Monica Leofreddi) vertono sugli aspetti psicologici dell’animo umano . Perché tanto interesse per chi uccide? Cosa spinge la gente a indagare nella mente degli assassini? Cronaca: poco interesse per le vittime?

Tanti i volti degli assassini che divengono “famosi”, e che rimangono impressi nella memoria collettiva, meno quelli correlati alle vittime che oltre a non avere più voce, lasciano l’immenso vuoto di un’assenza crudele e impensata. Uccidere una persona, significa, uccidere un mondo intero, distruggere le vite dei familiari che vengono condannati ad un’esistenza di dolore. L’assassino dopo aver scontato la sua pena, può comunque avere un futuro. I familiari delle vittime no. Vengono condannati all’ergastolo del dolore.

Dietro i canoni della comunicazione esiste il meccanismo della notorietà che fa audience, essere cattivi ha più charme e si diventa fenomeni come : Vallanzasca, Misseri, Masi, Parolisi, Italia sul Due - Torna la cronaca nera. Col truccoErika, Amanda, che tra l’altro ricevono miglaia di lettere di ammiratori e anche proposte di matrimonio. Dunque, fascino diabolico, certo malefico, ma che attira e  fa amare gli idoli del male. Presenze seduttive che non sanno veramente amare, se non se stessi. Scaltri, bugiardi, fieri di come riescono ad inquinare le prove dei loro misfatti, eppure, riescono a sfocare le immagini delle loro vittime, a metterle diciamo in secondo piano.

Divengono star, perché tutto fa spettacolo, in un contemporaneo turbinio confuso dove  bene  e male perdono i  loro netti connotati?

Assassini  oggetto di un’attenzione spasmodica mediatica, una moda agghiacciante, un interesse accresciuto anche grazie a minuziose e atroci descrizioni dei delitti che stimolano  la curiosità e suscitando scalpore, un meccanismo che crea la classifica dei delitti distinguendoli di serie A e B.  La stragrande maggioranza degli eventi di cronaca nera non trova il minimo spazio sui media nazionali, suscitano qualche attenzione sulla stampa o le tv locali e poi finiscono nel dimenticatoio collettivo. Eppure una piccola percentuale di questi fatti, riesce a conquistare per lunghi periodi l’attenzione dei principali mezzi di informazione, con la televisione che  dedica ore e ore di programmazione al racconto del delitto, alla caratterizzazione dei personaggi, allo sviluppo delle indagini e ai veri o presunti colpi di scena.

Cos’è, in altre parole, che consente a un omicidio su cento di diventare centrale nel discorso pubblico e di godere di una continua attenzione mediatica?

Delitti che fanno vibrare le corde basse dell’attenzione, il triste gioco collettivo,  che riescono a far  emergere la parte oscura dell’uomo, qualcosa di sessualmente accattivante: il  male, che  è dentro ognuno di noi,  che seduce e si rifiuta al contempo, due facce ben distinte. L’assassino è lontano dalla normalità è qualcosa di sconosciuto che suscita curiosità e scatena morbosità. Tra l’assassino e la morte si intrecciano tutte le dinamiche umane che ci coinvolgono, ed ecco che sul palcoscenico della vita c’è un attore, la morte, che smette di recitare, e un altro, l’assassino, che inizia la sua parte da protagonista e il pubblico guarda.

Il  delitto, allora,  entra nelle regole della comunicazione, monopolizza l’attenzione della stampa, la vittima non può più dir nulla, dall’assassino invece ci si aspetta il colpo di scena, la confessione, la prova regina, e il dubbio anima l’attenzione.  Melania, Sarah, Yara, Tommy, Novi Ligure, Cogne, Garlasco, Perugia e altri,  tutti presentano  caratteristiche che rispondono perfettamente ai canoni del giallo: sono  storie che potrebbero essere sfruttate per scrivere un poliziesco di successo o costruire una trama avvincente per un thriller destinato al piccolo o al grande schermo.

