Procreazione…inconcepibile!

Puntata che tocca un tema di particolare contesto sociale, quello  affrontato da  Corrado Augias, nel suo appuntamento quotidiano, Diario-le storie italiane, assieme all’autore del libro “Storia della contraccezione”, Carlo Flamigni.

Una puntata in cui si parla …degli strumenti che le donne hanno per non farsi fregare…come sagacemente, riassume la bravissima Anna Marchesini, nei panni di uno dei suoi personaggi, Merope Generosa, la sessuologa che cerca di dare delle lezioni professionali e accademiche sul sesso.

Nella storia dell’uomo le conoscenze sui meccanismi del concepimento sono andate di pari passo con l’evoluzione dei metodi per impedirlo. Quello del controllo delle nascite, spesso determinato dalla miseria, ma anche da convinzioni religiose e culturali, è tuttavia un ambito ancora delicato e sofferto, dal punto di vista informativo. Non di rado i metodi per impedire la procreazione sono diventati il pretesto per uno scontro fra opposte posizioni etiche e giuridiche che divide tuttora la nostra società. Carlo Flamigni, uno dei più autorevoli esperti italiani dell’argomento, ne sottolinea con rigore i principali aspetti, non rinunciando però a denunciare la colpevole arroganza di religione e scienza che, in nome della morale e del progresso, hanno sacrificato la dignità di generazioni di madri.

Un libro che inizia dall’antichità, dove Minosse, nel momento più bello… al posto del suo seme, eiaculava scorpioni,  per colpa di una maledizione, che lo obbligava alla fedeltà, per questo per tradire Pasifae con allegria, inventa il primo preservativo, con la vescica di una pecora e ne fa uso per proteggere se stesso e la propria amante da un amplesso mortale. Ma, dopo un esordio leggero e simpatico l’attenzione viene spostata sul fatto che le donne hanno patito su scala stratosferica e per tempi così lunghi, la violenza della mancanza del diritto dei diritti. Considerare le donne come portatrici di bambini, come marsupi viventi che devono subordinare i loro interessi al bene dei propri figli, è incivile.

Riuscire ad ammettere che i nostri valori sociali sono ancora lontani dalla parità dei diritti è un modo per iniziare un cammino verso il diritto della donna a disporre incondizionatamente del proprio corpo. Se pensiamo che nel 1920 in Romagna le donne preferivano l’infanticidio per soffocamento perchè la miseria non permetteva loro di allevare il numero enorme di figli che erano costrette a “sfornare” ci rendiamo conto di quanto sollievo abbia portato con sè, l’entrata in vigore della pillola contraccettiva. Ripercorriamo brevemente alcune imporatnti tappe dell’emancipazione femminile: la legge contro l’adulterio, risalente al tempo del fascismo, che puniva con il carcere sino a due anni le donne condannate (e i loro amanti), è stata infine abrogata nel 1968. Solo nel 1970 fu concesso il divorzio in Italia, anche se con gravi limitazioni. La pillola anticoncezionale ormonale è stata introdotta in Europa nel 1961, un anno dopo il suo arrivo sul mercato degli Stati Uniti, ma le donne d’Italia hanno dovuto attendere il 1968 prima che fosse disponibile.

Quella che apparentemente sembra una battaglia vinta nel tempo,  in realtà, è ancora oggetto di battaglia religiosa, la Chiesa continua ad aggredire l’argomento colpevolizzando la pillola e il suo uso, considerando tutto quello che impedisce la procreazione come “cattivo” e influenzando l’opinione pubblica nel modo subdolo e tortuoso. Lucianina Littizzetto sull’argomento ha giustamente affermato: ” Eminence, che voi non siate d’accordo sull’uso del  preservativo lo si sapeva, ma, dire che non serve contro l’Aids è una cavolata, una fregnaccia, allora a cosa serve? A fare i gavettoni a quelli del piano di sopra? A insaccare i salami? A cosa, a cosaaa?”

Nonostante il potere potenzialmente liberatorio della pillola anticoncezionale, il suo utilizzo è piuttosto limitato in questo paese. Le donne hanno alle spalle lunghe e tormenate battaglie  per la consapevolezza dei propri diritti. Sono passati cinquant’anni della pillola,  quaranta dalla “rivoluzione sessuale” e i trenta  da quando è stata introdotta la legge 194 sull’aborto, ma pare che il cammino sia ancora lungo a giudicare dalle statistiche che denunciano che la violenza contro le donne è ancora,  la prima causa di morte in tutta Europa.   La condizione femminile nel nostro Paese si è evoluta ma le donne sono ancora costrette a inseguire pari opportunità, a scegliere tra carriera e famiglia.

Le donne hanno diritto al rispetto degli uomini, a una vita sessuale serena e appagante, ad una contraccezione libera con possibilità di leggi che la tutelino, e non ultima ad una corretta informazione che dovrebbe iniziare dalla scuola. Ma fintantochè la Chiesa remerà contro, non si avrà un’informazione equilibrata, resterà ancora una delle questioni irrisolte, e continueremo ad avere vittime.

Le donne si sono emancipate nel lavoro ma guadagnano meno rispetto agli uomini. Sono libere di scegliere della propria salute ma diminuisce la possibilità di vivere serenamente nella società, come i recenti casi di cronaca hanno portato alla ribalta. Una  terribile ferita fatta di violenze e di stupri, con conseguenze a lungo termine, che vanno dalle gravidanze indesiderate, alle malattie sessualmente trasmissibili, fino all’impossibilità di abbandonarsi tra le braccia del proprio partner.  Vivono più liberamente la propria sessualità ma utilizzano poco la contraccezione ormonale. E continuano  ancora a essere costrette a inseguire pari opportunità, a scegliere tra carriera e famiglia. Ritengo che tutti questi problemi meritino di essere rimessi sul tavolo della discussione, possibilmente chiamando ad affrontarli persone prive di pregiudizi.

