Michelangelo, la fine di un genio

Terza e ultima parte, che Philippe Daverio, ne “Il Capitale”,  dedica al grande Michelangelo. Gli ultimi anni di uno dei più incredibili capitali creativi, che il mondo abbia mai avuto.  Una vita guidata da  un’instancabile frenesia che lo aveva portato, giorno dopo giorno, notte dopo notte,  a graffiare nel marmo. Il genio che ha posseduto e travolto la vita di quest’uomo trova il finale nel 1564 con il suo testamento spirituale e  artistico: La Pietà Rondanini. Ormai novantenne, alle prese con la la sua ultima opera, l’estremo abbandono al “non finito”, la nudità del Cristo e il dialogo tra lo scultore e l’aldilà. Nel marmo le figure del Cristo e della Vergine, accanto alle gambe e al braccio di una terza persona mancante, hanno i volti erosi e consunti, quasi diano segno di un disfacimento in atto. I loro corpi si compenetrano l’uno nell’altro e tutte le conquiste michelangiolesche della bellezza eroica, la perfezione anatomica, la figura serpentinata, si stemperano davanti ai colpi di scalpello abbozzati nelle figure. Michelangelo vi lavorò sino a quando, il 18 febbraio 1564, la morte lo colse. Creò attraverso il “non finito” della Pietà Rondanini, il “non finito” della vita.

La si considera un’opera non finita perché, vista l’età avanzata,  non avrebbe avuto la forza di completarla. In realtà il non-finito era divenuto un linguaggio ben preciso, iniziato anni prima e applicato con attenzione nel David, dove tutto il corpo è perfettamente completato, ad eccezzione dei capelli che risultano solo abbozzati, chiaro richiamo scultoreo alle figure antiche che nella Roma di quegli  anni erano state riporate alla luce, studiate dagli artisti, ammirate da tutti, divenute il simbolo della bellezza e dello splendore del passato. Statue, dove la capigliatura è lavorata in riccioli  e la rifinitura non è perfetta. Michelangelo ha visto le bianche testimonianza antiche e ha applicato il mito di questa bellezza, nell’esecuzione del David, affidando al non-finito il linguaggio fondamentale della sua creatività.  Il non-finito michelangiolesco  va visto come un mezzo tecnico espressivo, del quale l’artista si serve per meglio chiarire e sottolineare i suoi concetti, e che usa con estrema libertà e straordinario dominio.

Un mezzo che, diventa prassi nella Biblioteca Laurenziana, poco distante dalle Cappelle medicee,commissionata da Clemente VII, secondo papa madiceo. Nel vestibolo, come viene chiamato l’androne, dai fiorentini,  vi è la testimonianza di tutte le catastrofi progettuali del Buonarrotti, frutto di continui compromessi : l’aggiunta delle finestre, non da lui volute, sue, invece le colonne, concepite come elementi atti a dare ritmo anche cromatico agli involucri murari, e che contemporaneamente, sottolineano il valore materico.  L’imponente scala, alterata rispetto al suo progetto, prevista in legno e mutata in pietra serena su richiesta di Cosimo I°, viene costruita anticipando la morbidezza barocca.  Il tutto in mezzo ai muri che, sono rimasti sostanzialmente non ultimati e visibili nel loro intonaco grezzo. La biblioteca vera e propria corrisponde ai modelli famosi nel quattrocento, con i libri legati ai panchi che vengono consultati grazie alla luce naturale. Tutto è disegnato da Michelangelo ma, è il frutto di processo di lettura, comprensione,  interpretazione e riadattamento. Tutti i  suoi progetti andavano dai committenti, dove venivano riletti e modificati, infine, ritornavano a Michelangelo che,  doveva creare l’opera.

Michelangelo, in questi anni è assolutamente un uomo, maturo. Ha sessantanni. Vive il fermento religioso della sua epoca. Sono anni di forte turbolenza religioso-politica, la questione della riforma scalda gli animi, insieme allo scisma anglicano. Il tutto sfocierà nella norma che chi ha il potere politico determina la religione dei sudditi. In Italia la rifoma si propaga in modo più tollerante, fino al Concilio di Trento che muterà il sistema complessivo della fede. Intanto Michelangelo viene messo al lavoro dal Papa per il Giudizio universale. Il grande affresco che diviene un pandemonio universale, una dannazione dantesca, dove tutte le figure sono interconnesse e coinvolte in un  ampio e lento movimento rotatorio  intorno alla figura dominante del Cristo, colto nell’attimo che precede quello in cui verrà emesso il verdetto del Giudizio Universale. Fermato, nel suo gesto, imperioso e pacato. La tempesta e il caos del dipinto, ben si prestano alla tormentata religiosità di quegli anni, caratterizzati da contrasti, sia di natura teologica che politica, fra Cattolici e Protestanti e la soluzione di Michelangelo non nasconde il senso di una profonda angoscia nei confronti dell’ultima sentenza.

Il Buonarroti si pone in modo personalissimo nei confronti del dibattito religioso, sposando le teorie di un circolo ristretto di intellettuali che auspicava una riconciliazione fra cristiani dopo una riforma interna della Chiesa stessa. La pelle di Michelangelo nelle mani del San Bartolomeo, potente e nerboruto, su di una nuvola soave e con il capo rivolto verso Dio è simbolo del peccato del quale ora è privato. L‘accusa a Michelangelo, di essere un protestante, si fece sempre più forte e chiara nel significato dell’opera che rischiò la demolizione. Michelangelo è dibattuto tra un lato granitico cattolico e  la sua intelligenza, che cozza contro i dogmi imposti dalla fede. È ambiguo con se stesso e con le sue opere.

Malgrado il travaglio interiore, da vita a un lavoro che diviene uno dei più famosi e celebrati di tutto il mondo. Uno dei più grandi capolavori pittorici in assoluto realizzati dal genio artistico rinascimentale.

Michelangelo muore, dopo aver vissuto tutta la sua  vita  nella potenza d’espressione, nella forma e colore, nella bellezza e armonia, con la sicura padronanza tecnica, una vita  dedicata all’arte della creazione che noi, ancora oggi, ammiriamo.


Il senso del tradimento

Il logo della Rai, il celebre logo farfalla/volti umani, disegnato dal genio grafico di Antonio Romano. Due profili umani, che convergono verso un punto fino a formare le ali di una farfalla tecnologica, introduce all’argomento della puntata de: Le storie – diario italiano, che parla di figure ambigue o meglio dell’ambiguità del nostro comportamento prendendo spunto dal libro del filosofo,  Giulio Giorello, Il tradimento.

