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by Loretta Dalola

Tocca a Maroni

8 commenti


E’ il turno di Roberto Maroni, seduto difronte a Fabio Fazio ad essere messo sotto torchio. L’ex Ministro dell’Interno leghista ha partecipato al programma “Che tempo che fa” – “C’è ancora una Lega”? va dritto al sodo Fazio, e con fare sornione aggiunge: “Giusto per capire, Bossi le aveva vietato di partecipare ai comizi, come stanno le cose”?

Il leader del Carroccio aveva vietato a Maroni di partecipare ai comizi della Lega, l’ex ministro, a quanto pare, sentitosi colpito da una sanzione non prevista dallo Statuto e contro la quale non poteva neanche fare ricorso, ha trovato tuttavia una reazione di solidarietà straordinaria da parte soprattutto dei rappresentanti di sezione che gli hanno inviato numerosissimi inviti a prendere parte a comizi e ad incontri. Roberto Maroni ha potuto così constatare quale riconoscimento ci sia nei suoi confronti e questa reazione da parte della base del partito ha indotto Bossi a ritirare quel provvedimento. “Ho ricevuto una telefonata che non avrei mai più potuto incontrare i militanti della Lega, mi sono sentito colpito da una sanzione che non comprendevo e ho espresso il mio rammarico, ma poi devo dire che c’è stata una reazione straordinaria del partito, mi sono sentito raggiunto da grande affetto, dimostrato in maniera spontanea per un dirigente importante, tutto è bene quel che finisce bene”.

Ma è finita davvero? Maroni spera di si. Quello che lui conta è che quella decisione sia stata ora revocata e che i 500 post ricevuti siano la prova della sua popolarità. Ritiene il suo partito “democratico” e aperto alle richieste e se la base del movimento chiede di andare a congresso, allora è giusto ascoltare questa voce. Maroni guarda avanti e lavorerà per la “Lega degli onesti”, quella cioè senza intrallazzi e conti all’estero. Ma allora il leghista Maroni come concilia gli investimenti in Tanzania? Semplice:” Non mi occupo di soldi, non conosco i motivi, ma in molti hanno chiesto spiegazioni”.

Dunque la lega del futuro non si sta giocando il successore. Tutto è rientrato e pace fatta, nessun problema con Bossi, anche se nell’aria si sente odore di crisi. Il partito che si vanta di stare all’opposizione per la salvaguardia della democrazia, la democrazia al suo interno l’ha sempre praticata poco nella sostanza. Lo scettro del potere è sempre rimasto in mano al suo fondatore Umberto Bossi, che ha sempre deciso tutto: tattica e strategia politica, apparati, dirigenti, segretari di sezione, fino all’incarico dell’ultimo militante. Del resto lo stesso “eterno secondo” lo ritiene giusto:”Ci deve essere uno che comanda e gli altri a scendere, ma non può essere escluso il dialogo”.

Il potere assoluto di Bossi nella Lega non può essere messo in discussione. Bossi ha carisma e intuito politico. E in grado di spiazzare, dividere e sorprendere gli avversari politici. Alla base del suo successo c’è proprio lo stato di “padre-padrone” del partito. Nessuno può criticare La lega ne tantomeno gettare un’ombra sul fondatore del Carroccio, o viene immediatamente punito. Per guidare la Lega serve il pugno di ferro oltre al dito medio alzato. Maroni deve rimanere l’eterno secondo, una linea di dissenso che deve rientrare nei ranghi. E’uno dei cofondatori della Lega, molto amico del capo, ma non lo può sostituire, semmai seguirlo ubbidiente. Nessun uomo della Lega può permettersi di sfidare Bossi. “La Lega è la mia casa e che abbia lunga vita” conclude Maroni.

Eppure è impossibile negare le scissioni interne del Carroccio, principalmente diviso tra gli ortodossi della cerchia di Bossi e i più moderati,maroniani. La rivolta è in corso, la base e gli elettori non capiscono più il loro capo e i suoi capetti. Ovviamente i vertici vicini a Bossi negano qualsiasi spaccatura ma la realtà è che anche il popolo della lega è stanco e nauseato dell’alleanza con Berlusconi, dei casi Cosentino, delle voci di maneggi finanziari, delusi dall’aumento delle tasse, e dello specchietto delle allodole del federalismo, delle leggi contro i clandestini, del loro voler respingere i barconi, mentre il cassiere del Carroccio fa i suoi bravi investimenti in Africa. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere per quel che è capitato ai tanti immigrati e ai naufraghi dei barconi. Ma questi primi dissensi segnano inesorabile il tempo che arriva per scrivere la parola fine anche su Bossi. Bossi ne è terrorizzato. E’ assolutamente impossibile frenare le voci del dissenso e lo stato confusionale che regna nella Lega. La storia è maestra e anche per loro è arrivato il momento della crisi. Speriamo solo che il sipario cali con un flop e che la crisi di un movimento che non riesce più a dare risposte politiche ai suoi elettori acceleri la resa dei conti.