Delitti di particolare violenza ed efferatezza, che avvengono in ambito domestico all’interno di famiglie apparentemente “modello”  che riguardano vittime giovani e indifese, magari donne e ragazze, in cui è quasi sempre presente un movente di tipo sessuale, magari inconfessabile perché di natura deviata. Casi che possiedono degli ingredienti funzionali alla drammatizzazione e alla suspense, quindi appetibili per i media che possono così attrarre lo sterminato pubblico. In effetti, quando il giallo finisce, crolla anche l’attenzione. Un vissuto in cui ci si scarica.  Il pericolo è che stiamo costruendo una società contemporanea che ha sdoganato il male, l’informazione si trasforma in intrattenimento, e “gioca” con le vite delle persone, gli assassini divengono gli Scamarcio e i Kim Rossi Staurt,  il pubblico viene educato a spogliarsi di qualsiasi sentimento di pietà per le vittime e a partecipare a un collettivo e inquietante modello da imitare, dove il male vince e diviene affascinante e irresistibile…

Viaggio della speranza finito a colpi di bastone

Tg2: Esito choc sulla  notizia relativa alla tradegia dell’ultimo sbarco a Lampedusa. Sui corpi i segni dei colpi subiti. Uno scenario terribile che pian piano emerge dalle testimonianze e dall’autopsia: due delle 25 vittime  sarebbero morti per le percosse subite. A rivelarlo appunto l’autopsia disposta dalla procura di Agrigento che sulla tragedia ha aperto un’inchiesta.

Uomini che stavano soffocando e che sono stati ricacciati dentro con la forza a colpi di bastone in quello spazio che sarebbe diventata la loro tomba.

Un viaggio verso la libertà firmato dalla crudeltà umana.

Le evidenti lesioni su due cadaveri, gli schizzi di sangue ovunque nella stiva dove erano ammassati 25 corpi, ormai in stato di decomposizione, hanno indotto gli inquirenti a pensare che almeno per due persone il decesso è stato provocato  non solo dal soffocamento, ma anche dalle percosse.

Viaggiavano come prigionieri i migranti trovati morti nella stiva di un barcone diretto a Lampedusa.  Tutti ragazzi tra i 25 e 30 anni. Vietato salire in coperta per il timore che l’imbarcazione,  stracarica, si rovesciasse in mare. Chiusi in una botola angusta, di due metri per tre, senza oblò ne prese d’aria.  Hanno cominciato  ad avere difficoltà respiratorie e a gridare, ma senza risultato. Uno di loro, uscito sul ponte durante la traversata, per punizione, sarebbe stato scaraventato in mare. Il conto delle vittime del tragico viaggio salirebbe così a 26.  Venticinque cadaveri su un carico di 268 extracomunitari tra cui 36 donne e 21 bambini. Il natante, lungo una quindicina di metri è salpato dalla Libia,  avvistato da un elicottero della Guardia di finanza e raggiunto da due unità della Capitaneria di porto che ne hanno seguito la navigazione fino a un miglio da Lampedusa.

Immigrati Lampedusa 6Una delle due vittime, secondo quanto accertato dal medico legale, ha il cranio fratturato in due punti, l’altra ha riportato fratture allo zigomo e alla fronte. Per gli investigatori le lesioni potrebbero essere state provocate o da colpi di bastone o da calci. Probabilmente hanno cercato di aprire la botola, ma sono stati ricacciati indietro con la forza e senza pietà, ecco la spiegazione. Un’altra tragedia che aumenta il numero di  morti nel mare di Sicilia. Una strage, quella dei migranti libici, senza precedenti, morti agghiaccianti, come il silenzio delle onde che le accolgono.  

Sicilia terra di sole, tradizioni, sapori, riti, suggestioni, meraviglia,  incanto ed emozioni.  Sicilia  terra ricca di storia, è ora, anche, onde migratorie che si infrangono sulle sue coste. Il suo mare è simbolo di morte. Speranze recise, ma anche trafficanti umani che commettono crimini contro bambini, donne e uomini in fuga dalla guerra, dalla fame e della povertà, disperati in cerca di un futuro migliore, che spesso non sappiamo dargli. Viaggi per la sopravvivvenza. Viaggi impossibili e inumani.  Viaggi che non possono vederci solo in veste di spettatori. Bisogna attivare  uno sforzo internazionale, una mobilitazione reale, per ripristinare una vera cultura dell’accoglienza che coinvolga tutte le regioni italiane oltre che l’intera Europa. L’ennesima fine tragica che pone di fronte alla politica, agli organismi internazionali e non solo un grande dramma umanitario sul quale è neceessario trovare una finale migliore di quello scritto dalle acque della bella Sicilia.