Il tema è vasto, affascinante e soprattutto contraddittorio, scottante, ambiguo, a cominciare dal primo tradimento della storia dell’umanità, quello di Caino e Abele, il primo omicida della storia, che rivela che il tradire è una condizione della storia umana, una componente della vita associata, chi vive insieme agli altri deve rispettare le regole, chi non  lo fa, tradisce, viene meno alla condizione della convivenza.

E Giuda, additato come l’incarnazione del tradimento. Il traditore per antonomasia, il prototipo della categoria. Ma siamo sicuri delle sue motivazioni? Sappiamo davvero, chiede Giorello, perché l’apostolo accettò quei maledetti trenta denari? Una delle spiegazioni possibili è che fosse proprio Giuda a sentirsi tradito da Gesù, avendo capito che con la sua mitezza e il suo amore non sarebbe mai diventato re dei Giudei, mai avrebbe liberato Israele dall’opprimente giogo romano.Tocca a lui, il traditore per eccellenza, sul piano metafisico a dare compimento alle scritture che volevano il sacrificio del figlio dell’Uomo per la salvezza del mondo. Giuda deve fare quello che ha fatto, deve permettere alla carne, il morire, per liberare lo spirito. Giuda compie un volere tragico. Allora il tradimento diviene giustificato ed eleva il personaggio, anche se, la Chiesa non gli riconosce il merito e lo condanna senza pietà.

E torniamo all’ambiguità iniziale della farfalla, l’ambivalenza del tradimento che può essere visto nella storia in modo diverso. Ecco allora un altro tradimento storico che si nutre del dubbio, quello di Giulio Cesare, assalito e colpito da amici e dal figlio.  Bruto e Cassio traditori della patria o difensori della democrazia? Dipende da come vogliamo far volare la farfalla…

Anche il tradimento coniugale, che colora l’aspetto sociale dell’esigenza di un rapporto esclusivo fra i due partners, desiderosi di trovare nell’altro, in virtù del sentimento d’amore condiviso, tutto quello che poteva essere necessario alla coppia. Eppure, si nutre  di motivi tra  i più svariati, si tradisce per noia, per divertimento, piacere, narcisismo, delusione, monotonia, insoddisfazione, eppure, si giura fedeltà eterna. I motivi che inducono al tradimento sono molto diversi da caso a caso. Oltre che per attrazioni fatali, occasioni facili, desiderio sessuale, si può tradire per semplice desiderio di affermazione di sé, della propria libertà. E’ un modo di mettere un confine nel rapporto simbiotico con l’altro. Il suo significato sta nel messaggio trasmesso, il tradimento maschile o femminile, pareggia i generi, ma, sempre tradimento, del “per sempre”, giurato in partenza. Consigliabile, ovviamente,  alla coppie colpite da tradimento  non reagire come Otello ma, di servirsi della legge, senza versare sangue.

Allora vendetta o perdono?

A tradire non sono i nemici ne tanto meno gli estranei, ma i padri, le madri, i figli, i fratelli, gli amanti, le mogli, i mariti, gli amici. Solo loro possono tradire, perchè su di loro un giorno abbiamo investito il nostro amore. La vendetta , che è una risposta emotiva che salda il conto, non emancipa la coscienza, perché quando è immediata non ha altro significato se non quello di scaricare una tensione. La vendetta rattrappisce l’anima. Perdonare può essere molto utile.  Perchè l’amore è una relazione, non una fusione.

Giorello fa notare come la menzogna, quindi il tradimento, sia connaturata all’esercizio della politica, riammettere i traditori può essere utile soprattutto nella politica dove abbiamo dei veri recordman del voltafaccia, del trasformismo partitico, che sicuramenmte, hanno tutto, meno che la coerenza. Spledidi esempi di traditori di sè stessi che si proclamano sempre e comunque, sinceri amici e difensori del popolo.

Giorello ci fa capire la complessità di una figura, di un ruolo, che sarebbe semplicistico liquidare sulla base del solo criterio “morale”. Sembra infatti che la legge della vita sia scritta più nel segno del tradimento che in quello della fedeltà. Tradendo, l’altro lo si consegna a se stesso, e niente impedisce di dire a tutti coloro che si sentono traditi che forse un giorno hanno scelto chi li avrebbe traditi per poter incontrare se stessi, come un giorno Gesù scelse Giuda per incontrare il suo destino…come nella farfalla del logo rai che vive in una situazione di ambiguità, nella quale domina l’instabilità e la continua reversibilità del rapporto figura-sfondo…

Michelangelo, parte seconda

Secondo appunatamento con un genio indiscusso delal nostra arte. Seconda parte del racconto televisivo domenicale, condotto da Philippe Daverio: Michelangelo , che ha rappresentato un capitolo importantissimo del Rinascimento italiano, e che oggi, ci parla  attraverso la voce appassionata del conduttore de: Il Capitale in onda su Rai 3.

1505 l’artistra ha 30anni e ha già realizzato parte della sua scultura.  E’ alle prese con il San Matteo che verrà interrotto per motivi oggettivi (il viaggio a Roma) ma, da quel momento in poi le opere del Buonarrotti avranno caratteri di incompiutezza. Il santo sembra liberarsi dalla materia della creatività ma, non può giungere a compimento. L’urgenza della creatività è proprio in quest’apostolo che cerca faticosamente di trovare una forma, quasi in lotta con la materia stessa, che diverrà la prima di una serie che oggi la critica ascrive nel “non finito michelangiolesco”. Il papa lo vuole a Roma, dove vi giunge con la fama di essere il massimo scultore della sua epoca.

Qui  iniziano anni di vita tormentata. Vuole fare lo scultore ma, il Papa gli affida la Cappella Sistina. E lui fa la scultura nella pittura, crea un linguaggio pittorico nuovo, volumetrico, e lo inserisce in un ‘architettura dipinta. Non può rinunciare alla plasticità e la inserisce nell’arte del dipingere. E la piazza in alto. Il più famoso artista del Rinascimento, maestro della scultura, riesce ad esaltare la plasticità anche nelle forme della pittura. Dipinge il sublime, l’eternità. Massicce figure inserite in un contesto di nudi. Le linee corrono con un andamento prevalentemente curvo, assumendo una valenza espressiva autonoma che stacca le figure dal fondo, nonostante il loro cromatismo sfumato ed omogeneo, ma certamente ben solido che nettamente le distingue tra loro. Plasticità che si materializza nella dinamicità e vitalità delle grandiose figure, le quali allo stesso tempo, manifestano grande sofferenza ed aspirazione all’eterno. Ecco che si può parlare di un plasticismo creato unicamente per via del fondo unito alle solide figure.

