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by Loretta Dalola

Una speranza per le donne

10 commenti


 Massimo Giletti torna in Afghanistan, nella puntata di “Domenica In l’Arena-Speciale 150°”, in onda su Rai1 per raccontare la missione più delicata delle forze armate italiane. Cosa fanno i nostri soldati, giovani italiani che portano alto il valore della bandiera, simbolo del nostro Paese, e che credono nel loro lavoro. Tanti ragazzi e ragazze che fanno il loro dovere e di cui si conosce o si parla poco se non quando tornano avvolti nel tricolore. Massimo Giletti è andato personalmente in Afghanistan per mostrare la missione delle nostre truppe,  impegnati per la ricostruzione provinciale di Herat, ha intervistato i militari italiani sui pericoli che corrono ogni giorno e sui rapporti instaurati con la popolazione locale.

Al di là delle polemiche e della retorica, Giletti ci mostra  l’impegno autentico dei nostri militari. Che è quello di portare il Paese fuori della crisi, non solo ricostruendo le strutture, ma soprattutto educando a una civiltà di pace dopo decenni di guerre. Fatti, non parole e  tutti gli ospiti  in studio si dimostarno concordi nell’evidenziare la scelta italiana di non bombardare, a differenza degli alleati. Italiani che si muovono come messaggeri di pace, che si contraddistinguono, dimostarndo che l’occidente è fatto anche di tentativi di capire le ragioni dell’altro, di capacità di ascolto, di umanità, in mezzo ad avvenimenti di estrema violenza. Italiani,che tentano di costruire un ponte, un segno di pace, un messaggio di speranza. Ancora oggi, parlare di Afganistan vuol dire burka che identifica simbolicamente la condizione  di privazione di ogni forma di libertà femminile. Dal 2001 ad oggi il confronto con l’occidente ha permesso uno sguardo diverso in questo territorio, possiamo ipotizzare un futuro per queste donne?

La scuola dedicata  alla memoria del sacrificio di Maria Grazia Cutuli, una testimone di pace morta per raccontare è un luogo protetto dove le bambine sognano di diventare medico e insegnante, una scuola dove le ragazzine hanno la possibilità di studiare e di conoscere per ampliare le loro possibilità future. Questo è un esempio. Un altro modo di essere militari, superando la guerra e i conflitti, una scuola simbolo, tutta blu, come il cielo di questa terra, come il lapislazzulo della ceramica artigianale locale, un tentativo, uno sforzo, faticoso, per dare un ruolo alla donna, che prima, sotto i telebani, non poteva nememno uscire di casa. Almeno ora negli occhi di quelle stesse bambine c’è la possibilità di vivere un’infanzia, un ‘adolescenza e forse anche di divenire donne consapevoli delle proprie scelte.  Una strada difficile, lunga, verso la libertà, come testimoniano le parole raccolte da alcune voci femminili: ” per fortuna qualcosa è cambaito, anche se non tutti gli uomini sono contenti del fatto che usciamo da casa…la violenza più grande è quella di sposarsi per forza”…

Un cambiamento lento, ancora oggi le donne, non possono sedersi sui taxi e sono costrette a viaggiare chiuse nel bagagliaio. C’è sempre una barriera tra uomo e donne, ma il seme del cambiamento è negli sguardi di queste bambine che non vogliono essere “spose bambine” di 9 o 10 anni costrette a comportarsi come vere mogli, private della loro infanzia, con l’obbligo di accoppiarsi con uomini di 20, 30 anni più vecchi, a volte anche di 70 anni. Costrette a sposarsi per forza. Volute con la forza. A loro non è concesso giocare, studiare, divertirsi…

L’ottica con cui noi, guardiamo al fenomeno è senz’altro italiana, anche se è fondamentale  lo sforzo di comprensione, non possiamo omologarci o peggio infischiarci dei diritti fondamentali degli esseri umani. E’ questo quello che fanno i soladti e i volontari che lavorano in Afganistan, sono eroi moderni che corrono rischi quotidiani, che ogni giorno affrontano l’incognita di un attentato, un lavoro faticoso condotto da tanta gente che non viene pubblicizzato e forse l’errore è di non parlare più dell’Afghanistan, se non quando la missione presenta qualche conto doloroso. Cioè ogni volta che piangiamo una vittima. Ovviamente non possiamo dimenticare che le nostre forze armate svolgono un’azione di controllo, di sorveglianza che consentono di supportare le attività umanitarie. Truppe addestrate e tecologicamente attrezzate per intervenire, difendere e salvaguardare i civili, scoraggiare e fare da deterrente contro i telebani più fanatici. Non possaimo nascondere che la nostra presenza propone dilemmi etici, le armi, sono sempre criticabili, insopportabili, non risolutive, ma forse anche questo nostro modo di porci, silenzioso, laborioso, modesto, è dimostrazione di democrazia.

Innegabile l’ambiguità del doppio ruolo.  Innegabili i dubbi.

Forse negli occhi di questi bambini che vogliono guardare lontano, c’è la risposta.

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10 thoughts on “Una speranza per le donne

  1. brava Lory toccante
    pero’ ora mi aspetto un tuo pesso sul referendum
    ..scherzo
    ciao
    Ps : non avevo fatto caso ma hai mantenuto la promessa coi pulsanti twitter
    ma come ti rintraccio li’ per seguirti ?

  2. OOOPPSSS Scusami, perdono, ma sto lavorando graficamente per l’apertura del mio nuovo sito, che mi impegna molto e….se tutto va bene dovrebbe aprirmi possibilità professionali, quindi mi sono dimenticata tutto il resto – ciao

  3. Ho letto recentemente quanto è “enorme” il problema delle spose bambine. Pare che il paese dove la percentuale è più alta sia la Sierra Leone!

  4. Ciao ,se guardi gli occhi delle rare fotografie di queste bimbe, ci si rende conto del loro dramma interiore, sono bambine private di ogni sogno d’amore, di condivisione, di costruzione insieme di un percorso di vita – sono schiave condannate solo al dolore – violentate, incomprese e sacrificate a leggi e regolamenti incivili – che tristezza! ciao

  5. Ma poi la legge fatta 2 anni fa dal nostro amico Hamid Karzai sullo stupro legalizzato, e la resa in schiavitù delle mogli, è stato cancellato o siamo ancora li a difenderla?

  6. Ciao e benvenuto – So di numerose iniziative e proteste da parte dell’occidente contro la legge approvata dal parlamento afghano che, secondo l’interpretazione di fonti delle Nazioni Unite e di diverse associazioni per i diritti delle donne, obbliga le mogli ad avere rapporti sessuali con il marito e vieta loro di cercare lavoro, istruirsi o farsi visitare da un medico, senza aver prima il permesso del consorte. Quanto siano influenti e sui tempi di eventuali cambiamenti è tutto un altro discorso…

  7. Quindi siamo li per fingere di influenzare le politiche a favore delle donne, e per far rispettare le leggi, che sono le stesse che c’erano sotto i talebani, anzi mi sembrano pure peggiorate.
    Come difensori delle donne noi occidentali siamo il massimo, chi sa se riusciamo a difendere almeno i nostri oleodotti, del resto siamo li per quello.
    Auguro alle donne afgane di imitare al più presto le loro sorelle arabe, imparino a guidare e scappino il più lontano possibile dai loro difensori, padri, mariti e militari con le bombe intelligenti.

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