In nome di Samb e Diop

Tg3 apre l’edizione serale con il servizio dedicato alla manifestazione antirazzista che si è svolta a Firenze organizzata dalla comunità senegalese. In migliaia, arrivati da tutta Italia, per dire no al razzismo. Un fiume umano, che ha attraversato la città, pacificamente unito per ricordare la recente strage in cui Gianluca Casseri, estremista di destra, imbevuto di razzismo e xenofobia ha ucciso Modou Samb e Mor Diop.

Un lungo colorato corteo  accompagna  le foto dei due innocenti che hanno pagato con la propria vita il colore della loro pelle. Accanto al volto di Modou, le immagini della moglie, rimasta in Senegal, e della figlia tredicenne, che non ha conosciuto il padre,  e una scritta, “Tredici anni senza vedere la sua famiglia e il suo sogno si è fermato il 13 dicembre”. Hanno gridato. NO al razzismo e NO alla violenza. Hanno pregato con tappeti stesi a terra, cantato,  letto dal Corano e lasciato  messaggi, disegni fatti dai bambini, stelle di natale e ciclamini e rose bianche. Contro il razzismo e la discriminazione l’Italia alza la testa e reagisce in maniera civile e composta portando avanti i valori dell’uguaglianza. Una giornata di ulteriore riflessione in questo paese che ha voltato pagina e il messaggio è chiaro: l’Italia del domani, non vuole  la violenza e l’odio razziale che ha armato la mano del killer che ha colpito i due  ambulanti senegalesi.

Presenti anche esponenti politici, tra i quali   Bersani, Vendola, ed il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi che ora, sfilano sottobraccio al dolore provocato anche dalla politica, perché chi diffonde o non si oppone ad un’ideologia razzista  ha la responsabilità morale dei crimini contro l’umanità. Le parole in certi contesti diventano armi e giustificare per anni,  slogan,  comportamenti,  campagne pubblicitarie  come “folclore locale” è corresponsabilità. La Lega veicola idee che rappresentano il degrado umano. Gli estremisti non sono folli o pittoreschi,  sono il frutto di una cultura e di una tolleranza verso ideologie xenofobe e razziste che noi a lungo abbiamo  sopportato. Le due vite spezzate chiedono rispetto non populismo, chiedono di cercare insieme  soluzioni alle problematiche delle diverse comunità presenti nel nostro territorio.  Tutti insieme, senegalesi, italiani, cinesi, egiziani e non. Tutti, proprio come è ormai l’identità di questa Italia multietnica, che qualcuno vuole cancellare come il tam tam su internet  che si domanda: “PERCHÉ SOLO DUE”.

Firenze è stata colpita al cuore, il dolore è forte, la ferità è profonda. Spetta alla politica  far si che non si riapra…

Italiani e raccomandati

State cercando un lavoro? E’ difficile di questi tempi, ma è possibile trovare qualcuno che dia “la spintarella”. Viaggio nel paese della demeritocrazia a FuoriTg su Rai3 con l’inviato Alberto Fiorillo e l’editorialista Sergio Rizzo.

Quanti di voi non hanno fatto qualcosa per “sistemare” il proprio figlio o un parente? E’ possibile in Italia evitare il demerito e far vincere la capacità?

Poche cose caratterizzano in modo pervasivo la vita italiana come le raccomandazioni, sono come l’aria, ci stanno sempre intorno ma non si vedono. E’ un cancro che si riflette nel mondo del lavoro e che ha soffocato la crescita del paese. L’Italia è fondata sulle raccomandazioni. Una vera scienza che ha permesso a tanti di fare carriera in cambio di favori. Un sistema che non premia i capaci e i meritevoli e influenza un po’ tutti gli aspetti della vita quotidiana, a cominciare dalla ricerca del lavoro e dal rapporto con la pubblica amministrazione. La raccomandazione italiana si basa sull’affermazione del proprio potere imponendo qualcuno senza meriti.
Una ideologia che contribuisce a creare un sentimento di appartenenza a chi ti ha raccomandato. Persone incompetenti che occupano posti di potere, un circolo vizioso  di gratitudine e inabilità che  danneggia il paese
Un esercito di scurriculati italiani, legati a politici, sindacalisti, o da rapporti di parentela.  Testimonianza di un sistema radicato  che costringe  gli altri a faticare il doppio per  sopperire  all’ineguatezza di molti. Un paradigma culturale, evidentemente diverso rispetto al modello razionale-universalistico fondato sul rispetto di regole impersonali e sul principio del merito.