Michelangelo ha avuto un solo padrone, Giulio II, ma, alla sua morte Leone X, l’incarico  muta, ora deve occuparsi delle tombe medicee. Se i rapporti con Giulio II della Rovere furono di sudditanza obbligata, quelli intimi e complici con Leone X gli permisero di ritrovarsi nell’atmosfera fiorentina. La Cappella Medicea, anche nota come sacrestia nuova di San Lorenzo (per distinguerla dalla Sagrestia Vecchia di Brunelleschi), è stato il principale lavoro di scultura realizzato a Firenze da Michelangelo, nel periodo successivo al soggiorno romano che lo aveva visto all’opera nella Cappella Sistina. La Cappella doveva essere un piccolo Pantheon della famiglia Medici, e nel periodo che vi lavorò, Michelangelo realizzò, oltre al progetto architettonico, soprattutto due monumenti funebri: la tomba di Lorenzo e la tomba di Giuliano de’ Medici. In entrambi i casi i monumenti presentano analoga tipologia: in una nicchia, ricavata in un paramento architettonico, sono inserite i ritratti dei due personaggi; in basso vi è il sarcofago sui quali sono collocate due figure allegoriche. I ritratti dei due personaggi, più che seguire la fedeltà fisionomica, sono due immagini allegoriche: Giuliano rappresenta l’uomo d’azione e di potere; Lorenzo, invece, l’uomo riflessivo e di pensiero. Entrambi i ritratti sono due possenti sculture che rivelano il carattere più alto del concetto umanistico del principe rinascimentale.

Tutto in un gioco intellettualissimo, ideale nell’esecuzione perfetta del senso dell’esaltazione che esce dalla pietra, un vibrato, un tripudio scultoreo dentro a un altro tripudio architettonico. Michelangelo è architetto ma, mette a frutto l’esperienza pittorica e decora tutto. La decorazione architettonica, senza la preoccupazione di seguire il classicismo degli ordini classici, viene adattata  alle esigenze plastiche, secondo la sua personale visione. Una raffigurazione reale dell’idea vitale, spirituale e intellettuale che si risolve e si sviluppa in uno spazio ideale: la cappella.

E il tutto diviene l’espressione del talento, dell’energia firmata dall’artista in una perfatta accuratezza esecutiva. Passione e manualità si fondono in un tutt’uno e delineano le pulsioni energetiche e la personalità del Buonarrotti. E’ la mutazione dell’architettura che deve essere estetica, pittorica, movimentata. Questa è la sua idea, e l’idea viene elaborata nella materia. In conclusione il progetto dev’essere chiaro nella mente e feroce nell’esecuzione. Sconvolgente sfida della mente che sonda il limite della mano, nella finezza esecutiva, che non vuole raggiungere la fine pur essendo in grado di farlo.

Alla morte di Leone X, gli succede Clemente VII, che vedrà lo sfascio di Roma e all’ansia dell’artisticità si aggiunge quella politica, Michelangelo arriva 60anni della sua creatività, gliene rimangono altri 30, ma, questo sarà il tema di un’altra puntata…



Una domenica con Michelangelo

 Il capitale, la trasmissione d’arte e cultura scritta e condotta da Philippe Daverio, su Rai3, indaga sul rapporto tra uomo e creatività del grande Michelangelo.  Guardare le sue opere, vuol dire approfondire il pensiero umano che l’artista ha portato ai massimi livelli.

Una tomba. Trent’anni passati tra la scultura e una tomba. Con un Mosè potentissimo che si passa con un vezzo le dita tra la barba fluenta. La massima esaltazione della muscolatura maschile. Stiamo parlando  del sepolcro di papa Giulio II, l’ultima opera giovanile di Michelangelo. Un progetto ridotto, ridimensionato, rispetto all’originale, infatti le difficoltà e le delusioni ad essa legate pesarono su di lui per quarant’anni. E’ la nemesi dei vincoli. Un Mosè che ha commosso tutti, anche il regista che porta il suo nome: Antonioni, che gli ha dedicato un documentario dal titolo: Lo sguardo di Michelengelo, nel quale il regista si siede fronte al Mosè e  racconta  di quel capolavoro creato da quell’artista del Cinquecento che scavava il marmo fino a trovare l’ultimo strato, toglieva, toglieva, fino ad arrivare dove il marmo diventa trasparente.

Una tomba che pone un quesito: perché ci volle così tanto tempo per finirla? Un progetto faraonico che richiedeva senz’altro molto tempo, perchè nel pensiero di Michelangelo doveva essere il monumento eretto alla scultura che è la regina delle arti. Roma era una città di sculturi che ripetevano i canoni dell’arte classica e a Roma per essere considerato un artista si doveva essere scultori. Dunque per Michelangelo il sepolcro del Papa doveva essere l’apoteosi della scultura, il committente invece voleva semplicemente una scultura normale, per farsi ricordare. Uno scontro ideologico, una battaglia tra due caratteri forti, che terminerà con un’opera incompituta nella realizzazione. Ma per il creatore di forme nuove che furono ben presto mondiali, veggente nei campi dello spirito con una profondità che nessun artista italiano ebbe prima o dopo di lui, l’idea non è scindibile dal progetto. E ci credette profondamente.

Ed è proprio la scultura che lo rende noto a tutti. All’età di 22 anni scolpisce la Pietà. Un’impronta di dolore nel raccogliemento della dolcezza materna. Il giovane Michelangelo coordina il tema classico rivisiatandolo totalmente. Da qualsiasi angolazione la si osservi si ha la sensazione di una composizione vivente e non imprigionata nel marmo. Un assoluto equilibrio di bellezza fisica e spirituale. La vergine tiene in grembo il Cristo come se fosse un bambino addormentato ed è  più giovane del figlio. Immagine della perennità della purezza verginale, antecedente all’essere donna. Un’idea di purezza che travolge il tempo cristallizzato nella morte del figlio.

L’opera successiva è il David, un’opera prestigiosa per un artista di soli 26 anni.Un enorme blocco di marmo difettoso che giaceva, in attesa, delle mani di Michelangelo che lo estarrà dall’informe. L’artista metterà mano nell’inerme e ne estrarrà la forma. Un tutto tondo visibile nello spazio stando dentro allo spazio. Come Dio creò la prima scultura, l’uomo, così Michelangelo creò il corpo del David. Un corpo che innova il canone della bellezza maschile rinascimentale.  Un corpo atletico al culmine della forza giovanile espresso da forme nate da uno studio attento dei particolari anatomici, come la torsione del collo attraversato da una vena e dalla struttura dei tendini, la tensione muscolare delle gambe; contratta quella di destra su cui si appoggia il peso, distesa quella di sinistra, che si allunga per il movimento, e la perfetta muscolatura del torso. Una statua greca in un tempio fiorentino.

