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by Loretta Dalola


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Orrore a Lampedusa


loghi-tg-raiUna giornata scandita via via dalle notizie della tragedia di Lampedusa. Nel cuore della notte, l’ennesima imbarcazione di disperati, con l’ennesimo scafista criminale, si è rovescaiata a poche centinaia di metri dalla riva.

La salvezza è solo  per chi sa nuotare, gli altri diventano il  numero della strage. I corpi ritrovati sono di più di quelli vivi. L’imbarcazione conteneva, stipati, oltre cinquecento persone.

Quel che è successo è particolarmente terribile, perchè a provocare il panico è stato un piccolo fuoco, acceso per richiamare l’attenzione. Qualcuno a bordo infiamma, forse una coperta, poi la paura, le persone si agitano e la barca si rovescia. Un’apocalisse. Le vittime ritrovate non hanno ustioni, tutte annegate.  Gli uomini si sono buttati in mare, le donne e i bambini, sono rimasti a bordo dell’imbarcazione che si è inabissata. Nel relitto trovato dai sommozzatoriimage_resize, decine e decine i corpi.  Sono le donne, in questa immane tragedia che pagano lo scotto più alto. Donne già poco considerate. Violentate continuamente, sotto gli occhi dei propri, figli. Rinnegate perchè stuprate. Disperate, si sacrificano, sopportando tutto, per il futuro dei loro piccoli, perchè a loro il destino riservi una chance migliore. Partiti dalla Libia e forse abbandonati durante la traversata da una nave più grande. Trasferiti su un barcone di legno malridotto. E ora l’orrore infinito.

Lampedusa, città martire dell’immigrazione clandestina, accoglie, ancora una volta, il dramma di coloro che cercano di salvarsi dalla violenza della guerra e  dal dolore della fame. Esseri umani che rimangono in viaggio per anni, con l’incognita dell’arrivo. Ammassati, ricattati, senza dignità, torturati, affamati, trattati come merce di scambio.

La spLampedusa_h_sonderanza è tutta in quell’altro mondo, quello che guarda la loro tragedia, dallo schermo del televisore. Lo stesso che oltre ad accoglierli, ha creato una legge per respingerli. Lo stesso che ora polemizza, velenosamente, nel giorno della strage di migranti a Lampedusa, accusando il presidente della Camera e il ministro dell’Integrazione di avere la “responsabilità morale” per quanto accaduto. Più di un esponente della Lega Nord ritiene che si strumentalizzi il tema dell’accoglienza perché   “continuano in maniera irresponsabile a diffondere dalle loro cadreghe istituzionali messaggi che non possono non essere recepiti dai disperati di tutto il mondo se non come un appello del tipo “venite qui che vi accogliamo tutti a braccia aperte’“.

Un problema che si riversa su di noi e sul nostro modo di concepire l’accoglienza o la sicurezza del nostro pezzettino di benessere conquistato faticosamente. In quella che è considerata la “porta sud dell’Europa” questi disperati arrivano perché l’Italia è il primo approdo, molti vorrebbero andare in altre realtà più floride. La questione tocca e interpella tutta l’Unione europea.

Strage-Lampedusa-anteprima-600x450-957058Nelle acque a largo di Lampedusa, nel frattempo, si registra, la strage peggiore fino ad ora vissuta. Centinaia di corpi accertati ma, tanti, troppi, quelli ancora sotto l’imbarcazione.

Tutte le vittime arrivate dai luoghi della disperazione africana.

I primi ad accorgersi dell’ecatombe, sono i pescatori. Sentono le grida. Sono le quattro del mattino. Decine di corpi galleggiano in mare. Lampedusa è vicina, appena mezzo miglio dalla spiaggia. Qui il mare è profondo decine di metri. I vivi annaspano, i morti tanti, trasformano questo piccolo tratto di mare in un cimitero. In acqua restano solo vestiti, poveri resti e corpi.

strage-di-lampedusa-640x357L’isola di frontiera, li recupera. Ogni corpo dentro un  sacco. Un sudario di plastica a cielo aperto. Non ci sono bare sufficienti. Restano lì, adagiati sulla terraferma che stavolta non è stata la salvezza.

Attendono, ancora una volta, che qualcuno decida del loro destino.