Il costo complessivo che la società italiana paga per l’inefficienza nella disponibilità delle risorse umane è evidente, ma non va dimenticato anche l’effetto devastante che ha sulla formazione delle nuove generazioni giacché mortifica l’idea stessa di impegno personale. Il merito non è riconosciuto come un valore in Italia: più del 60% degli italiani ritengono che le risorse economiche e le relazioni personali contino di più per fare strada nella vita. Scardinare il sistema di relazione sociale tesa a forzare le regole, dalle più piccole e innocue richieste di favore, alle gravi forme di sopraffazione è una missione. I tempi sono maturi per una riconsiderazione del clientelismo che porta persone senza titolo e falsi curriculum modificati ad personam ad arrivare ai vertici della società. Figli di papà che si imboscano e soffocano ogni efficienza, politici che si improvvisano esperti. Deputati e funzionari, ministri e manager, monsignori e mangiapreti, sindaci e accademici: nel gran calderone della raccomandazioni, richieste o concesse, ci sono finiti un po’ tutti al di là del colore politico, delle mansioni ricoperte e delle epoche.
Se le radici dell’uso clientelistico sono da rinvenire nelle scelte razionali delle classi politiche del passato, così anche il suo superamento potrà solo essere il frutto delle scelte razionali delle classi politiche del presente e del futuro.

Sono giorni nei quali l’immagine italiana all’estero è ai suoi livelli più bassi, abbiamo pagato un prezzo alto di inefficenza che oggi si vede, si tocca con mano. Un oceano di degrado che dobbiamo lasciarci alle spalle o non saremo competitivi per il mondo globare che si sta costruendo.

La conoscenza è una ricchezza, le capacità sono risorse e la democrazia è il meccanismo in base al quale vengono immesse nella società diventando utili a tutti.

Siamo stati tra le sette potenze del mondo, abbiamo eccellenze non comparabili,dobbiamo rialfabetizzarci su altri parametri di valori.

Il merito è una convenienza per tutti, la raccomandazione è una convenienza individuale.

Di cosa è fatta la democrazia

Tematica particolarmente cara a Corrado Augias, conduttore della trasmissione  Le storie – diario italiano in onda su Rai3 che dedica parecchia attenzione all’argomento.

L’apertura del confronto dialettico con Gherardo Colombo autore del libro “Democrazia” si apre con un filmato di Peppino De Filippo che  risponde alla domanda a modo suo, ovvero con i  classici tentennamenti, l’imbroglio di frasi iniziate una dietro l’altra senza termine…: ” la democrazia, questa parola fatata, di luce alluminata, che è…che dice…il mondo degli uomini che parlano… e cos’è”?

Sorridendo si torna in studio affidando a  Colombo l’ estrema sintesi del concetto: “la democrazia possiamo definirla, come il governo del popolo, però per dare “contenuto a queste parole bisogna scavare di più”.

Le radici affondano nell’antica Grecia, che dava il diritto al voto con decisioni di maggioranza, voto segreto, una democrazia diretta e partecipativa, “oggi, noi, la democrazia ateniese la chiameremmo, oligarchia”.  Superato il modello assoluto della sovranità si è diventati cittadini con un potere suddiviso che garantisce equilibrio tra poteri e rispetto. “Il sistema più semplice è quello che uno comanda e gli altri ubbidiscono, ma in tal modo, le persone non sono libere ed entrano in conflitto con il loro desiderio di libertà”.

Fa un certo effetto, alla luce degli ultimi cambiamenti politici,  riascoltare le parole di Berlusconi pronunciate nel lontano 2009: ” Per la democrazia e per la libertà, ghé pensi mì e arrivederci”! In quel “ghé pensi mi” risiede il concetto errato di democrazia a meno che non si intendesse un pensarci legato al “ne avrò cura” attraverso una condivisione generale, ma di fatto sappiamo che la sua interpretazione era sostitutiva alla volontà popolare, con ovvie conseguenze e  a scapito della libertà.

La democrazia risulta essere come un  frutto maturo della civiltà, è il potere più grande di tutti, fra quelli a cui possiamo ambire , ma comporta grandi responsabilità da parte di tutti coloro che in essa vivono. Eppure abbiamo passivamente permesso a un Berlusconi di trascinarci alla rovina e calpestare un concetto così importante.  Il risultato è che  oggi le persone sono sfiduciate e non trovano qualcuno degno di essere votato, mentre proprio nel concetto democratico ci dovremmo trovare tutti i modelli per contribuire all’amministrazione generale dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, organi preposti a stabilire regole da mettere in pratica. Guardando l’ammaccata Italia, reduce da un ventennio di guida berlusconiana, ci troviamo difronte un paese molto diviso, e non sappiamo neanche  in quanto tempo la gente riuscirà a riappropriarsi del senso di appartenenza al governo della società che dovrebbe, al contrario, risultare, naturale.

Ma se continuiamo a  lasciare spazio all’indifferenza, all’apatia, alla rassegnazione, all’assenteismo,  sarebbe  come se, noi stessi, ovvero,  il popolo  abdicasse. La democrazia è un esercizio che va agito quotidianamente, perché la sua efficienza e effettività poggiano su questo presupposto.

Il mondo cambia velocemente e le persone devono contribuire all’arricchimento del paese che dovrebbe da ora in avanti diminuire la distanza creatasi tra eletti ed elettori, visto che i rappresentanti dovrebbero essere l’espressione dei rappresentati. Dovremmo riaffrontare la ridefinizione del concetto di “rappresentanza” visto che oggi, risulta essere solo un surrogato. I cittadini dunque dovrebbero ritornare a poter scegliere da chi farsi rappresentare perché attualmente è possibile solo scegliere l’area di rappresentanza e questa non è democrazia.

Chi è libero sceglie, chi non è libero non può scegliere.

The end della democrazia

Giorno dopo giorno, Corrado Augias propone su Rai3, “Le Storie diario italiano” appuntamento con la politica, la cultura, l’attualità, la Storia e le storie che cambiano il nostro Paese. L’ospite di questo incontro è Carlo Galli autore del libro: “Disagio della democrazia“, tema decisamente favorevole al dialogo vista l’attualità che stiamo vivendo.