In quest’opera Michelangelo deve dimostrare l’eccellenza assoluta della sua mano. E ci riesce, ma, tutto questo si conclude con la Cappella Sistina, dove Michelengelo deve diventare un pittore. Una nuova sfida, la superficie piana. Dopo, tutte le sue sculture saranno dei non finiti, in una ricerca artistica che durerà fino alla morte, dentro quel che lui stesso definiva: “l’arte che viene creando per via di levare, piuttosto che di porre”.

Mammuth e violini in Tv

Sabato pomeriggio, si parte per un nuovo viaggio conoscitivo, televisivo, e Passaggio a Nord Ovest ci porta in Olanda per incontrare il mondo dei mammuth e in Mongolia per ascoltare le dolci note del violino a testa di cavallo. Alberto Angela ci accompagna dentro e fuori il Museo Naturalis di Leida, nei Paesi Bassi, dove è conservata la più grande collezione di ossa di mammuth riportate alla luce nel mare del nord da paleontologi trasformati in pescatori.

Una vera banca dati di questi bestioni del passato. Il termine “mammuth”  raggruppa specie differenti di grossi mammiferi del genere Mammuthus, strettamente imparentati ai moderni elefanti, che vissero in Eurasia e in America settentrionale durante il Pleistocene per circa 5 milioni di anni, per poi scomparire dalla faccia della terra.  Si adattarono al clima delle glaciazioni, avevano zanne lunghe più di 3 metri, vivevano in media 80 anni, pesavano 4/5 tonnelalte ed erano alti più di 3 metri. Una montagna che avanzava lentamente. I cacciatori preistorici li consideravano una vera miniera di cibo, avorio e  pelle. In Italia la loro presenza fu sporadica ma, altrove furono abbondantissimi, come in Siberia, dove,  grazie al clima, i resti, conservati naturalmente, riaffiorano di tanto i tanto.  Mentre in Olanda, nel mare, esistono veri giacimenti per i paleontologi e si può parlare di una vera  “pesca nella preistoria”. Un mare nel quale è possibile prelevare, cattuare, le ossa dei mammuth. Dalle reti che pescano sul fondale riemergono i resti-fossili di questa fauna di 45.000 anni fa. Pezzi di storia del nostro passato che diventano materiale preziosissimo per la ricerca umana.

Dal passato, sepolto in mare, a un presente, che deve essere conservato.  Il Morin khuur è uno strumento antichissimo,  uno degli strumenti musicali più importanti del popolo mongolo , ed è considerato un simbolo della nazione mongola. Produce un suono che viene poeticamente descritto come ampio e sfrenato, selvaggio come il nitrire di un  cavallo, o come una brezza nelle praterie. I nomadi della mongolia gli hanno sempre atribuito poteri magici. Rischiava l’estinzione, finché l’Unesco non l’ha considerato è uno dei Capolavori del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità.  Solo pochi lo suonano ancora e secondo la tradizione dei nomadi la tecnica è sempre stata tramandata oralmente.

Uno strumento  rigorosamente costruito a mano, è costituito da un trapezio in legno-incorniciato  a cui sono attaccati due stringhe. Si svolge quasi in posizione verticale con la cassa di risonanza in grembo del musicista o tra le sue gambe.  Ci sono una serie di leggende su come il Morin Khuur è stato creato, tutte basate sull’amore di un uomo per un cavallo morto. Così centrale era (ed è tuttora) il cavallo alla cultura mongola, che la testa del cavallo è stato posta sulla parte superiore dello strumento musicale, e il  pelo della coda viene utilizzato per le due stringhe e per l’arco. E nella natura selvaggia le note del violino  a testa di cavallo riecheggiano nel vento. Nella dura legge della sopravvivenza il Morin kuur viaggia con il popolo mongolo e accompagna tutti i riti, le festa della famiglia,  e le cerimonie, così come  accompagna le occasioni della vita quotidiana e  le storie raccontate ai bambini, alla  sera. Il Morin kuur, non è semplicemente uno strumento tradizionale, è un’arte affascinante, antica,  un tesoro da conservare e conoscere. Il Morin  khuur è stato e sarà il suono autentico della Mongolia, melodia dell’anima e della natura.

Augurandoci che questo strumento continui a esistere nella cultura mongola, affidiamo al  Morin Khuur il compito di diffondere  la musica del vento della Mongolia  in tutto il mondo cosicché il violino mongolo, non rimarrà in silenzio.

Dalla città sulle acque, al simbolo yemenita di virilità

Un viaggio diverso dal solito, ma ugualmente interessante, Passaggio  a nord ovest,  ci porta a Venezia e dentro la sua famosa Basilica di San Marco, in una delle piazze più belle del mondo, il fulcro, della città sospesa nell’acqua. Unica al mondo.  Un luogo affascinante che lascia a bocca aperta per quel sapore di mistero e di antico che si respira nelle vie della città. L’atmosfera un po’ malinconica e al tempo stesso romantica di Venezia fa innamorare chiunque venga a visitare questa città sull’acqua. Ed è qui, nella piazza principale che sorge il campanile di San Marco: costruito nel 1173 come faro per i naviganti, crollò nel 1902,  venne interamente ricostruito, identico. È sulla sua sommità  che l’angelo posto sopra la cuspide piramidale del campanile di San Marco ha la funzione di segnalare la direzione del vento: è infatti girevole sul proprio asse sensibile, con le ali, ai soffi di vento e pare, segnali ai veneziani, anche il livello dell’acqua e il conseguente, pericolo dell’acqua alta.

Ma tra credenze e certezze, ecco la  Basilica di San Marco che appare al centro della piazza, colorata d’oro e rivestita da mosaici che raccontano la storia di Venezia, assieme ai meravigliosi bassorilievi che raffigurano i mesi dell’anno.  Si sviluppa verso l’alto e rispecchia lo stile orientale,  è un monumento unico per la ricchezza della sua storia, la maestosità della sua facciata e del suo interno, splendido laboratorio in cui hanno operato per secoli grandi artisti italiani ed europei. Il carattere bizantino che la contraddistingue appare soprattutto nei grandi mosaici che narrano le storie di San Marco, del suo martire, che riposa all’interno del luogo sacro, e il 25 aprile per i veneziani, è una tradizione ben più antica dell’attuale festa nazionale: è la festa di San Marco. Il santo patrono della città che  divenne il suo emblema, assumendo le sembianze di un leone alato che brandisce una spada e stringe tra le zampe un libro sulle cui pagine aperte si legge: Pax Tibi Marce Evangelista Meus,  Pace a Te o Marco Mio Evangelista. Ma il 25 aprile  è anche la Festa del Bocolo ed è tradizione regalare un “bocolo”, cioè un bocciolo di rosa, alla donna amata.