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8 thoughts on “Tocca a Maroni

  1. “…movimento che non riesce più a dare risposte politiche ai suoi elettori…”

    C’e’ forse stato un tempo nel quale le precitate “risposte” venivano elargite al bavoso popolo di Pontida?

    Perche’ io ho proprio un vuoto di memoria in tal senso.

    Baci
    Zac

  2. Voglio essere diretto. Non capisco, soprattutto in questo ultimo periodo, come una persona dotata di un minimo di intelligenza, possa votare un Partito come la Lega.
    E’ l’apoteosi della contraddizione, del nepotismo, del quaquaraqua e del fancazzismo. Spero di essermi espresso bene….
    Ciao

    • benissimo e molto chiaramente, ho difficoltà a capire come all’alba del secondo millennio si possa credere in una ideologia dittatoriale, razzista e xenofoba ma a quanto pare non tutti la pensiamo allo stesso modo, visti i voti e le persone che ci credono ancora e sono disposti a fare il bis sulla scheda elettorale – ciao e grazie

  3. Per quanto tenti di nuotare e stare a galla la Lega è un movimento vecchio di trent’anni che in tutto questo tempo non ha prodotto nulla, nonostante sia stata al governo e premiato più di quello che merita.
    Maroni ci prova a fare la persona seria e più consapevole, ma è pur sempre un legista, e dico io, un leghista cattivo. Le sue leggi sugli immigrati, sui rom, ed il suo comportamento di fronte alle ondate di immigrati a Lampedusa non sono stati all’altezza della situazione.
    Provincialismo e populismo non fanno un partito. Nonostante i vari esibizionismi di stampo virile.
    Ciao Loretta, un abbraccio.

  4. perfettamente d’accordo, al punto che non ci aggiungo nulla – ciao e grazie

  5. Da che mondo e mondo il populismo c’è sempre stato, e i populisti, comunque sia, hanno sempre avuto la loro cerchia di fedeli pronti a seguirli in ogni luogo.
    La vera differenza che noto è che ieri il popolo era pronto a seguirli in numero maggiore rispetto ad oggi, dove lo sviluppo dell’informazione e la condivisione della cultura (in senso generico) ha reso il cittadino più interessato alla vita politica e sociale e sicuramente più consapevole del mondo circostante.
    Il cittadino oggi ha più mezzi a disposizine di ieri per capire la realtà, e questo fa si che fenomeni populistici come la Lega e Di Pietro abbiano meno presa che non un tempo.
    Ma il populismo, poichè fa perno sulle paure e sull’esigenze prime dell’individuo, troverà sempre gente pronta a seguirla.
    E se andiamo a vedere, un pò di populsimo c’è in ogni politico. Il problema si verifica quando questa prevale sugli altri aspetti.
    La Lega, per entrare nel merito del post, ha avuto un grande successo perchè ai tempi in cui nacque cavalcò l’onda dell’antipolitica proveniente ds Tangentopoli, portò nella politica un linguaggio diretto con gli elettori (ai tempi il linguaggio politico era incomprensibile), ma anche una presenza davvero eccezzionale sul territorio.
    fece perno poi su sentimenti che già esistevano nel nostro tessuto sociale, portandoli certamente all’estremo….

    • Alla tua analisi aggiungo soltanto che il radicamento nel territorio è sicuramente un parametro interessante sebbene non esaurisca la spiegazione. Il motivo che credo spieghi il successo della Lega Nord è la forte pressione esercitata dai capi del Carroccio su alcune questioni cardine legate nientemeno che al tema dell’identità. L’identità, la cultura, la tradizione sono i motivi che hanno sempre infiammato l’animo umano. La Lega è stata capace di coagulare un consenso che non si configura come “di protesta”, ma “di convinzione”. Ha saputo creare consenso attorno ai temi del federalismo, agitando il vessillo recante il motto “Roma ladrona”, e dell’immigrazione, operando come imprenditore politico della paura. Paradosso di questa situazione è il continuo ricorso a slogan cui corrisponde il mancato raggiungimento di un qualsivoglia scopo politico. La retorica ha sempre prevalso sull’elaborazione di modelli risolutivi. Le sue vittorie sono state il frutto non di convinzione ma di stanchezza o di disperazione nei confronti delle alternative, e anche di assenza di queste ultime. Speriamo solo che difronte ad una schiacciante ed evidente inutilità i passati elettori non facciano il bis – ciao e grazie

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