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by Loretta Dalola

Come eravamo nel ventennio fascista

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“Cartoline dal  Ventennio” è il titolo del film documento della puntata de “La grande storia”, in onda su Rai3 che si propone di raccontare l’Italia e gli italiani di quel periodo. Il regime, il duce, la guerra, quante volte l’hanno scritta, analizzata. Mussolini, l’eletto, l’uomo del destino, lo abbiamo visto nelle sfilate, nelle adunate, abbiamo ascoltato i suoi discorsi, lo abbiamo seguito dai trionfi alla sconfitta, dalla disfatta alla morte. Tutto è stato sviscerato, rivelato sotto ogni punto di vista ma quello che questo documentario ci propone è un cambio del punto di vista di quel tempo così cruciale della nostra storia, non attraverso i suoi famosi e tragici protagonisti, che naturalmente appaiono sullo sfondo nel filmato.

L’album che viene sfogliato è quello di un’Italia diversa, una soggettiva di chi ha vissuto realmente quel periodo, di gente comune che lavorava, sperava, credeva  e viveva negli anni venti. Una prospettiva diversa, più intima e familiare, in un’Italia povera, con stipendi bassi, i più bassi d’Europa, in tempi difficili dove  il sogno della canzone “se potessi avere mille lire al mese…” rimase tale per  l’intera generazione. Il ceto medio è lo spaccato d’Italia su cui le mire del fascio vengono indirizzate, l’arroganza del regime poco interessa alla famiglia italiana che vive in affitto, in casi tutte uguali e razionali, prive di eletricità che arriverà solo nel 1938.  88 case su 100 sono senza servizi igienici, esiste uno stanzino sul ballatoio, pochissime di proprietà, si fa il bagno una volta alla settimana con l’acqua calda scaldata sul fornello delle nuove cucine economiche. La cucina economica è la vera invenzione per la donna dell’epoca, lì si cucinava, ci si scaldava, c’era sempre  a bollire una pentola con l’acqua calda e accanto pronto all’uso il ferro da stiro. Quella scatola metallica bianca con i piedini rialzati diffondeva il calore  a tutte le stanze della casa. A Roma nascono le borgate fatte proprio dagli operai sgombrati a forza dal centro che deve  far posto alle ambiziose opere del regime corrispondenti ai sogni di grandezza di Mussolini. Il frigo era inesistente, ma c’era la “ghiacciatina” a cui ogni mattina veniva aggiunto un blocco di ghiaccio. Nessun cibo era conservato ad eccezione della confettura Cirio. Nel 1936 fare la spesa vuol dire fare i conti con l’autarchia, gli italiani hanno iniziato a mangiare carne regolarmente solo neglia nni ’50, con il dado invece si facevano con poca spesa, “eccellenti” minestre.

Il fascismo ha il culto del lavoro, è disciplina ferrea, gli operai vengono controllati e perquisiti ogni giorno per eviatre furti, più che di fabbriche si parla di stabilimenti, il fragore delle macchine costringe gli uomini a urlare, si lavora 8 ore al giorno, per tutta la vita, i ritardi non sono tollerati, rare le malattie accettate e tra operai e impiegati esiste una linea insormontabile, non ci si da del tu, il linguaggio è differente e devono essere iscritti obbligatoriamente al partito. Il fascismo tollera l’occupazione femminile ma predilige il ruolo di madre e moglie. La donna inizia ad ambire a un’autonomia, vuole avere un’indipendenza, nascono le professioni di segretaria e insegnante, pochissime accedono a lavori maschli come il medico meglio indirizzare queste vocazioni nel volontaraito.