Sopra la porta principale, i quattro cavalli bronzei di Costantinopoli,  ricordano la quarta Crociata del 1204. La quadriga  è un magnifico esempio di fine fattura e precisione di fabbricazione greca. Ognuno dei cavalli è fuso in due pezzi distinti: il corpo e la testa, particolare interessante se si pensa alle tecniche primitive di fusione di oltre duemila anni fa.  Sono di bronzo dorato, lucenti e sono da sempre considerati il simbolo della potenza e della libertà veneziana. I quattro cavalli, subirono spesso le attenzioni dei nemici della Repubblica Serenissima. Ultimo, Napoleone, che se li portò  in Francia come bottino di guerra, per essere collocati sull’arco di trionfo del Carrousel, fatto appositamente costruire dall’imperatore. Riportati in patria, vengono custoditi  in un ambiente sicuro e protetto, all’interno della basilica, nel Museo Marciano, e sono state fatte delle copie che li hanno sostituiti.

Impossibile, quando si visita la cattedrale veneziana, scorrere ordinatamente la quantità di decorazioni, mosaici, strutture architettoniche, oggetti preziosi e raffigurazioni sacre e allegoriche di cui è corredata dentro e fuori: per affrontarla nel modo giusto, prima di scendere nel dettaglio, bisogna lasciarsi travolgere dalla sua abbondanza, che di volta in volta cambierà aspetto a seconda della luce, dell’angolo da cui si osserva e da numerosi altri particolari che fanno della Basilica di San Marco un’esperienza sempre nuova ed intensa. Visitare la Basilica di San Marco significa quindi entrare in una fitta rete di contenuti artistici, religiosi e iconografici che raccontano minuziosamente la storia di Venezia. Luogo mistico e spettacolare, questo luogo sacro per la cristianità,  intreccia storia e fede, Oriente ed Occidente, arte e ricchezza in un implacabile susseguirsi di emozioni che dalla vista raggiungono in profondità lo spirito.

Da Venezia ad un arma, la Jambiya,  un pugnale ricurvo che, a partire dai 12/14 anni, quindi dalla pubertà (sottolineata dalla festosa cerimonia della circoncisione), ogni individuo yemenita di sesso maschile è orgoglioso di ostentare fino alla morte. Nello Yemen un uomo senza il suo coltello, non è nessuno. Lo si mostra, portandolo alla cintura. In una terra dove le donne hanno il volto coperto e  non mangiano assieme agli uomini,  un’arma, poco per volta ha perso un po’ del suo significato bellico per mantenere  inalterato quello fallico. La jambiya, infatti, è un evidentissimo simbolo di virilità al quale non rinunciano neppure gli uomini più umili, come mendicanti e carcerati. Viene portata custodita in un fodero, anch’ esso ricurvo ed applicato ad un cinturone, proprio sopra la pancia ed in questo parecchi studiosi hanno visto l’ intenzione di rappresentare una sorta di prolungamento dell’ organo maschile.

Questo particolare tipo di pugnale è formato da una lama di acciaio, affilata su entrambi i lati, lucidissima e con una linea centrale in rilievo.
Tuttavia il vero capolavoro è costituito dall’ impugnatura. Essa infatti spesso è prodotta con materiali rari e pregiatissimi, come, per esempio, il corno di rinoceronte (al quale vengono attibuite virtù afrodisiache e che viene importato clandestinamente, dato che si tratta di un animale protetto), oppure l’ avorio.   Spesso sono decorate molto finemente con oro ed argento, filigrana, pietre dure e monete. Il pregio, inoltre, aumenta con il tempo quando il materiale utilizzato, invecchiando, assume un bel colore ambrato.

Anche il fodero, che spesso è di legno ricoperto con vari materiali, è decorato con molta cura ed applicato ad un cinturone di cuoio scuro, che si allaccia sulla schiena. In un paese poverissimo un fabbricante di coltelli guadagna bene. È  un lavoro di prestigio, un’abilità artigianale che richiede tecnica e fantasia, una mano d’opera che permette di trovare lavoro a tanti.  La Jambiya, indica il posto occupato dall’ uomo nella società: semplice cittadino, autorità religosa, capo tribù, sceicco, ecc. Un uomo senza la sua Jambiya si sente incompleto. Un segno di lealtà alle norme tribali ed al prestigio sociale. Spogliata del suo significato materiale e vestita soltanto del suo significato simbolico, gli uomini esibiscono fieramente il pugnale, anche  in occasioni festose, come nei  matrimoni, una fase della vita che farà acquisire loro un nuovo status sociale. Anche se nessuno sa cosa aspettarsi dal futuro, qui, un uomo, grazie ad un simbolo antico,  si conquista il suo posto nella società.

E dalla città sull’acqua a quella delle mille e una notte, il viaggio televisivo, si ferma qui.

Galileo, la nascita della scienza moderna

Una giornata, su La 7 interamente dedicata a un italiano speciale: Galileo Galilei.  Si inizia  il pomeriggio con Atlantide scienza per finire con Marco Paolini che torna in tv con ”ITIS Galileo” …narrazione sul valore della ricerca.

Atlantide presenta un documentario che  ha come protagonista la vita e le scoperte di Galileo Galilei. Padre della scienza moderna, è il gigantesco pensatore grazie al quale si diffuse un nuovo modo di fare scienza, fondato su un metodo solido non più basato sull’osservazione diretta della natura, bensì sull’utilizzazione degli strumenti scientifici. Se Copernico nel 1543 cambia il modo di vedere la terra affermando la teoria del moto planetario, nel 1517 Martin Lutero inizia un’altra rivoluzione religiosa e culturale, ed è in questo ambito storico che Galileo vive, si confronta e combatte per far accettare le sue teorie anche contro la Chiesa cattolica che lo considera un eretico.

Ma cosa divideva i cattolici da Galileo? E quale ruolo aveva avuto un uomo come Galileo?

Lo scontro  con il braccio duro della Chiesa rappresentò il culmine di una vita. Suddito di Cosimo I° de Medici, sviluppa una passione per la meccanica cominciando a costruire macchine sempre più sofisticate, approfondendo la matematica e compiendo osservazioni di fisica. Ottiene la cattedra di matematica all’Università di Pisa, si interessa al movimento dei corpi in caduta e scrive il “De Motu”. Viene chiamato a Padova dove l’Università gli offre una prestigiosa cattedra di matematica, geometria e astronomia.  È in  questo periodo che comincia ad orientarsi verso la teoria copernicana del moto planetario, avvalorata dalle osservazioni effettuate con un nuovo strumento costruito in Olanda: il telescopio che  egli modificherà migliorandolo notevolmente, divenendo l’iniziatore delle scienze moderne basate sulla sperimentazione e non su dogmi.