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Li hanno buttati in mare


showposter Gli immigrati sono annegati tentando di raggiungere la riva a nuoto dal barcone, che si era arenato. La notizia: sulla spiaggia di Sampieri alle 9.15 di mattina dei turisti avvistano  un’imbarcazione con tanti immigrati. Un altro carico di disperazione umana. Gli scafisti per poter fuggire hanno costretto uomini e donne a gettarsi in mare, sotto gli occhi dei bagnanti e in quella zona i soccorsi non sono stati celeri.

Tg La7 cronache non può non tornare sulla  notizia della strage nel ragusano, raccogliendo la testimonianza di chi è accorso tra i primi per prestare aiuto. “ ho sentito delle grida disperate, al di là delle dune. Ci sono salito sopra per capire, cosa fossere quelle urla e mi sono reso conto che c’era un  barcone, pieno di gente che gridava. Come se ci fosse una rissa al suo interno. Gente che veniva catapultata in mare. Parecchie persone si sono riversate sulla spiaggia…gente che annaspava, perché non sapeva nuotare…sono ar125240712-8268b850-80d0-4d0c-91d3-24444537a56arivati dei bagnini esperti e si sono buttati in acqua e a uno a uno li prendevano…poi con altre persone…abbiamo iniziato a fare loro la respirazione, non so se abbiamo sbagliato, però avevamo già chiamato polizia, carabinieri e autoambulanza, che sono arrivate con un ritardo impressionante. Dopo novanta minuti. Dalle 9.15 fino alle 10.40, solo allora ho visto il primo dottore” .

Dal mare sono state recuperate le salme delle 13 vittime. I sommozzatori dei carabinieri hanno ispezionato i fondali attorno al natante arenato alla ricerca di altre eventuali vittime.

Gridavano aiuto, gridavano dicendo di non sapere nuotare ma gli scafisti non hanno avuto pietà. Li hanno bastonati, frustati con delle cime e minacciati con i coltelli costringendoli a buttarsi in mare. E chi resisteva attaccandosi a qualsiasi cosa veniva preso e gettato in acqua. Così sono morti quei 13 disperati extracomunitari, quasi tutti eritrei o somali. “se ci fosse stato un pronto intervento quelle persone si sarebbero salvate. Li abbiamo visti morire perché avevano ingoiato tanta di quell’acqua, nonostante cercavamo di fargliela buttare fuori…è stata una scena cruda…è difficile da trasmettere e raccontarla”. 

Naufragio Scicli: a bordo barcone 150-200 personeHanno cercato di non  farsi gettare in mare, che era calmo e limpido.  Consapevoli della profondità delle acque. Coloro che non sapevano nuotare volevano avvicinarsi di più a riva ma, sono stati costretti, brutalmente a immergersi in quel mare, dove hanno trovato la morte. Un’imbarcazione di legno di poco più di otto metri di lunghezza che si è arenata sulla spiaggia di “Manna razza” vicino la località balneare di Sampieri, in provincia di Ragusa.  Erano tra 120 e 150 a bordo di quella carretta partita alcuni giorni fa da un porto libico e giunti in mattinata sul litorale di Sampieri. Una secca ha bloccato l’imbarcazione a poche decine di metri dalla spiaggia e quasi tutti quei disperati a bordo avevano ringraziato il loro Dio pensando di essere finalmente in salvo. Ma non è andata così. Quando l’imbarcazione si è arenata gli scafisti hanno ordinato agli extracomunitari di buttarsi in acqua, alcuni sapevano nuotare molti altri no. Pensavano gli scafisti che alleggerendo l’imbarcazione potevano scappare per ritornare da dove erano partiti per fare un altro “carico”.   Non hanno avuto pietà, li spingevano in acqua nel tentativo di fuggire con la loro imbarcazione.

091540151-dbad9494-8f6a-4fc4-93d1-441377a6a937E quelli che sono riusciti a a raggiungere a nuoto la spiaggia sono fuggiti nella speranza di raggiungere i paesi dell’Europa del nord dove vivono amici e parenti. Molti di loro sono stati rintracciati da polizia e carabinieri e trasferiti nei centri di accoglienza di Pozzallo e di altri paesi del ragusano. Uno di loro è stato investito da un’auto  e si trova in gravissime condizioni all’ospedale di Modica. L’incidente è accaduto perché il profugo, assieme ad altri, correva sul ciglio della strada che collega Sampieri a Modica. Si imbarcava per sfuggire all’orrore della guerra, nuotava per sfuggire alla morte e correva, correva, per lasciarsi dietro tutto…invece, il suo destino, lo ha fermato sull’asfalto e ora, quella vita che ha tentato tenacemente di resistere non si sa, se resterà su questa terra, cercando l’oblio e un altro futuro.

