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by Loretta Dalola

Scemi di guerra

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Prima guerra mondiale,  prima produzione di massa di morte.  La guerra è follia, violenza, sangue, caos che sconvolge il mondo, al centro ci sono i soldati, i fanti, della prima guerra mondiale, che non riescono a sopportare l’orrore della trincea. Il documentario “Scemi di guerra, la follia nelle trincee” in onda su History channel, ricostruisce le dolorose tappe che portarono migliaia di soldati durante il primo conflitto mondiale ad affrontare il calvario della malattia mentale, dopo quello delle trincee, degli assalti, dei gas e dei bombardamenti. Uomini che la storia ha nascosto, dimenticato, etichettato come “scemi di guerra”! Uomini strappati agli affetti e alle abitudini quotidiane, sottoposti ad un martellamento psicologico propagandistico dallo Stato, che impone a tutti il dovere della mobilitazione. Ad attenderli, un treno, pronto a partire. Il dolore del distacco. La partenza verso una meta sconosciuta. Un viaggio verso l’ignoto. Tutti diretti al fronte. Avanti march!

La vita diventa lontana, addio ai ritmi naturali della terra,  gli uomini-contadini vengono presi all’interno da un meccanismo che non conoscono.

“La guerra moderna non ha bisogno di uomini, ma di automi” (padre Gemelli).

Devono  diventare indifferenti alla morte, devono essere crudeli, mettere da parte i sentimenti, distaccarsi dal passato, è una guerra di massa dove sparisce l’individualità. Un fiume di corpi che avanza, sparisce. Non esistono gocce, solo una fiumana umana. Avanti, avanti! Macchine da guerra, instupiditi dal freddo, impantanati nelle buche. Una guerra di posizione che va dallo Stelvio all’Adriatico. 600 km di artiglieria, bombe, rumore assordante, schegge, lampi, proiettili, mitragliatrici, e l’assalto che può durare giorni interi. Il nemico rintanato, non si vede, ma i colpi sono mortali. Ai soldati non resta che rannicchiarsi e sperare di non essere colpiti dalla tempesta di ogni calibro.

Gli effetti delle detonazioni, lo spostamento della terra, le grida, tutto è amplificato, i sensi acuiti, cresce l’ansia. Sotto le bombe il malessere mentale aumenta, l’ansia si dilata, in  attesa del detonamento. Niente vie di fuga. La paura… e la paura di aver paura.

E poi l’assalto. Uscire dalla trincea, strisciare, vedere i corpi smembrati, oltrepassare il filo spinato e alzarsi, di scatto, per andare incontro al fuoco nemico. I battiti del cuore sono colpi di martello.  Soli, di fronte alla morte. La guerra è cambiata, non esistono più le battaglie classiche, qui tutto è  un’organizzazione produttiva immane, una fabbrica efficentissima, di morte. Lo Stato è il padrone, l’operaio è il soldato, la produzione è la morte.

Ben presto quel treno pronto in ogni stazione riparte per la direzione opposta, i feriti vengono trasportati nelle retrovie, ma non hanno segni sul corpo.

Le allucinazioni, le disfunzioni motorie e la perdita di sé, nella forma inedita dello shock da combattimento, tormentarono gli uomini di tutti gli eserciti impegnati in battaglia. Nevrosi traumatiche da combattimento. Gambe e braccia bloccate, non parlano, non sentono, non ricordano, hanno incubi sempre uguali. E’ la reazione all’impatto traumatizzante con l’esperienza guerra, che produce danni psicologici e fisici. Uomini, impegnati in una nuova forma di esplosione della modernità, costretti in  un cambiamento generale che sfocia nella malattia mentale. Un fenomeno sconosciuto quello della perdita dell’identità. Non più spettatori, ma comparse in un meccanismo inesorabile. Uno stress primordaile che induce a nascondersi, a mettersi sotto la terra che protegge o dentro l’amnesia che fa dimenticare il pericolo.

I malati, accusati di codardia e di tradimento dagli Stati Maggiori, vengono rispediti al fronte dai medici militari a forza di scosse elettriche e terapie ipnotiche, per sprofondare ancor di più negli abissi della pazzia, ammutoliti e dimenticati relitti della storia. Ai medici vengono consegnati i soldati non più idonei a sostenere il combattimento e loro, i “meccanici”, hanno una missione: restituirli ai loro reparti, pronti a riprendere le armi, in fretta. Il problema fu il “come” venne raggiunto questo traguardo. Con un’idea di base: creare nei “malati” un terrore tale delle cure che li aspettavano nelle cliniche da preferire il campo di battaglia. Il terrore di una cura deve essere più forte del terrore delle tricee. Il medico deve infliggere il senso di ineluttabilità eguale a quello della buca nella terra. Bisogna distruggere la voglia di non tornare. I soldati intrappolati nell’esercito arrivano alla follia. Una reazione difensiva all’opressione, rapiti dall’oblio del sogno, piuttosto che dal terrore logorante del campo di battaglia. La medicina non ha soluzioni terapeutiche, per la disperazione esistenziale, finiscono nei manicomi. Veri campionari di un dolore umano, che non ha mai fine, inflitto in nome della guerra che presuppone una nuova consapevolezza: la distruzione, senza pietà.

E le porte dei manicomi, si chiudono per sempre alle spalle di quei soldati, impazziti sui campi di battaglia.

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