I contadini abbondano nell’Italia prettamente agricola, hanno una tessera e un distintivo appuntata sull’abito, viene incentivato il ruolo per cercare di arginare l’esodo verso le città. Sono gli anni in cui avere tanti figli è premiato, servono braccia per il lavoro e per la Patria. Alle madri con più di sei figli vengono assegnate 6000 lire: “per un ‘Italia sempre più forte e rigogliosa” (parole del Duce). Il regime punisce gli scapoli con una tassa sul celibato. L’uso del preservativo è utilizzato solo nelle case di tolleranza per evitare malattie veneree, in un’ epoca virile e maschile i mariti frequentano i luoghi di piacere con il tacito assenso delle mogli. Fare figli è un dovere utile alla Patria, il piacere viene vissuto altrove. I figli del resto vengono educati a suon di “Giovinezza” , con libri dove anche Dante è un eroe che ha anticipato il fascismo! Tutta la vita è organizzata in una disciplina nazionale, tutti assoggettati ad una  pedagogia intensiva capace di modificare il carattere e spingere l’acceleartore su quell’orgoglio italiano che fa iscrivere al partito anche i neonati. E’ l’Italia delle feste popolari,della sagre: “La massa è un gregge di pecore finché non viene incanalato, ci vogliono le bandiere e la musica per suscitare interesse” , il regime dunque vuole lo svago e moltiplica le festività, ogni scusa è buona per esporre bandiere e insegne inneggianti il fondatore dell’impero e dopo il regolare ascolto del messaggio del Duce prendono il via i canti e i balli.

È l’Italia piccolo borghese  che va al mare con i treni popolari, pulitissimi  e in perfetto orario, viaggi vissuti come un’avventura per chi per la prima volta vede il  mare, non sono ammesse diserzioni, è l’Italia che si diverte nel “dopolavoro” che diventa una seconda casa, che copia gli abiti eleganti delle dive del cinema, meglio se italiane,  dove il cappellino è d’obbligo e segna  lo status symbol, l’eleganza è irrinunciabile, abiti cuciti  a mano da sarti e sartine.Tutto all’insegna del valore nazionale, anche con le imprese sportive. Lo sport diviene  un fenomeno di massa, ginnastica obbligatoria a scuola, calcio e ciclismo sono popolarissimi, tutti metodi efficaci per tener lontani gli italiani dalla politica. Arrivano anche radio  e cinema, si ballano canzoni fasciste che tendono all’ottimismo e si guardano i film di Cinecittà con l’immancabile cinegiornale.

Ma arriva anche l’ondata antisemita con le leggi razziali e da quel momento viene scritta una delle pagine più nere della  nostra storia, molte cose cambiano, inizia l’epoca bellica, la vita reale si colora di morte e dolore, l’incantesimo finisce, ancora qualche anno e gli italiani apriranno gli occhi e smetteranno di ubbidire al Duce.

 

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2 thoughts on “Come eravamo nel ventennio fascista

  1. I miei nonni erano contadini, ma non avevano il distintivo, e la vita non era tanto facile. Agli sposi venivano regalate 500 lire. Con quei soldi i miei nonni si comprarono la macchina per cucire per farsi gli abiti in casa. Le mie nonne non avevano il cappellino in testa, ma un fazzoletto.
    Non si poteva andare al mercato (c’andava solo il padrone), non potevano portare le scarpe marroni, e neppure il cappotto, ma un tabarro che si chiamava “capparella”.
    Stavano bene coloro che avevano uno stipendio fisso, una maestra o un’impiegata dell’ufficio postale, potevano permettersi la serva, e stavano bene gli agrari, i proprietari terrieri che potevano disporre dei contadini come volevano.
    C’erano due Italie, quella fascista che faceva ginnastica, andava al mare e ballava le canzoni fasciste e c’era quella del lavoro duro, umiliante e sottomesso, l’Italia della povertà, della dignità calpestata col cappello in mano.
    Io appartengo a quest’ultima.

    Un ringraziamento particolare per questo post, perchè mi ha consentito di rivivere i racconti di casa e di amare ancora di più coloro che poi hanno permesso anche a me di vivere.
    Ciao Loretta, un abbraccio.

  2. Un ringraziamento anche a te per l’ arricchimento aggiuntivo che ha il sapore amaro della realtà e dolce dell’affetto…buona domenica

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