Naufragio Scicli: a bordo barcone 150-200 personeEppure, questi luoghi sono cari a tanti telespettatori. Sono i luoghi dove è stato ambientato uno degli episodi della fiction televisiva del Commissario Montalbano. A pochi chilometri di distanza, davanti al faro di Punta Secca, si trova invece la villa sul mare del commissario. E proprio  questo bellissimo scenario naturale porta con sè oltre a tante piacevoli ore televisive anche il dramma di alcuni  profughi che hanno  trovato la morte mentre cercavano  di raggiungere l’Italia e l’Europa, fra  solitudine, disperazione e la speranza di tornare ad una vita normale. 


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Il dono di Selma


showposterUn’altra donna è la protagonista della cronaca quotidiana. Si chiamava Selma, sperava di costruire in Europa un’altra vita per la sua famiglia. A raccontarci la sua fine drammatica è il TgLa7 cronache condotto da Bianca Caterina Bizzarri. Da Damasco, dov’era infermiera professionale, al bancone, è arrivata in Sicilia, in coma, per un malore durante la traversata.

Il marito ha dato il consenso per l’espianto degli organi, così il suo fegato e i suoi reni salveranno la vita a tre persone. Era fuggita da Damasco in cerca di un futuro migliore, per lei e la sua famiglia. È la  storia di una donna siriana di 49 anni che è morta all’ospedale di Siracusa, dove è giunta in gravissime condizioni. In Sicilia era arrivata durante uno dei numerosi sbarchi a cui le immagini dei telegiornali ci hanno abituati in questi ultimi mesi.

Una esito drammatico. Una storia simbolo, che dimostra non soltanto la grande generosità e la solidarietà di questa famiglia arrivata da lontano, ma  anche che su questi barconi ci siano sempre più uomini, donne e bambini che arrivano dalla Siria. Selma fuggita dal suo paese, nel tentativo di non far conoscere l’orrore della guerra ai suoi due figli. La fuga di una famiglia perbene, agiata, come stanno arrivando in questa estate.

clandestini-barcone-04Lo sbarco lo scorso 28 agosto, insieme a 73 altri emigrati. Destinazione finale, la Svezia, dove vive il terzo figlio della coppia. Il suo fisico non ha retto. All’arrivo, le condizioni di Selma sono disperate e l’emoraggia celebrale, all’ospedale, Umberto I° di Siracusa, cerca di essere fermata. Si spera ma, Selma morirà quattro giorni dopo.

Gli organi sono in buone condizioni. C’è la possibilità di espiantare fegato e reni. Una scelta sempre delicata, ma in questo caso difficile, per la religione islamica e le sue regole che vietano di violare il corpo. Eppure…il marito che è imprenditore, nel suo paese, non dona le sue cornee ma, il resto, si, senza esitazioni, come lo racconta il direttore sanitario ASP di Siracusa, Alfonso Madeddu :” Non hanno esitato minimamente nel momento di prendere la decisione, lo posso garantire e grazie a questo gesto, oggi, tre siciliani potranno avere la speranza di continuare a vivere”.

Da mesi la Calabria e la costa sud-orientale della Sicilia sono le mete principali dei flussi migratori.

459-0-20130410_134526_E30D83F8I porti d’imbarco, sono quelli egiziani, dove si radunano anche i profughi provenienti dalla Siria per fare rotta verso l’Europa, affrontando una traversata molto più lunga rispetto alla tratta che dalla Libia (ormai off-limits)  li portava a Lampedusa.

La Sicilia, di passaggio per questa famiglia in fuga e per tanti emigrati ha visto aggiungere dolore a disperazione. Selma ha trovato la morte sull’imbarcazione della speranza.  I disperati tentativi dei medici di salvarle la vita sono stati vani. Una storia che insegna cosa è la vera solidarietà. Il marito e i due figli adolescenti  hanno superato ogni istintiva diffidenza e si sono completamente affidati. In un momento di grande disperazione ci hanno regalato tutto quello che avevano con una dignità davvero esemplare. Dimostra che  ci sono persone che riescono a compiere gesti d’amore anche in casi estremi, indipendentemente dal colore della pelle o da vincoli religiosi.  E nel mondo occidentale, dove tutto si sa, si vede coi propri occhi, si ascolta con le proprie orecchie, non si muove un dito.