Ma mettere in discussione l’immagine dominante del sistema aristotelico che risponde al senso comune e al vecchio testamento è estremamente pericoloso e dubitare dell’eliocentrismo si rivelerà fatale per Galileo Galilei.  È un giovane brillante, ambizioso, con una lingua tagliente. È  un pensatore libero  e scomodo.  Curioso,  invidiato dai colleghi laici e temuto dai cattolici. Non ha paura e vuole conoscere .  È lui che punta il nuovo strumento verso il cielo e getta le premesse per il suo successo e per un nuovo scontro con l’inquisizione. Celebri i suoi esperimenti sulla velocità della caduta dei corpi e sull’oscillazione atti a dimostrare la fallibilità di Aristotele. Lo studio di queste discipline veniva condotto sulla base di poche ed incerte esperienze, interpretate mediante  principi metafisici o logici, o alla luce delle Sacre Scritture o delle teorie aristoteliche.

I labili confini tra astrologia e astronomia si dimostrano un terreno di ricerche molto pericoloso perché lo studio delle scienze risentiva ancora di gravi pregiudizi. Il metodo proposto da Galilei, è in realtà induttivo-deduttivo, solo se l’esperienza conferma totalmente le ipotesi, allora la legge, per altro già formulata, è considerata valida e, con essa, tutte le conseguenze logiche.

La teoria copernicana venne proclamata eresia e anche le posizioni di Galileo vennero attaccate : sostenere l’ eliocentrismo significava indubbiamente mettere in discussione la veridicità delle Scritture ; Galileo viene attaccato pubblicamente dal cardinale Bellarmino, lo stesso che aveva processato  Giordano Bruno condannandolo al rogo, colui che credeva nella fede cieca della Chiesa. Il processo a Galilei assume un significato emblematico e viene interpretato come la lotta del libero pensiero contro ogni costrizione esterna. Da una parte ci fu Galilei con la sua razionalità, i dati inconfutabili dell’esperienza, l’evidenza scientifica e dall’altra irrazionalità, il rifiuto dell’esperienza, l’ottusità bigotta.

Vinse la seconda e con lo spettro della tortura Galileo fu costretto a rinnengare ogni sua convinzione.  Le contestazioni, data la natura del tribunale erano di carattere religioso non scientifico. La teoria eliocentrica appariva molto meno conciliabile con la tradizione cristiana della centralità dell’uomo e della Divina Incarnazione.

Deve ammettere di aver sbagliato e peccato di vanità.  In ginocchio difronte  alla Bibbia si vuole che rinneghi le sue idee dichiarandoli errori. Davanti agli inquisitori che gli rimproverano di  non essersi attenuto all’ingiunzione del cardinale Ballarmino nel 1616 viene pronunciata  la severa abiura il 22  giugno 1633. L’anziano scienziato è  sconfitto, malato, umiliato, viene condannato agli arresti domiciliari. La cecità e la morte porranno  fine alla sua esistenza terrena. Solo nel 1992 la Chiesa lo ha finalmente riabilitato, con la cancellazione definitiva della condanna inflitta al grande scienziato.

Ora siamo liberi di ritenerlo  il fondatore della scienza moderna e in fondo questa è la sua più grande conquista e per questo sarà sempre ricordato.

La dolce vita della Casa Bianca

La storia del presidente più amato degli Stati Uniti che aprì una nuova era americana ma, che fu anche incline a una vita sessuale molto spinta, questo è il tema centrale del documenatrio in onda su History channel dal titolo: Gli scandali sessuali di JFK. 

Un passo indietro nel tempo: 1963 viene assassinato l’uomo che incarna la nuova era che si affaccia al mondo, basata sulla speranza della parità di diritti tra gli Americani, la persona più giovane ad essere scelta come Presidente, il primo cattolico e quello più giovane  a morire. Il mondo lo piange ma, forse quel proiettile ha salvato la sua reputazione.

1962, l’immagine  del presidente vacilla, la causa, una diva del cinema, una donna fragile, imbottita di psicofarmaci, ma, è solo uno dei tanti scandali sessuali presenti nella vita del presidente che, drogato di sesso, si riteneva intoccabile e invulnerabile.  Quando il destino fa intrecciare le loro strade lei è già Marilyn Monroe, un’attrice famosa e conturbante, l’innocente svitata dalle curve mozzafiato, John Fitzgerald Kennedy, ambizioso e affascinante, marito infedele di Jaqueline Bouvier, è già senatore del Massachussets. Proviene da una famiglia aristocratica e anche il padre si era permesso tante relazioni, oltre alla moglie, dunque nel Dna di famiglia c’è quello che consideravano una naturale propensione al sesso.

Soffre di sindrome di Addison, è  in preda a costanti e lancinanti dolori, che gli fanno consumare elevate dosi giornaliere di medicinali antidolorifici e ansiolitici, con l’aggiunta di testosterone, che sicuramente, non giovarono alla malattia ma, contribuirono alla  sua già super attiva libido. Una condizione di salute in bilico tra la vita e la morte che influì sul suo stile di vita, sempre pronto a cogliere il presente, e le relazioni amorose, sono un buon modo per “assaggiare e gustare le delizie della vita” come affermò un giorno.

Tante relazioni pericolose, torbide, si succedono minacciando la sua vita politica, iniziata a 29 anni in un interminabile tensione tra l’aspetto pubblico e quello privato, sapientemente “coperto” dal fratello Robert, padre di famiglia integerrimo, riflessivo e responsabile, e suo devoto braccio destro. L’opionione pubblica moralista americana non tollera l’adulterio, la dimensiuone pubblica non può scendere a compromessi con il privato, nonostante John sia convinto di essere intoccabile. Porta avanti la sua campagna elettorale costruendo il suo potere in modo da conquistare nuovi traguardi per la democrazia americana lottando contro alcool, malavita, corruzione, mafia e  dissolutezza.  Ma la realtà era ben diversa, di notte, baldoria e di giorno, integerrimo politico!

La mafia conosce il debole per il sesso del presidente e gli mette sulla strada, Judith Campbell Exner, attrice, divenuta amante di Frank Sinatra che voleva dividerla anche con altri amici e farci all’amore in tre o quattro contemporaneamente. Era stata sposata con un attore della Tv, Campbell, con un figlio, divenuta una delle donne di Giancana, il boss mafioso più potente assieme a Rosselli. Per la mafia, Judith è uno strumento, la possibilità di scambi di favore, un modo per allungare i tentacoli sul candidato Kennedy, sesso e politica stringono un accordo.

