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by Loretta Dalola

La mattanza rosa

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Tg3, ci risiamo. Violenza sulle donne. Un argomento all’ordine del giorno, al pari della crisi economica e degli scandali calcistici. Gli assassini sono sempre gli stessi, uomini che dicevano di amarle, uomini gelosi, abbandonati, insicuri, che scagliano la loro rabbia contro un corpo inerme e sempre perché l’oggetto desiderato, bramato, è considerato, una proprietà. E’ una mattanza tutta italiana, che registra un’ altra vittima. Stavolta è Sabrina a giacere per terra, freddata da tre colpi di arma da fuoco, in strada, davanti agli occhi del figlio della donna e che ha continuato a ripetere “volevo solo spaventarla”!

E tu uomo,  per spaventarla, giravi con una pistola in tasca? La perseguiti da mesi,  e arrivi ad usare il massimo della violenza davanti a un bimbo, che resterà segnato per sempre, nella crescita emotiva e che non c’entra nulla con le questioni degli adulti. E tu ti reputi degno del nome di uomo?

Non c’è un solo giorno in cui una donna non venga aggredita. Ogni anno porta i suoi numeri.

Non trova la parola: fine, la violenza sulle donne e questa volta l’ennesimo episodio ha portato alla morte di una donna, uccisa da un uomo che aveva denunciato per stalking. L’assassino ha sparato alla persona con cui aveva avuto una relazione e che non aveva accettato di essere stato lasciato: tre colpi di arma da fuoco, davanti alla chiesa, dove poi si è barricato e infine, suicidato.  Gaetano, che diceva di amarla, la perseguitava, tanto da spingerla alla denuncia, è sotto casa, un ‘altra volta, litigano, estrae l’arma, Sabrina tenta di proteggere il figlio, invano, partono i colpi e lei perde la vita.

La mano è sempre quella dell’uomo. Quella di un fidanzato, ex compagno o marito che non accetta la fine di una relazione. Ultimo atto di vessazioni che finiscono sempre per colpire le donne . Un altra tragedia per stalking. Un altra tragedia passionale. Due morti in poche ore, in una storia affettiva breve, dove non si accetta l’addio e allora via libera alla strage. Storie d’amore e rabbia che finiscono con l’ultima vittima della gelosia folle di un uomo. L’ennesimo omicidio-suicidio.

Una vergogna che affonda le sue radici in un retaggio culturale arcaico, ancora attivo: la femmina come proprietà del maschio, che  si ritiene proprietario del suo corpo, della sua vita, della sua libertà.  Una convinzione che sembra molto simile a qualcosa di contiguo allo schiavismo, al tribalismo, al sequestro di persona, alla crudeltà mentale. Il nucleo famigliare è oggi il luogo più esposto a spinte contrastanti di conservazione e cambiamento, è negli interni delle case, che tornano ancora i residui di un dominio patriarcale in declino. E questo uomo moderno, reagisce nei confronti dell’emancipazione femminile, con un irrefrenabile senso di impotenza che lo porta ad agire nell’unico modo in cui si può annientare lo spirito di una donna: la violazione della propria persona e delle proprie libertà. Gioca sulla paura. Uomini incapaci di accettare la libertà e il confronto con la propria donna.

Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi femminicidi. È il triste primato del nostro Paese sotto gli occhi del mondo.

Quanti cadaveri ci vorranno ancora per far capire ai maschi violenti che alzare le mani su una donna o arrivare a ucciderla per suggellarne la sottomissione, per costringerla all’appartenenza, è un crimine intollerabile in una società civile? E quando in questa società, al pari delle popolazioni più industrializzate e civilizzate si comincerà a lavorare sull’educazione dei sentimenti anche nella scuola?

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