C’era una linea rossa: l’uso di armi chimiche. Forse era già stata sorpassata, come dicono in molti. Forse lo è stata appena. Dunque è troppo tardi per intervenire. Un siria-guerra-damascogiorno gli storici riguarderanno tutta questa spettacolosa documentazione che scorre senza sosta sui nostri schermi, e stabiliranno se, nei due anni e mezzo (per ora) che vanno dalla manifestazione di ragazzi a Deraa fino al bombardamento chimico alla periferia di Damasco c’era stato un giorno, e quale, in cui non era più troppo presto e non era ancora troppo tardi, per intervenire.


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Morta perchè incinta


telegiornaliFine estate. I ricordi del relax e del caldo sole dobbiamo lasciarli piano piano svanire. La programmazione televisiva dei mesi appena trascorsi, che ci ha regalato leggerezza, oggi, al contrario, ci riporta bruscamente in un crudo  fatto di cronaca. Un tradimento, un figlio inatteso, la paura dello scandalo e le conseguenze per la propria vita coniugale.

I telegiornali ne parlano.

La vittima: Marilia, 29 anni, brasiliana, aspettava un bambino. Sarebbe nato a febbraio, ma Claudio Grigoletto, tre anni più di lei, istruttore di volo e datore di lavoro, suo amante, ne aveva appena avuto un altro dalla sua compagna, un anno fa. Proprio la nascita del figlio aveva riappacificato i rapporti tra i due così, secondo l’accusa, che ha portato l’uomo in carcere, per coprire la relazione extraconiugale e fermare le giuste pretese della ragazza, l’ha uccisa.

img1024-700_dettaglio2_Claudio-Grigoletto-e-MariliasCaso indiziario, per ora, basato sulle celle telefoniche e su alcune testimonianze. L’indiziato numero uno, Claudio Grigoletto,  titolare dell’Alpi Aviation do Brasil, societa’ per la quale lavorava Marilia, non ha confessato e nega tutto: delitto, amore con la ragazza e paternità del bambino. Gli hanno fatto un tampone salivare per risalire al DNA. L’accusa è da ergastolo, omicidio volontario aggravato, procurato aborto e tentato occultamento di cadavere.

Il figlio che Marilia portava in grembo era il frutto di questa storia clandestina. Grigoletto è sposato. Una gravidanza indesiderata, dunque, sarebbe il movente che avrebbe spinto lo stesso  a uccidere la sua amante. La ricostruzione dei fatti è atroce. Marlia è stata strangolata, forse, non era ancora morta e l’assassino ha provato a bruciare il corpo incendiandolo con dei giornali, poi le ha versato in bocca dell’acido muriatico per emulare il suicidio e alla fine ha aperto il gas per far saltare la casa.

Secondo il procuratore capo di Brescia Fabio Salomone, l’uomo “aveva la necessita’ di eliminare quel problema rappresentato dal fatto di essere il padre del bambino che la brasiliana aspettava”. ” Abbiamo la certezza che l’uomo si trovasse sul luogo quando è avvenuto il fatto – dichiara alle telecamere  – le contraddizioni evidenti nelle quali è caduto, le testimonianze delle altre persone che hanno smentito le sue dichiarazioni e un insieme di cose ci ha portato a prendere questa strada”.

principessatristeGrigoletto nei giorni seguenti è tornato al campo di volo di Bedizzole, come se nulla fosse. Scherzava con il direttore dell’areoclub, Angelo Bonatti: ” Non sembrava nervoso, era tranquillo”. In quel luogo, Grigoletto ci portava Marilia fino alla metà di luglio poi, dopo che era rimasta incinta, le voci cominciavano a girare e aveva smesso di andarci insieme.