1961 diventa il 35° Presidente degli Sati Uniti, ora la sua esuberante attività sessuale passa nelle mani di Edgar Hoover, un vecchio ambizioso, meschino, paranoico e rabbioso, che passerà la vita a raccogliere informazioni riservate sui politici per sfruttarle a suo favore. JFK combatte la mafia mentre va a letto con la donna di Rosselli,  il nemico numero uno. L’FBI intercetta telefonate imbarazzzanti e con dettagli scabrosi, questa relazione è una bomba ad orologeria che va neutralizzata e Robert, provvede.

Ma la calma è breve, all’orizzonte un altra donna, ancora più pericolosa si affaccia. E’ popolarissima, affascinante e con la psicologia di una bambina, Marilyn Monroe. E’ a favore dei diritti civili e simpatizzante della sinistra, e in quegli anni la minaccia del comunismo è fortissima. L’ideologia comunista fa paura e fu proprio nell’atmosfera tesa della Paura Rossa seguita al primo conflitto mondiale che si formò l’ossessione per l’anti-comunismo e la relazione tra i due. Per lui è solo una delle tante, un’amante e nulla più, per lei, il suo avvenire, si vedeva la nuova first lady. Un colpo di fulmine. Una storia fatta di incontri clandestini, culminata nella morte per overdose di barbiturici di Marilyn, vittima della torbida vita sessuale del Presidente. I Kennedy rischiano il crollo dell’immagine,  uno scandalo che avrebbe fatto tremare la stessa Casa Bianca, uno scandalo dalla portata nazionale, che venne abilmente  insabbiato.

Nell’ultimo anno di vita, altre relazioni pericolose si succedono in un’America innamorata del suo giovane e dinamico presidente. Il  coraggioso uomo di Stato che all’apice della popolarità frequenta un giro di ragazze squillo sta per essere balzato nelle cronache della stampa implicandolo nello scandalo Profumo. Un boccone troppo ghiotto per i suoi nemici. La storia comincia a trapelare. Fino a quel momento nessun Presidente si era spinto così spudoratamente, la stampa americana può distruggere colui che combatte la corruzione. Scoppia il panico all’interno della famiglia che deve ancora una volta mettere tutto a tacere, mentre all’orizzonte un ‘altra bionda, bellissima, entra nelle lenzuola del Presidente, ma questa volta il premuroso  Bobby junior, la rispedisce velocemente nella patria natia: la Germania.

Lo scandalo Profumo cambiò per sempre i rapporti tra i politici e la stampa, ponendo fine alla loro intoccabilità e mettendo la loro vita privata sotto un continuo scrutinio, lo stesso che al giorno d’oggi spesso degenera in ossessione. Mentre la giovane vita del Presidente più amato finisce, tra le braccia della moglie, a Dallas, lasciando sgomenta una nazione ed il mondo intero. Le speranze che quell’uomo giovane e democratico incarnava vennero stroncate da un delitto che ha ancora tantissimi punti oscuri e per il quale molti parlano di complotto.

JFK ha rappresentato  un mix a base di festini, psicofarmaci, legami con la mafia, sesso, un vortice di potere, passione, disperazione e forse solitudine che non gli hanno impedito di fronteggiare i compiti di grande responsabilità che la sua posizione gli imponeva.

Dal Nabir al monociclo

Popoli, storie e avventure in un  viaggio televisivo targato Alberto Angela. A Passaggio a nord ovest si parte dalla Nabibia e dal suo deserto per arrivare all’avventurosa sfida di due giovani americani a 5600 metri di altezza.

Nella calma  e nella tranquillità del deserto del Nabir, i misteri delle forme di vita più remote, con temperature che oscillano tra i 50 e i 70 C in un un territorio davvero arido e desolato,  è il biglietto da visita di questo vasto spazio aperto che si estende per 2000 chilometri lungo la costa dell’Africa Sud-occidentale. E’ il più antico e più estremo deserto della Terra. I paesaggi presentano una tale varietà che pur essendo desolati riescono ad offrire all’occhio umano un’intera gamma di emozioni. Un mondo di silenzi antichissimi e di spazi sterminati dove la natura ha disegnato paesaggi unici: enormi dune lineari, mobili, color biscotto, alcune alte centinaia di metri; Ma da dove viene la sabbia?

È il risultato di un lungo processo di dilatazione e contrazione della rocce che si spaccano fino ad arrivare a essere dei minuscoli granelli portati dal vento che li deposita formando le dune. Distese infinite dai toni malva e ocra, insomma, tutto ciò che rimane di un’ intera montagna demolita. Accumuli di sabbia con dune alte fino a 320 metri. Dune immense come immenso è il silenzio che le contiene. Un regno di vento e sole.  Dune dinamiche, che si spostano ed assumono forme particolari per effetto del vento e colori diversi, dal bianco intenso al giallo fino alle tinte più calde dell’ocra. Un deserto che copre tanti tesori, come i diamanti e quello che resta dell’ingordigia umana che in passato, scatenò una vera corsa all’oro per poi far tornare tutto  in balia del vento, della sabbia e del silenzio.  Sono queste le dune che stanno lentamente divorando la città fantasma di Kolmanskop. Un tempo fulcro della prospera industria diamantifera, oggi  città fantasma, dove il deserto piano piano ha preso il sopravvento e si è insinuato lentamente e subdolamente nelle case, negli orti, nelle baracche, nelle finestre rotte, nelle porte ormai divelte, penetrando  proprio dove un tempo fervevano intense attività umane.  Poi, furono trovati diamanti più a sud e Kolmanskop, abbandonata, divenne un emblema: una  gabbia dorata nel nulla.

E dai silenzi immutati dal tempo, il viaggio e la nostra attenzione  si sposta su una sola ruota, cavalcata da Kris e Nathan, due giovani americani, che  tra giocoleria e l’equilibrio hanno realizzato un’impresa impossibile e senza precedenti, lanciandosi in una discesa spericolata in “monociclo” lungo la terza vetta piu’ alta del Nord America: il vulcano Orizaba, alto 5600 metri, in Messico. L’avventura ha mille forme, mille sfide e in questo caso una sola ruota. Un mezzo improbabile e semplice: una ruota,  una forca, un sellino, un uomo e tanto equilibrio. Uno sport originale che si avvicina alle abilità circensi dove non c’è superficie o ostacolo che tenga, tutto viene superato con salti temerari che richiedono abilità tecnica e coraggio. Uno sport estremo dove  lividi e graffi sono sempre presenti perchè le cadute sono sempre in agguato. Una questione di attimi, un fondo instabile e la terra, torna sotto i piedi…per ricominciare, un attimo dopo, l’avventura acrobatica dell’uomo, che superato il vulcano pensa a una nuova vetta, forse l’Himalaya, un piccolo angolo sul tetto delle nevi del mondo da cui hanno avuto origine le mele…

A 2000 metri di altitudine con temperature incredibili crescono intere foreste di meli. In Kazakistan esistono delle immense foreste di meli selvatici che hanno circa 165 milioni di anni. Questi meli, i malus sieversii, sarebbero l’origine della mela, ovvero i progenitori delle nostre mele coltivate. La mela, frutto di un albero che affonda le sue radici addirittura nell’Asia Centrale all’epoca del neolitico, più di 10000 anni fa, si diffuse in tutta Europa a partire dall’antichità. Mele commestibili, dolcissime, colorate e dalle forme differenti, popolano questi frutteti dando vita a una straordinaria combinazione di generi naturali, una biodiversità davvero incredibile. Antenata di tutte le mele, la Malus sieversii è dolcissima, resiste a tutte le insidie del progresso, ma non alla deforestazione. L’associazione naturalista e ambientalista Alma ha lanciato l’allarme: rischia di sparire. 

