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by Loretta Dalola

Una mamma contro la’ndrangheta

3 commenti


Hotel Patria domani sera su Rai3 con le storie di Denise, Ancelotti, Volo e VeronesiMilano,  24 novembre 2009, l’ultima passeggiata di una madre e di una figlia che allora aveva 17 anni. Nel programma condotto da Mario Calabres“Hotel Patria” si parla dell’omicidio di Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia uccisa dalla ‘ndrangheta, attraverso le parole della  figlia Denise. Una vita sotto protezione quella della ragazza  che oggi, a soli 19 anni si trova a vivere in uno stato di “reclusione”  garantito dal programma di protezione testimoni, ma allo stesso tempo mostra un carattere comune a poche sue coetanee che possono  vivere una vita più serena e spensierata.

A pochi giorni dalla deposizione al processo per il delitto della madre, Denise rievoca per la prima volta alle telecamere di Mario Calabresi la propria storia.  Anni di fuga,  disperazione, speranza, coraggio, resi vani dalla spietata organizzazione criminale che ha rapito, torturato, ucciso e sciolto nell’acido la donna che aveva avuto la risolutezza di rompere il muro di omertà e di rivelare alla giustizia i particolari di alcuni delitti dei quali era a conoscenza, se non altro perchè avevano coinvolto la sua stessa famiglia. “Mia madre credeva di poter cambiare le cose… non aveva documenti, non poteva lavorare, nessuna vita sociale, si sentiva frustrata e aveva dubbi, non ce la faceva più, la disperazione porta a fare cose incomprensibili”…

Una donna che veniva dall’ndrangheta ma che non voleva più farne parte, voleva fuggire e rifarsi una vita con sua figlia, disposta ad andare lontano, molto lontano, ma l’ex convivente Carlo Cosco, inesorabilmente, non le avrebbe perdonato la  scelta del “tradimento” delle regole malavitose. Nel testo dell’ultimo sms inviato al suo avvocato, c’è sintetizzato la volontà di credere in un futur0: “Possiamo farcela, che Dio mi aiuti”…

Una donna che sperava di convincere l’uomo a lasciarla andare, forte del fatto di avere la figlia con se, ” fin quando c’ero io, pensava, non le sarebbe successo niente”, ma non è stato così, l’hanno fatta sparire nella notte del 24 novembre. Persone assoldate dal padre, l’hanno  legata e imbavagliata, portata in un terreno a San Fruttuoso, vicino a Monza, torturata per sapere quali informazioni aveva dato ai magistrati in particolare per le  dichiarazioni circa l’omicidio di Antonio Combierati e la faida tra i clan dei Garofalo e quello dei Mirabelli , poi uccisa con un colpo alla testa e sciolta nell’acido.

Denise rimane senza madre e torna con il padre che ride e scherza, lei sta male, piange di disperazione, cade in depressione, senza più punti di riferimento, si innamora di Carmine, il suo primo ragazzo,  gentile e  affettuoso. Un filo di speranza, fino alla mattina dell’arresto da parte dei carabinieri e Denise apprende che anche lui ha partecipato al rapimento e all’omicidio di sua madre, scopre che il fidanzato  le è stato messo accanto proprio dal padre per controllarla. Un altro dolore che avrebbe potuto annientarla, invece la ragazza testimonierà al processo contro i presunti esecutori del delitto. Forte e coraggiosa vuole ricostruirsi una vita, vuole ricominciare e  continuare a guardare avanti, nonostante tutto. Crede nello Stato e nella giustizia, crede nell’esempio dato da sua madre che ha pagato con la vita la sua ribellione, ma che le ha lasciato un’eredità di valori onesti e corretti.

“Io non ho pietà per nessuno… Non mi interessa che sia mio padre, che sia il mio fidanzato. Verso queste persone non so neanche più se provo dell’odio, se provo del rancore, se provo della rabbia: gli possono dare l’ergastolo, li possono uccidere per strada. Mia madre non me la ridà più indietro nessuno. Fino a quando, dice Denise, non sentirò con le mie orecchie che queste persone pagheranno per ciò che hanno fatto io non riuscirò a ricostruirmi una vita”.

 


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3 thoughts on “Una mamma contro la’ndrangheta

  1. Che esperienza terribile ha visstuto questa ragazza!

  2. Già, poi tu che bazzichi nella psicologia, pensa al cammino di ricostruzione per “ricompattare i pezzi” – alla faccia delle ferite che segnano l’anima! ciao e grazie

  3. Lo dico con tutta sincerità: io non riuscirei ad essere un eroe.
    Per fortuna ne esistono ancora tanti, la maggior parte nascosti ed eroi tutti i giorni della loro vita.

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