La brasiliana viveva in albergo, ma le cose sul lavoro andavano male e si era trasferita nell’ufficio di Gambara. Troppo bella per passare inosservata in quel paesino del bresciano. Marilia voleva un padre per suo figlio o almeno il mantenimento. La moglie aveva cominciato a sospettare. Grigoletto mandava mail false,  per giustificare il suo operato. Aveva scritto che il figlio era di un altro, nell’ultimo messaggio di posta elettronica e aveva fissato un  appuntamento per il 31 agosto per chiarire alla moglie la sua situazione. Aveva finto che dovevano vedersi tutti i protagonisti di questa vicenda: lui, la compagna, Marilia e “l’altro”. Un appuntamento senza senso e la verità sarebbe venuta, inesorabilmente a galla.

fiore-stranoMarilia il 30 agosto è stata trovata morta. Condannata a morte per un amore sbagliato. Una giovane donna che ha dovuto implorare amore per dare spazio alla propria esistenza. Lei, cercava quel rapporto particolare che regala tranquillità. Chiedeva la certezza di essere amata, voleva sentirsi felice attraverso il proprio donarsi. Invece è morta, colpita dalle stesse mani che l’hanno accarezzata, cercata e hanno goduto della sua carne.  Quello stesso corpo che vibrava sotto i colpi dell’amplesso si è affievolito  nell’abbraccio mortale dell’uomo che ha abusato della sua ingenua e golosa, voglia di vita.


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Il rebus di Amanda Knox


showposterTorna sui media Usa l’omicidio di Perugia, da sempre innocentisti nei riguardi della ragazza di Seattle, considerata vittima del sistema investigativo e giudiziario italiano. Tg La7 cronache apre l’approfondimento pomeridiano puntualizzando che si ricomincia. La Corte di Cassazione ha ribaltato  definitivamente la sentenza di secondo grado, ha annullato il processo di appello per l’omicidio della studentessa inglese  Meredith Kercher uccisa nella notte tra il primo e il 2 novembre 2007. Sono state accolte le richieste del procuratore generale che ha fatto una durissima requisitoria. Il processo, a questo punto sarà trasferito a Firenze. 

Una notizia che è rimbalzata negli Stati Uniti, dove vive Amanda Knox, tutti i siti e le principali emittenti televisive ne hanno parlato, da sempre innocentisti nei confronti della ragazza. Al Seattle Times, AmandAmanda-Knox-001a dice di essere addolorata e definisce “completamente infondata e ingiusta” la teoria dei procuratori di Perugia. “Non importa ciò che accadrà: io e la mia famiglia continueremo la nostra battaglia legale, fiduciosi nella verità contro accuse errate”.

È stata la news della notte americana e il volto di Amanda è tornato sugli schermi dei principali network.

La decisione della Cassazione irrompe anche nei quotidiani inglesi, paese d’origine della vittima. Per il legale della famiglia Kercher si tratta di una “vittoria processuale e morale”.

Angelo o diavolo. Vittima o carnefice. Il passato ritorna dopo la ripresa della vita a Seattle. Come in un flashback rivive la notte del delitto, gli anni di carcere, la liberazione e ora, tutto da rifare.

Il delitto di Perugia è stato un punto dolente tra Italia e Stati Uniti. I media americani, sono sempre stati innocentisti e non hanno mai nascosto il loro disappunto nei confronti della giustizia italiana.  Un innocente all’estero, titolava il  New York Times nel 2009. Immagini che per quatro anni si rincorrono tra Stati Uniti e Europa: il bacio tra Amanda eRaffaele la mattina dopo il delitto, Peruamanda-knox-film-mediasetgia sconvolta, la foto della giovane vittima Meredith, le tracce del DNA sul suo reggiseno, il sangue e il coltello. E ora si riparte dal memoriale di Amanda. Una descrizione della notte in cui venne uccisa Meredith Kercher resa a caldo in Questura a Perugia. Pagine scritte a penna, in inglese, in cui l’americana finì per accusare Patrick Lumumba, risultato invece estraneo al delitto. Quel memoriale non venne preso in considerazione dai giudici d’Appello perché ritenuto inattendibile.

Per i media inglesi la studentessa fu subito Foxy Knoxy.  Una furba spregiudicata. Il diavolo dietro la faccia d’angelo.  In quel nomignolo velenoso, la lettera scarlatta tatuata sulla pelle di Amanda Knox, la Volpe e la sua storia, la sua vita, i suoi aggressivi gusti sessuali, il suo visino michelangiolesco, lo sguardo ambiguo, lontano e impautito. Più importante della vittima la ventunenne inglese Meredith Kercher, sgozzata  in un appartamento di Perugia e subito trasformata nella scandalosa scusa per scavare nei labirinti mentamanda-knox-bookali della sua presunta assassina.  Fragile e spietata. Beve ed è sola, scriveva il Daily Mail parlando di Amanda l’indomani del delitto.