E’ la fine della democrazia intesa nell’accezione ateniese di innovativo sistema politico basato sulla partecipazione di tutti alla gestione degli affari pubblici. Oggi il presupposto della moderna democrazia è il capitalismo, che raramente ha a che fare con il popolo, piuttosto ha a che fare con il modo di fare della politica. Il cittadino-consumatore dell´età della globalizzazione avrebbe davanti agli occhi visitando un ideale Foro politico occidentale contemporaneo: Stato e individui, cittadinanza e diritti, rappresentanza e sovranità, popolo e parlamento ovvero i templi della politica moderna ridotti a un ammasso di pietre corrose e ingiallite dall´usura del tempo e dalle innumerevoli scommesse tradite.

L’attuale concetto di democrazia conosce molti gravi problemi che la sfidano dall’esterno e dall’interno, e che possono sfociare in una crisi complessiva della stessa. Si sono liberate energie legate all’individualità che la rendono diversissima dal territorio antico, dove i cittadini della polis avevano la facoltà di riunirsi in assemblee (ecclesia) per discutere ogni argomento di interesse pubblico ed il potere di sentenziare l’esilio un singolo cittadino tramite l’istituto dell’ostracismo.

Il cuore della nostra politica ruota attorno ai ruoli che l’Europa ci impone visto che abbiamo perso la nostra credibilità, ruoli che convergono solo sul sistema economico, anche alla luce del nostro commissionariamento. Per Galli si tratta di un disagio duplice: soggettivo, dei cittadini, che sempre più vivono un sentimento di rabbiosa repulsione verso la democrazia, alimentato da una miscela di implicita indifferenza o esibita indignazione; ma è anche un disagio oggettivo, legato ai sistemi e alle strutture democratiche, che non riescono più a rispondere alle aspettative suscitate nel trentennio d´oro della democrazia occidental . Fallita anche la percezione dell´idea di rivoluzione in grado di edificare un sistema alternativo a quello capitalistico, un sogno e un progetto che aveva conquistato il cuore e le menti di tanti, distraendoli dalle fatiche e dai rigori del riformismo.

Siamo diventati spettatori, di una rassegnata accettazione del cattivo funzionamento della democrazia, del progressivo restringimento degli spazi civili e degli orizzonti vitali. Bisogna prestare la massima attenzione perché il tema di fondo della democrazia è fuori dal controllo del cittadino, abbiamo perso la conoscenza e il controllo dell’ordine economico. Il governo tecnico ipotizzato per la risoluzione temporanea di questa drammatica crisi politica italiana, pur avendo la fiducia del governo, sotto il profilo politico avrebbe il solo compito di farci uscire dalla crisi. Ma non ci può essere una sola soluzione tecnica, si devono fare anche altre scelte politiche, perché della politica, non ci si piuù liberare, si infila dappertutto.

La speculazione è pronta a lucrare nei prossimi gironi, dopo aver risolto la crisi politica ci troveremo difronte ad altri problematicità. L’Italia ha un debito pubblico spaventoso, riusciamo a malapena a pagare gli interessi. Abbiamo bisogno di una classe politica che rilanci l’economia ma anche di persone che abbiamo credibilità, polso, coraggio e competenza per dare garanzie agli investitori ai cittadini. Nel tempo si è instaurata nella democrazia, un’area astratta che non combacia con la disperazione e l’angoscia quotidiana, il divario tra classe dirigente e popolo si è evidenziato sotto molti aspetti. Il pus emanato da anni dalla politica ha infettato il nostro paese. La crisi ha portato alla caduta delle prospettive e dei valori. Le preoccupazioni stanno strangolando tutti. I privilegi di pochi stanno soffocando il mondo di tutti. Il mercato del lavoro è frustrato e un senso di impotenza è diffuso. Il pallino della crisi è nelle mani della politica.

Ma dal disagio può avere origine anche la rivitalizzazione della democrazia, il rilancio del suo significato umanistico. Tutto sta nelle mani mani politiche, che devono abbandonare il paese della fantasia, e mettere sul tavolo un paese concreto.

Solo la consapevolezza della complessità del gioco democratico può costituire un argine credibile a questa deriva, una coscienza di carattere umanistico che implica la necessità di distinguere e di salvaguardare ciò che è vivo. Dobbiamo ricercare un riscatto democratico che richieda più senso della storia piuttosto che scelte egoistiche, per ristabiliure un rapporto più stretto tra politica, cultura e bene pubblico. Nel coraggio di riappropriarci del vero senso democratico sta il bandolo della matassa.

Le nuove generazioni bevono molto

Bevono sempre di più, sempre più giovani e le leggi servono a poco. Questo è l’allarmante messaggio diffuso nel  settimanale quotidiano dedicato agli approfondimenti e alle notizie di attualità,Costume e società della seconda rete Rai.