La mela conosciuta come la mela di Adamo e Eva, una sorta di superfrutto che fino ad ora aveva resistito ad ogni sorta di aggressione del progresso, giunta fino a noi grazie agli orsi, che mangiando i semi e defecandoli  innescano il meccanismo naturale che li fa tornare alla terra, affidata  ai nomadi che l’hanno spostata dalla terra d’origine, oggi, rischia la scomparsa.  L’enorme varietà genetica l’ha resa resistente agli agenti patogeni. Il loro patrimonio genetico, incrociato con quello di altre mele, potrebbe seriamente contribuire a rendere più sane le mele di tutto il mondo. Ebbene, tutto questo è legato alla deforestazione, conseguente purtroppo alla urbanizzazione incontrollata e alle  colture diverse degli spazi selvatici. Secondo Alma, già il 70% dei meli sono stati devastati rischiando di perdere per sempre questo patrimonio fondamentale.

Un grido d’allarme che ci giunge dal passato e che vorebbe, ancora  affiancarci nel futuro, se glielo concediamo.

Elogio al panteismo

Corrado Augias, da tempo, ci ha abituati che lo spazio televisivo da lui condotto, è un angolo di confronto del pensiero umano, nel quale trovare spunti di riflessione su tematiche molto importanti e impegnative, e per non smentirsi, l’argomento trattato nell’odierna puntata di Le Storie – Diario italiano, gira attorno al concetto di divinità.

Ospite in strudio, l’autore dell’inconsueto saggio: Eclisse del Dio unico, lo scrittore Ferruccio Parassoli.  Cristiano, collaboratore di Famiglia Cristiana, cattolico integrale, con le carte in regola per parlare di cose di Chiesa, che scrive un libro dove il sublime e l’abisso si incrociano. Dove il Vecchio Dio di Abramo è caduto dietro le quinte, ma dove sul palco non è mai comparso quel Dio Padre che Gesù chiamò dalla croce.

Decisamente inconsueto, quasi da eresia.

“E’ un  documento di un uomo che ora non  è più teista ma, panteista, non è un dramma, quando si arriva ad una certa età è onesto e giusto fare i conti con se stessi, con la società e con Dio, io l’ho fatto, e cattolico e teista non stanno bene insieme. Non si tratta della morte di Dio ma, semplicemente lo abbiamo da tanto tempo perso di vista. Dio esiste ma, non lo si vede e non lo si sente, si è eclissato. E’ un buio che si ripercuote sulla società perché abbiamo perso il pilastro della civiltà occidentale.Quel Dio lì che non sa più onorare col suo silenzio la richiesta di verità e di giustizia dell’anima umana, è il Mistero che si è chinato sul nostro niente…?”

Il nostro Dio viene dal ceppo ebraico, nel tempo si è modificato divenendo il padre amoroso presente ovunque, un’idea del Dio unico presa dagli egiziani e più precisamente dal culto di Aton, unico e solo,  che durante l’esodo degli ebrei, Mosè si portò appresso, diffondendo l’idea unificatrice di Dio. Nacque il monoteismo, frutto dell’interpretazione dei discepoli che in tempi diversi sistemarono le parole di Cristo. Poi il cristianesimo e la variante cattolica ha allentato l’originale ideologia introducendo i santi che accendono negli italiani vere passioni e devozioni. In testa a tutti, Padre Pio, seguito dalla Madonna e da Madre di Teresa di Calcutta. Il 71% degli italiani porta con se, l’immagine di un santo e lo invoca spesso. Pertanto nel cristianesimo, il dio unico dell’ebraismo è messo in discussione. I santi sono idolatrati,  sfociamo nel paganesimo. Eppure la religione cattolica lo ha debellato, ma, di fatto convive con il contenuto cristiano ed è tollerato.

E il messaggio  come tale è valido ancora oggi come nel passato; presente come lo fu duemila anni fa, con tutte le sue caratteristiche genetiche e storiche, il fatto cristiano interessa ancora. “Non credo in un Dio statico, egli è in tutto ciò che avviene, è dinamico,  è il presente e la rappresentazione di ciò che avviene, e con ciò faccio semplicemente il quadro dell’attuale situazione”.

Si tratta, dunque, per i credenti, di un metodo da riscoprire, di una modalità di comunicazione. Non è mica l’uomo, che usando  il suo libero arbitrio,  rifiuta l’amicizia di Dio bensì un’apertura al confronto anche con altre religioni.

Gesù e Budda potrebbero essere affiancati?

Gli ingredienti sono così tanti e decisamente  stravaganti, per gli integralisti cattolici, da resatre senza fiato, ma se nel silenzio e nella pace dell’animo umano e nelle piccole cavità della mente risiede tutto l’universo, perché non concepire una rivolta metafisica?

Oggi c’è un gran bisogno di unità e di pace. Ogni religione considera gli insegnamenti del suo Maestro e il Maestro stesso come sua proprietà esclusiva. La vita di tali Maestri però, sembra smentire questa pretesa e il loro insegnamento non è inteso a favorire la creazione di divisioni e contrapposizioni di forme, rituali e “credo”. Piuttosto sembra che le religioni siano nate, attraverso queste divine personalità, per migliorare la condizione umana e che la molteplicità delle forme religiose rifletta le differenti culture ed epoche in cui esse sono sorte.

D’altra parte, solo un dio limitato potrebbe donare la sua grazia solo a chi professa una fede esclusiva?

I cristiani potrebbero aprirsi a una forma di  mutua comprensione, nel rispetto delle differenze reciproche, e passare indenni all’interno di un  approfondimento della propria religione attraverso un terzo punto di vista.  Né cattolico, né buddhista, nè ebreo. Insieme, per darsi  l’aiuto, psicologicamente e spiritualmente utile a percorrere il nostro cammino di esseri umani sulla terra.