 

 

 

 

 

Il giallo di Melania

Tabloid il martedì, in diretta, su Italia1, è il nuovo settimanale di informazione di Studio Aperto e Videonews, firmato dai  direttori delle due testate giornalistiche di Mediaset Giovanni TotiClaudio Brachino, un magazine televisivo che guarda ai fatti della settimana  ispirandosi come costruzione narrativa ai popolari quotidiani inglesi che vedono la compresenza di temi  “impegnati” e “leggeri”, infatti  oltre a una parte di stretta attualità presenta una sezione dedicata alla cronaca bianca, al gossip e una parte rivolta alla cronaca nera. Alla conduzione  tre volti femminili del giornalismo di Mediaset:Monica Gasparini, volto storico di Studio Aperto che si occupa dell’ attualità, Silvia Carrera, che si dedica alla cronaca bianca e Monica Coggi,  che approfondisce la pagina di cronaca nera. Un programma informativo vivace,  dinamico che non ha paura di mescolare generi che interessano alla gente e con il quale il telespettatore ha modo di conoscere tutto quello che è sucesso nella settimana.

E l’avvio dell’approfondimento di questa settimana è dato proprio  dalla cronaca nera e dall’arresto del marito  di Melania Rea. Una storia che ci viene raccontata da tre mesi che vede coinvolti una giovane moglie/madre, una piccola orfana, un marito e un’amante. La vita di Melania viene interrotta da una violenta coltellata alla gola, poi da una alla schiena, infine altri  sei colpi che la lasciano agonizzante  a terra…non ha reagito perché conosceva bene il suo aggressore?

Il marito ribadisce  la sua innocenza: “Io in carcere, l’assassino di mia moglie libero” ha dichiarato il caporalmaggiore accusato di aver ucciso la donna il 18 aprile scorso, eppure la tecnica dell’esecuzione è militare e i Pm ascolani dopo novantadue giorni di indagini lo ritengono pericoloso e capace di uccidere. L’accusa contenuta nell’ordinanza di custodia cautelare è pesantissima: omicidio volontario pluriaggravato dal vincolo di parentela e crudeltà e vilipendio di cadavere in eventuale concorso con altri. Lui durante tutto questo tempo, ha seguito passo a passo le indagini, gomito a gomito con i carabinieri, ha rilasciato interviste, ha pianto, chiedeva giustizia al suo dolore di marito e padre. L’esperto criminologo Massimo Picozzi presente in studio non ha dubbi:” In maniera più o meno maldestra ha cercato di proteggersi, gli indizi comportamentali non bastano, la procura ha agito in base alle tracce scientifiche che hanno consentito l’arresto”.Un uomo che ha retto alla pressione mediatica, intervistato in lacrime ha gridato il suo amore: “No, non l’ho uccisa, mi sarei tolto al vita da solo piuttosto che a lei”, dichiarava alle telecamere di Quarto grado,”Mi manca il suo sorriso, la sua voglia di vivere e non c’è stato un attimo in cui io non la’bbia amata, ho sbagliato ad avere una debolezza e penso sia stata la cosa più brutta che io potessi fare…”

Eppure Salvatore, istruttore palestrato nella caserma femminile del 235˚ Reggimento Piceno, che insiste nel proclamarsi marito fedele  e innamorato,  aveva una relazione clandestina mai interrotta da due anni, un’amante, Ludovica,  che faceva pressione per la separazione alla quale aveva promesso di lasciare la moglie, un’altra donna ingannata che ora si porta dentro il dubbio di essere stata il movente di un omicidio, il dramma di due donne innamorate si è svolto, due vittime che stravedevano per questo ragazzo, due sogni infranti da una cruda realtà, due vittime accomunate da un sentimento, due donne che credevano in una persona che non ha detto loro la verità, resta solo da stabilire se questo uomo capace di ingannare per amore abbia anche ucciso per lo stesso motivo.

Ma c’è una terza vittima in questa triste e cruda storia di sentimenti: Vittoria, la bimba che attende un’affidamento temporaneo e che forse era presente durante l’omicidio della madre, è piccola, circondata dall’affetto  e dalla protezione dei nonni potrà ritrovare la serenità che il destino le ha negato. Il papà di Melania, Gennaro Rea ha dichiarato:Ho scoperto che non era quello il Salvatore che ho conosciuto per dieci anni e che mia figlia adorava. Mia figlia lo ha sempre amato ed è morta per i valori e per l’amore che aveva per lui”. Un ‘intera  famiglia che ora deve smaltire il decesso di una giovane madre e moglie morta da poco per il bene della nipotina.

Insomma tanto “amore” ruota attorno  a questa terribile vicenda, un amore che ha recato con se la tragedia, la sofferenza, la morte, il dramma di due famiglie e della piccola Vittoria, di appena 20 mesi, un amore fatto di sesso, bugie, tradimenti, gelosie. La vita di tante coppie è piena di fragilità umane come queste. Ma stavolta c’è di mezzo un omicidio feroce e assurdo. Speriamo che ora, il filo di Arianna della verità, venga presto trovato.