Gli adolescenti consumano molto, forse troppo, alcool.  Questo è un dato ormai assodato, di cui si sente parlare spesso. Il guaio è che la fascia di età continua a diventare sempre più bassa: sotto la famosa soglia teen. Sono a rischio i bambini sopra gli 11 anni. Più son piccoli e più han voglia di diventare grandi ma, undici anni vuol dire scuola elementare. Ci sarebbe da chiedersi come riescano a entrare in contatto con l’alcol bambini così piccoli, ma il dato più allarmante è che l’alcol è la prima causa di morte di questa età, tra risse, comportamenti violenti contro se stessi e contro le altre persone, incidenti stradali per eccesso di velocità, si è vivi per miracolo. Non basta a questo va aggiunto che il consumo di alcool in età giovanile è estremamente rischioso per la salute, perchè l’etanolo, non potendo essere trasformato in sostanze maggiormente tollerabili per il corpo, diventerebbe un’arma micidiale che attacca tutto il corpo  e in particolare fegato e cervello.  Il consumo e soprattutto l’abuso dell’alcool creerebbe tra i giovani in crescita dei terribili  danni permanenti al cervello  e in misura maggiore alla zona denominata ippocampo, parte coinvolta in funzioni quali la memoria a lungo termine e la coordinazione spaziale. Il danno complessivo prodotto dagli alcolici batte quello di crack ed eroina e di conseguenza richiederebbe strategie coraggiose sul fronte della società che sembra non accorgersi della ricaduta di questo autentico carcinoma pubblico.

Preoccupano in particolare le preadolescenti. Tra le 11-15enni si registra una media di consumatrici  tripla rispetto a quella delle donne adulte. Per capirci, le bambine bevono molto più delle loro madri. Va precisato che ci  sono delle distinzioni di genere e di età: tra i piccolini bevono di più i maschietti delle femminucce, mentre verso i 16 anni la cattiva abitudine diventa simile in entrambi i sessi.

A questo punto non va considerata come una devianza ma una piaga sociale, una vera malattia di cui i nostri giovani sono a rischio abuso. Questi episodi possono essere descritti come tendenza compulsiva a consumare alcool con lo specifico obiettivo di ubriacarsi. Non ci si diverte senza alcool, omologati dallo stereotipo del vivere sopra le righe per sentirsi disinibiti si ricorre alla birra o ai superalcoolici. Rientrano all’interno di questa situazione problematica comportamenti quali il bere velocemente una gran quantità di alcol, concentrare il consumo di alcool in un’unica occasione (in genere durante il week-end) e bere fino a stare male. Il Binge Drinking, ossia il bere fino ad ubriacarsi è segno di un disagio giovanile molto profondo, conduce spesso il giovane ad intraprendere il tunnel dell’alcolismo e allo sviluppo di tutte le patologie da consumo di alcool. Il problema è la quantità, non essendoci freno morale, c’è chi beve per dimenticare, per brindare, per sostenere l’humor, per trovare una “connessione” con gli altri, per essere trend o per essere rock. Gruppi di giovani che affollano, in tribù, soprattutto i centri storici delle città e consumano alcol a tutto spiano, lasciando bicchieri e bottiglie sotto i portici e sulle occasionali panchine dei parchi. I giovanissimi per non essere da meno di quelli con qualche anno più di loro rincarano le dosi e già nelle prime ore della sera sono barcollanti mentre intraprendono scorribande con scooter che li porteranno verso i locali notturni.

Per qualche ora di sballo si fa proprio di tutto. Si rubano gli alcolici o si ruba il denaro per comprarli. La cultura del bere è diffusa. Lo scopo è quello di ubriacarsi, di perdere i freni inibitori e di provare quell’illusoria sensazione di onnipotenza che sembrano dare soprattutto i cocktail di alcolici e gli energy drink. In conclusione il  punto cruciale è questo: uniformarsi alla massa per dimostrare qualcosa o meglio, per essere qualcosa.

Dunque la gioventù italiana, sempre più precoce riguardo ai vizi, è composta da una manica di sciocchi, pargoli lanciati nel mondo senza un briciolo di valori, che si  rincoglioniscono a tal punto da non sapere chi sono, tornano a casa alle 6 senza nemmeno la certezza di avere ancora la testa attaccata al collo, per poi risvegliarsi il pomeriggio con la bocca impastata, la gola in fiamme, una sete che ti porta via, gli occhi rossi, mal di testa, mal di stomaco e una sensazione diffusa tipo “autotreno passato sopra almeno tre volte” e forse nessun ricordo della sera precedente… e allora, qualcuno mi dica dov’è il ” divertimento” in questa disfatta umana?


BENVENUTI ad ARTNEWS

E’ sabato pomeriggio e la Tv manda in onda l’appuntamento settimanale  interamente dedicato a chi vuole approfondire la sua passione per l’arte e la cultura: ARTNEWS il magazine di Rai 3, condotto in studio da Maria Paola Orlandini, fornisce al telespettatore informazioni sull’arte contemporanea: news d’arte , mostre ed eventi, artisti, gallerie, musei, edizioni, libri, insomma un viaggio nel bello e una rapida mappatura del mondo dell’arte.

Tra Austria, Svizzera e Italia si consuma la parabola artistica di Giovanni Segantini, pittore della luce e dei paesaggi. Una vita lontana dal frastuono delle battaglie di quegli anni risorgimentali, ma intrisa di quella mistica della libertà che ne fece un apolide (per un errore anagrafico),  indifferente agli agi e alla ricchezza. Basilea presenta al pubblico una mostra dedicata all’opera di Giovanni Segantini. La Fondation Beyeler intende celebrare in questo artista un pioniere del linguaggio moderno.