Gli americani invece fanno il tifo e credono in un ingiusto processo italiano. Perfino l’ex segretario di Stato, Hillary Clinton conosceva bene la vicenda ed esprimerà il suo apprezzamento per l’assoluzione in appello della ragazza  il 4 ottobre del 2011. Il ritorno a casa di Amanda, che finalmente piange, dopo l’assoluzione, a Seattle tra chi l’ha sempre sostenuta e qui la Knox ricomincia la sua nuova vita. Scrive un libro  Waiting to be heard, in attesa di essere ascoltata, è il titolo firmato con la casa editrice dopo un’asta da 4 milioni di dollari. E anche Raffaele Sollecito, che invece, vive sempre in Italia ha scritto un libro, intervistato di recente da un’emittente americana, parla ancora di Amanda e della distanza che c’è tra loro. “L’ami ancora”? – gli si chiede – “No, è la risposta – noi abbiamo vite completamente diverse, io sono single –  aggiunge – lei vive a Seattle con il fidanzato”.

Si parte da qui, ma si può arrivare lontano. Perché bisognerà riesaminare ogni indizio e analizzare gli elementi contrari, si dovranno rileggere o forse addirittura ripetere alcune perizie con un’attenzione particolare a quelle sul Dna. Raffaele Sollecito e Amanda Knuna-foto-di-meredithox di nuovo sul banco degli imputati. Per difendersi dall’accusa di avere concorso a uccidere Meredith Kercher. “Non è giusto” ha detto la Knox, che ora ha 25anni, alla notizia che il processo è da rifare però, per il suo avvocato,  è pronta  a combattere ancora. La sorella di Meredith, Stephanie, ha accolto in lacrime la sentenza della Cassazione.

Tante facce della stessa medaglia e una sola certezza, Meredith non potrà ritornare a vivere.


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Le donne non trovano pace


Rai 3, Le storie, Diario italiano punta il dito su un episodio disgustoso che si è verificato a Salò nel bresciano, dove una ragazza pakistana, residente da alcuni anni, ha rifiutato un matrimonio combinato ed è stata stata rinchiusa in casa, sottoposta a violenze psicologiche e violentata da un cugino, per farle “capire” a quale legge doveva sottostare. Altre ragazze hanno perso la vita anche per mano dello stesso padre che “doveva farlo”. Prigionieri di una concezione religiosa che costringe i suoi fedeli a episodi nauseanti. Donne mussulmane che hanno tentato di dare l’avvio alla fine dei regimi dittatoriali. Donne che sono state una forza determinante nelle insurrezioni che hanno travolto i vecchi rais a Tunisi, al Cairo, a Sana’a, e che minacciano altre capitali, in particolare Damasco. Donne che subiscono la mancata parità dei sessi. Donne coraggiose che lottano contro la mentalità radicata maschile e di una classe politica islamista che approfitta della democrazia di una Primavera araba mal riuscita, per mettere mano alla Costituzione. Con l’intento, non di portarla avanti nei tempi, ma bensì di farla tornare indietro di mezzo secolo. Almeno per quanto riguarda il mondo femminile: complementare all’uomo, non uguale.

Che fine hanno fatto quelle rivoluzioni che avevano aperto uno spiraglio nella conquista dei diritti umani? A rispondere è la giornalista Francesca Caferri autrice del libro: “Il paradiso ai piedi delle donne”. “Ci sono tante rivoluzioni nel mondo islamico che l’Occidente non ha saputo anticipare o assecondare. Erano il tentativo di dire basta”.

A interpretare questo cambiamento sono alcune delle donne che Francesca Caferri ha incontrato nei suoi viaggi, dall’Egitto allo Yemen, dall’Arabia Saudita all’Afghanistan, dal Pakistan al Marocco. Come la giovane egiziana Asma Mahfouz, che con un video girato da sola e messo su YouTube ha spinto in strada migliaia di connazionali contro Mubarak. E la marocchina Fatema Mernissi, capostipite di quel femminismo islamico che non sposa acriticamente il modello occidentale. E ancora, la poliziotta Malika, che ha davanti a sè una vita difficile. Riceve minacce, è derisa dai suoi compagni di addestramento, e nonostante tutto va avanti, consapevole che il suo coraggio sarà da esempio ad altre.

