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by Loretta Dalola

La festa è finita?

4 commenti


Fuori Tg su Rai 3 dedica l’appuntamento quotidiano all’analisi della situazione dell’euro a dieci anni dalla sua entrata in vigore. Capodanno 2002 siamo stati tutti protagonisti di una nuova svolta storica. Una notte di euforia che festeggiava l’arrivo dell’euro. Un clima entusiasta con il quale si salutava l’inizio della valuta unica, tra balli all’aperto e fuochi d’artificio davanti al Quirinale, e si alimentava l’allegra sicurezza che il neonato euro avrebbe portato a tutti i paesi europei una stabile e irreversibile prosperità. L’euro voleva essere il pilastro di un nuovo ordine monetario internazionale.

Una moneta unica per un’Europa unita. Una moneta unica che compie i suoi primi dieci anni. Ci saranno i secondi? E’ l’incognita che in diversi modi tormenta le classi dirigenti e le opinioni pubbliche europee. Che fine ha fatto il sogno dei padri fondatori che, attraverso il denaro uguale per tutti e una Banca Centrale europea svincolata dai governi, partisse il volano che conduceva agli “Stati Uniti d’Europa”?

All’alba del 2012, l’euro ora ci chiede numerosi sacrifici, ne abbiamo fatto solo le spese o è ancora possibile sperare in quel simbolo? La storia dell’euro è legata alla volontà di porre fine a tutte le guerre, un punto di arrivo tra popoli che si sono combattuti per duemila anni, dopo la Ceca, la Cee , nel Trattato di Maastricht c’era la ricerca di un’unione di stati e di popoli con un equilibrio monetario, un sistema più equo e pluri-centrico, meno vulnerabile agli shock unilaterali venuti dall’America: a questo doveva assomigliare il futuro con l’euro. Una moneta comune che voleva rendere gli europei più coesi, più consapevoli del destino condiviso, più fratelli di una sola terra.

L’euro nacque e il pubblico è diventato vittima e carnefice. Oggi i rincari e il raddoppio del suo valore sono il segnale di un mercato fuori controllo, in balia di speculazioni. Certamente, dentro la crisi, si è colta l’assenza di quello “spirito europeo” che superasse gli egoismi e i pur legittimi interessi nazionali, come si prometteva al cambio di Millennio, quando si caricava la moneta unica del compito di potente locomotiva verso la progressiva integrazione comunitarie.

L’euro non unito politicamente si è paralizzato ma non c’è via d’uscita, senza euro saremmo già a fondo. Rompere un’unità monetaria sarebbe un’Apocalisse. Senza questo scudo saremmo volati via nell’ultima tempesta finanziaria: i tassi sarebbero esplosi insieme all’inflazione, finalmente domata negli anni della moneta unica. Dobbiamo scegliere il male minore. Eppure non si sfugge ai bilanci: e fin qui la promessa è stata delusa. L’euro non ha protetto il Vecchio continente dalla crisi finanziaria. E il mondo di oggi non ci appare più stabile, almeno per l’assetto dei mercati finanziari, di quanto fosse dieci anni fa. L’euro si è fatto strada, è vero, come seconda moneta detenuta dalle banche centrali di tutto il mondo nelle rispettive riserve ufficiali. Ma è un secondo posto ancora troppo distante dal primo; la superiorità del dollaro resta schiacciante se misurata in percentuale delle riserve valutarie. Dietro il dollaro c’è la forza degli Stati Uniti, c’è la sua politica estera unica, per quanto controversa, che viene espressa dalla Casa Bianca. Dietro l’euro non c’è una politica estera unica e non c’è neppure un governo. Sotto il fuoco dei mercati la corazzata dell’euro mostra la debolezza di chi non ha alle spalle una concreta unità. Una moneta senza istituzioni politiche è appesa ad ogni vento.

Ci vuole un segnale vero, una moneta unica non può esistere senza un’omegeneizzazione di un unico mercato. Oltre al simbolo l’euro deve diventare una reale attività fiscale che garantisca la sua forza. Solo la crescita economica e del lavoro ci potrà salvare permettendo all’euro di essere coerente con l’obiettivo che si era proposto in partenza. L’euro è una sfida che si vince solo con le riforme.

La moneta è anche un simbolo, un biglietto da visita, una forma di espressione di chi si è, soprattutto quando si tende a “mettersi insieme”. Dov’è allora lo “spirito europeo”? Le difficoltà della valuta segnalano in sostanza un grave “deficit” di identità. Riponiamo le nostre speranze nei leader europei che stanno freneticamente cercando di mettere a punto un piano di salvataggio della moneta unica per guardare al nostro domani, insieme ai 27 paesi che ne fanno parte.

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4 thoughts on “La festa è finita?

  1. Se dovessimo dire addio all’Euro, per noi italiani sarebbe un dramma. Speriamo non si arrivi a tanto (e io penso che non si arriverà a tanto).
    Sarebbe però ora che l’Europa diventasse anche un unione di popoli oltre che di economie.

  2. come non condividere il tuo pensiero…mi trovi ovviamente in sintonia con quanto da te affermato – ciao e grazie

  3. “27 paesi che ne fanno parte”
    In questa frase è racchiuso il segreto di pulcinella..cioè la ragione del fallimento annunciato dell’euro.
    L’economia non è una cosa che va d’accordo con le alchimie e le strategie della politica..almeno non sempre.
    I paesi dell’area euro hanno velocità diverse..non due o tre ma almeno una decina…e guidare il carrozzone dell’euro in questa situazione è come guidare un carro dove ogni cavallo va per conto suo.
    Il risultato? Il carro si rovescia prima o poi.
    a.y.s. Bibi

  4. se negli anni cinquanta un uomo ha avuto la lungimirante “idea” di unire stati differenti per perseguire un ideale di pace perchè nel duemila non continuare quel sogno di benessere per gli uomini e fare l’altro passaggio ideologico7economico? Anche allora sembrava impossibile eppure da un cervello a sei paesi, fino a 27…ciao e grazie

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