Per molto tempo Segantini fu considerato un rappresentante della pittura idilliaca, il “pittore delle montagne”, finché la sua evoluzione artistica e le altre opere grafiche  non chiarirono la sua eccezionale posizione all’interno del divisionismo italiano e misero l’accento sulle straordinarie qualità pittoriche del suo lavoro. Una logica che lo spinge in alto, sempre più vicino alla luce sovrannaturale che avvolge le limpide vette montane. Questo anelito caratterizza in modo unico e singolare le sue opere, dai primi quadri con scene di vita milanese, ai dipinti dedicati ai laghi briantei, ai quadri divisionisti sulla vita contadina,  per giungere infine ai paesaggi alpini scintillanti di luce dell’Engandina. Tra le cime, Segantini cercava luce, nitore e spiritualità, febbricitante visionario in  cerca dell’abbaglio della luce.  Il paesaggio alpino era per lui un luogo mistico, la cui forza impressionante si riverbera direttamente nei suoi dipinti.

Il pubblico è invitato a intraprendere un viaggio che prende avvio dalle prime opere realizzate a Milano e procede in un continuo crescendo in una  progressiva scelta di soggetti ispirati all’alta montagna va di pari passo con l’aumento delle dimensioni dei quadri e della loro qualità pittorica.

 

C’è stata  un’epoca dove Roma era al centro degli interessi di tutti gli artisti, nel 700’ tutti  arrivano a Roma, capitale incontrastata del Neoclassicismo, il baricentro dal quale questo nuovo gusto si irradiò per tutta Europa. Capitale del Grand Tour, come fu allora chiamato il viaggio in Italia intrapreso da nobili e ricchi borghesi, lo stimolo della scoperta delle vestigia di civiltà millenarie, in tempi in cui fioriva e si diffondeva l’interesse per la storia antica e l’archeologia; il Grand Tour era un momento essenziale della formazione culturale ed umana dei membri dell’alta società, una fondamentale esperienza di formazione del gusto e dell’estetica artistica, un’esperienza che andava ben al di là di quello che può oggi rappresentare un semplice viaggio di piacere, in tempi di turismo di massa. Un ‘epoca che finisce con Antonio Canova il maggior artista italiano ad aver partecipato alla vicenda del neoclassicismo con la sua visione della scultura  come  atto finale, sintesi di una ricerca che innalza anche i bozzetti, i disegni preparatori e i monocromi a vere e proprie opere d’arte autonome che svelano l’innata capacità di concepire il marmo come “viva carne” e sottendono la volontà di superare la consistenza materica della scultura dando voce e sentimento alle sue creazioni. Le sculture di Canova sono realizzate in marmo bianco e con un modellato armonioso ed estremamente levigato. Si presentano come oggetti puri ed incontaminati secondo i principi del classicismo più puro: oggetti di una bellezza ideale, universale ed eterna. Un gusto che entra in tutti gli oggetti, dai vestiti ai mobili, dall’architettura alle opera d’arte, tutto è visto sotto l’antica luce della gloria romana.

caravaggioOspite in studio Eugenio Lo Sardo, direttore dell’Archivio di Stato di Roma, ci racconta gli scoop che alimentano il mito, del grande Caravaggio. Una mostra unica, dal taglio innovativo, per conoscere gli aspetti meno noti di Michelangelo Merisi, attraverso documenti originali restaurati che gettano una nuova luce sulla vita di Caravaggio.  Novità sconvolgenti e che riscrivono la biografia del pittore, riconsegnandolo alla storia anche nella luce insolita di uomo anarchico, spirito libero, compassionevole e con un sensibilità straordinaria che lo conduce alla nota aggressività.

La vita di Caravaggio in quegli anni viene rappresentata lungo un itinerario espositivo che ci dà una straordinaria visione d’insieme dove ai documenti si affiancano alcuni quadri del Merisi.

Quadri da leggere con gli occhi dell’anima, oltrepassando la tela per ritrovarsi, soli, davanti ad essi, piccole finestre che incorniciano mondi colorati, fatti di passione e amore.

MITI da seguire?

Studio aperto è l’appuntamento  quotidiano con l’informazione di Italia1 e nella rubrica Vita da star che diffonde  notizie e gossip del mondo dello spettacolo, trasmette un servizio che ci informa che le star vogliono stupire, adottando il principio del  “famolo strano”, lanciando modelli di provocazione, trasgressione in vari campi.

Sappiamo  che tutti noi abbiamo bisogno di miti, per forgiarci dei modelli interni che possono ispirarci ed essere delle  linee guida, bene, pare che la moda del momento sia il sesso sadomaso soft, ovvero, le star  vogliono divertirsi a fare sesso dappertutto tranne che a letto. Ed ecco comparire immagine dove le “divine irraggiungibili” assumono atteggiamenti e pose provocanti, nude, senza peccato e senza freni,  in scatti al limite della trasgressione sessuale. “Nel sesso ? Le pinze mi annoiano. Le fruste mi fanno ridere. Meglio quattro schiaffoni”, racconta la provocante modella, Eva Riccobono, l’ultima di una schiera di star alle quali piace il “famolo strano”.

E appunto, Eva non è sola. Il sesso alle star piace sempre più trasgressivo. Altro che carezze e bacini preliminari per Eva Longoria, in camera da letto la “casalinga disperata” non ha nulla in contrario ad essere legata con sciarpe di seta. “Mi piace che un uomo lo faccia. C’è qualcosa di davvero eccitante nell’essere sottomessa”.  Che le sciarpe siano di seta però.  Quelle acquistate sulle bancarelle sono meno afrodisiache!

Quando ha voglia di qualcosa di piccante la bella Scarlett Johansson invece sale in auto: il sesso sul sedile posteriore ha qualcosa di irresistibile per lei. Tra le celebrità nostrane è Nancy Brilli a vantare una certa esperienza in fatto di sessi strano. Quando stava con Ivano Fossati era riuscita persino a rompergli una gamba, tanto era violenta. Così per l’attrice, sono parole sue, a letto non ci sono regole. E si cimenta spesso in sesso acrobatico. Se poi c’è anche qualche parolaccia, tanto meglio.

In versione sadomaso con i frustini e provocante quando mangia le banane, anche Rihanna, più trasgressiva che mai nel video del nuovo singolo “S&M”, non è  di certo una santa in camera da letto.

E pensare che ho sempre creduto che l’amore, fosse un modo per  rassicurarci,  valorizzarci e per farci stare bene. Ero convinta che sviluppasse la generosità, la tenerezza, la voglia di imparare, di scoprire, d’essere in contatto con la vita e che fosse un modo per esprimere i propri sentimenti associati alla complicità e all’affetto nei confronti del compagno. È attraverso il sesso infatti, che credevo si esprimesse la nostra anima più genuina, perché la forza divina dell’eros travolge tutte le impalcature razionali che tengono imbrigliata la nostra natura profonda. Dunque, credevo di non dover fare altro che ascoltare il desiderio che ci nasce dentro e lasciarci guidare soltanto dal piacere, ora invece, se dovessi seguire le nuove icone, dovrei darmi al sesso estremo con attività sadomaso come bondage, sculaccioni e ben assestati colpi di frusta. Duro colpo per i miei principi radicati!


LA GRANDE RIVOLUZIONE della STAMPA

Grazie a Johann Gutemberg, (nel tardo medioevo) si origina una delle più grandi rivoluzioni, una rivoluzione che la storia umana registra nel decisivo settore della comunicazione: l’invenzione dei caratteri mobili e del torchio che  hanno  trasformato il modo di trasmettere il pensiero e aperto la strada ad un grande sviluppo culturale.

Il documentario in onda su sky History Channel, ha per titolo: Rivoluzione a mezzo stampa e ci proietta indietro, in un tempo dove l’oralità era ancora il mezzo di divulgazione più efficace.

L’invenzione della  stampa su carta ha fornito un comodo ed economico supporto alla scrittura e favorito lo straordinario sviluppo economico e culturale italiano dei secoli XII-XIV;  fornendo l’arma decisiva per il cambiamento dell’Europa e del mondo e aperto la via alla democrazia e alla tolleranza; rendendo possibile, nell’arco di soli cento anni, la nascita e lo sviluppo della grande industria moderna che ha trasformato comportamenti e valori di milioni di persone.

Per noi contemporanei, risulta veramente difficile immaginare come fosse il mondo senza i libri, che allora venivano scritti a mano, all’interno dei conventi, dagli amanuensi.  Monaci, che copiavano i testi in una stanza lo scriptorium, adiacente alla biblioteca. Lo scriptorium era una delle stanze più importanti delle abbazie, l’unica ad essere sempre riscaldata, perché si aveva la necessità di tenere calde le dita per farle meglio lavorare e di tanta luce, sole o candele, un lavoro estenuante di  trascrizione dei testi eseguito in silenzio, interrompendo il  lavoro solo per le preghiere; Ogni libro era trascritto da un solo amanuense, mentre le decorazioni, a volte, potevano essere realizzate anche da altri monaci. Il tutto con grande fatica, come ci dice uno di loro: “Annebbia la vista, incurva la schiena, schiaccia le costole ed indolenzisce il corpo”. Inoltre tale lavoro era molto costoso.

Gutemberg, doveva avere circa 30 anni,  affascinato dall’idea di riprodurre con mezzi meccanici i manoscritti del suo tempo, cominciò in segreto una serie di esperimenti, utilizzando tecniche di incisione già note e  due strumenti di origini antichissime: il punzone e il torchio a cui applicò idee nuove: una massiccia filettatura, la contro filettatura per pressare la carta; e una  tecnica innovativa consistente nel fondere i singoli caratteri dei segni da riprodurre in modo da rendere possibile comporre una matrice in cui essi siano, appunto, “mobili“, ovvero riposizionabili e riutilizzabili per praticare altre stampe. Tale procedimento prevede che, per ogni lettera o segno, venga fabbricato un punzone di metallo molto duro, recante all’estremità la lettera o il segno incisi a rilievo.

I singoli caratteri tipografici mobili venivano poi accostati a rovescio, nella sequenza necessaria a formare parole e frasi a comporre la pagina. La composizione,  bagnata con un inchiostro abbastanza liquido da poter essere impresso sul foglio di carta con l’aiuto di un tipo di torchio fino a quel momento adoperato per la spremitura dell’uva.

270 caratteri perfetti, eleganti e armonici rappresentano il segreto che ha cambiato il mondo, permettendo ai tipografi  di diffondere su carta stampata il sapere che ha aperto le menti degli uomini. Il primo libro stampato fu la Bibbia,  scritta in caratteri neri, le parole in rosso furono aggiunte a mano insieme alle decorazioni. Nel periodo tra il 1450 e il 1500 furono stampate in Europa più di 6000 opere e il numero di tipografi aumentò rapidamente.

Il fine della stampa è quello di comunicare e non è un caso che nasce nel periodo dell’Umanesimo. L’aver stampato diverse Bibbie in molte lingue, ha permesso  un processo di democratizzazione della parola di Dio e della cultura. Il concetto di testo come sistema coerente di idee (trattato) o di fatti (romanzo) esposte in modo lineare e in sequenza divenne definitivamente la base della conoscenza. Anzi, grazie all’aiuto di una tecnica che fissava definitivamente il testo e ne moltiplicava gli esemplari identici, si rafforzò il concetto di opera autentica ed originale, e quella di autore unico responsabile dei suoi contenuti.

Come un virus benefico la tecnologia oltrepassò la ristretta cerchia degli specialisti, per raggiungere un pubblico sempre più numeroso e posto in fasce sociali nuove come la borghesia. La diffusione del sapere e delle informazioni venne amplificata con la nascita, nel diciottesimo secolo, dei primi giornali periodici di informazione. I giornali ebbero subito una fortuna grandissima tra le nuove classi sociali, che in essi trovarono un importante mezzo di passaggio di idee, ed uno strumento di battaglia politica e culturale. Nacque così il concetto di “opinione pubblica”, insieme delle idee di un pubblico padrone di informazioni sufficienti per formulare giudizi sui fatti politici e culturali. Si era dato il via alla prima forma di comunicazione di massa.

 

ART NEWS : NIPPON, ROM e FAI

In questa puntata di Art News in onda su Rai 3, un servizio da Lugano sull’arte e la fotografia giapponese, un reportage sulla mostra a Firenze “8½ per celebrare cento anni di Trussardi” e l’intervista a Marco Magnifico, vicepresidente FAI.

Ospite in studio il compositore, cantautore, Santino Spinelli – in arte Alexian – è un Rom italiano, appartenente alla comunità romanès che utilizza la musica per non farci dimenticare la persecuzione razzista subita dal suo popolo. durante la seconda guerra mondiale.   Una comunità eterogenea, dalle mille sfumature e dalle mille espressioni, ricca di cultura e tradizioni, dove la musica, il canto e  la danza diventano elementi artistici che permettono di rappresentare i sentimenti più profondi dell’essere umano, stabilendo chiavi di comunicazioni che superano il campo della razionalità. In ogni canto, danza, gesto o interpretazione si possono rintracciare un’infinità di esperienze passate, di sentimenti di ogni tipo e messaggi che sgorgano dalla parte più profonda dell’essere umano.

A Lugano, l’arte e la fotografia giapponese, la tecnologia che  incontra la perfezione tra mito e realtà, la cultura di Araki uno dei fotografi più conosciuti al mondo in mostra al Museo Cantonale d’arte con “Love and Death”.

L’arte giapponese ha da sempre esercitato un grande fascino sulla civiltà occidentale. Perché ci appare lontana, esotica, ma nello stesso tempo vicina per il suo modo di sentire più intimo. La fotografia di Nobuyoshi Araki, è uno degli esempi più alti dell’arte nipponica. Gli scatti dell’artista, con tutto il suo mondo, fatto di dettagli, di sensualità e di ossessione per l’immagine, che riempie ogni momento della sua vita, hanno capacità di unire cultura giapponese e istanze contemporanee  in una  serie di fotografie biografiche (Sentimental Journey e Winter Journey) che parlano del suo divorzio  con la moglie, di paesaggi urbani (Cityscapes), di cieli, fiori, cibo e nudi femminili (conturbanti e poetici) che più di tutti caratterizzano il lavoro di Araki.

Prima grande mostra collettiva organizzata dalla Fondazione Trussardi, 8½ riunisce negli spazi monumentali della Stazione Leopolda a Firenze,  le opere di tredici artisti internazionali, per festeggiare i cento anni della Maison Trussardi, nata a Bergamo come manifattura di guanti di lusso e storicamente legata a Milano. Da quindici, la Fondazione Trussardi porta proprio a Milano il mondo dell’arte internazionale. Parchi cittadini, palazzi antichi o cantieri dimessi sono stati il palcoscenico delle provocazioni di Maurizio Cattelan, delle performance di Tino Seagal, delle invenzioni di Paola Pivi. La Fondazione non colleziona opere ma aiuta nella produzione gli artisti, i quali sono stati invitati ciascuno a presentare un progetto in e per un luogo, che la Fondazione di volta in volta ha contribuito ad attivare, non solo producendo le opere, ma talvolta occupandosi di interventi di manutenzione sugli spazi.

Nobili ideali presenti anche in un’altra organizzazione italiana che opera con l’intento di salvaguardare il nostro patrimonio artistico, attraverso campagne di civilizzazione e recupero di opere uniche nel mondo. Il FAI – (Fondo Ambiente Italiano) è una fondazione nazionale senza scopo di lucro che si propone di contribuire alla tutela, alla conservazione e la valorizzazione del patrimonio d’arte, naturale e paesaggistico italiano. La missione è rivolta a promuovere una cultura di rispetto della natura, dell’arte, della storia e delle tradizioni d’Italia, una tutela concreta  del nostro straordinario patrimonio artistico e naturale  che  si è tradotta negli anni nella salvaguardia, nel recupero, nel  restauro di importanti beni storici e paesaggistici.

Un pungolo e un esempio di “sostituzione” all’operato delle istituzioni politiche da tempo disattente e insensibili verso la cultura, ritenuta un inutile orpello. Un patto tra chi protegge e chi investe, dove tutela del patrimonio italiano e rilancio economico seguono la stessa logica: progettare assieme, in grande, nel segno della qualità e della bellezza italiana

Concetti espressi con convinzione, dalle parole di Marco Magnifico, vicepresidente della Fai, che accalorandosi afferma che è sbagliato seguire emblemi moderni quali i Lele Mora,  suggerendone altri, ad esempio, i Roberto Benigni…

Un modo senz’altro utile di intervenire sulle risorse artistiche italiane e un modo giusto per dimostrare che noi, sappiamo ancora fare cose belle.