Giovani donne, artefici di un processo in divenire. Marciano verso la trasformazione che, nel breve periodo vede il trionfo del potere forte; rinchiuse, condannate, criticate da quella classe maschile che non vuole far spazio a una società civile. Donne e ragazze che subiscono continuamente discriminazioni e violenze da parte degli uomini di famiglia che si sentono superiori. Donne che sfidano il potere, che non hanno nessuna intenzione di tornare indietro. Donne che, timidamente hanno avuto accesso al’informazione, hanno conosciuto un mondo diverso, altri modi di essere donna. E la conoscenza  porta verso la libertà. Rivoluzioni silenziose che ora vengono alla luce grazie ad internet. Non vogliono essere occidentali vogliono la loro autonomia e  rispetto. “È dura affrontare una mentalità avversa” – afferma la Caferri–  le donne sono uno dei motori di questo cambiamento, l’Islam trova buon gioco in quegli estremisti che utilizzano le immagini del mondo occidentale, come la Minetti per deterrente. Ecco perchè le donne mussulmane non vogliono il modello occidentale. L’istruzione è il futuro, è lì che si costruisce il nuovo mondo arabo”.

Donne che ci credono e che non vanno lasciate sole, o faranno una brutta fine.  Nel contempo non  dobbiamo stravolgere il loro pensiero ma, aiutarle ad uscire da un mondo spaventosamente arretrato. Islam e parità dei diritti non sono in contraddizione. Una corretta interpretazione dei testi religiosi, non più di impronta maschile, può legittimare la coabitazione. Si tratta in realtà di far convivere Islam e democrazia. Uno dei grandi problemi posti dalle Primavere arabe che le donne islamiche possono aiutare a risolvere per conquistarsi il diritto di cancellare un’interpretazione oscurantista dell’Islam che le costringe  a vivere la metà di quello che  spetta loro.


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Ricordando chi ha lottato contro la mafia


Se l’intento del contenitore pomeridiano Cristina Parodi Live  è quello di raccontare storie e appprofondimenti nella puntata di ieri il bersaglio è stato centrato e tra gli argomenti trattati uno in particolare ha occupato un largo spazio informativo, un esempio di coraggio e di lotta alla mafia quella del piccolo prete chiamato “3P”. Ucciso il 15 settembre 1993  a pochi metri dalla sua parrocchia di San Gaetano nel giorno del suo 56esimo compleanno.

Padre Pino Puglisi operava contro la mafia siciliana, combatteva con l’unica forza che aveva, la fede. La sua attenzione si rivolse al recupero degli adolescenti già reclutati dalla criminalità mafiosa, riaffermando nel quartiere una cultura della legalità illuminata dalla cristianità. Prete per desiderio della madre, commise la “colpa”  di aver tolto dalla strada decine di ragazzini, raccogliendoli intorno alla parrocchia, dimostrando che era possibile strappare alla mafia la supremazia del controllo delle menti oltre che del territorio.   Don Puglisi prese iniziative che contrastavano concretamente la mafia non  riconoscendo il potere mafioso fu l’uomo giusto per compiere il miracolo ma, tolse mano d’opera alla mafia.

Un sfida che Cosa nostra decise di chiudere col sangue.

Il prete-coraggio che osò contrastare Cosa nostra fu giustiziato.

Quattro killer contro un uomo solo. Immobilizzato e colpito regalò un sorriso e una frase: ““Me lo aspettavo”. Arrestati e condannati all’ergastolo i mandanti e gli esecutori dell’omicidio.

Il parroco che ha pagato con la vita il suo impegno quotidiano nella lotta alla mafia non è morto invano. Quel gesto ha innescato l’effetto contrario, con i cittadini del quartiere, e dell’intera Palermo, che ancora oggi conservano nel cuore la figura di don Puglisi, mantenendo vivi l’insegnamento e i valori. Mentre il fratello lo piange ancora : ” Lo faranno beato, ma lui non c’è più”…

In studio: Corrado Fortuna interprete del film di Faenza che racconta la vita di Don Pino,  don Aniello Manganiello il prete di Scampia e la giornalista Francesca Barra. ” Ci vuole coraggio, padre Puglisi è un esempio e un  incoraggiameneto a mettersi dalla parte della giustizia, è un pugno nello stomaco, una messa in discussione della mia vita”, dichiara la sentinella di Scampia, un altro prete anticamorra. Francesca Barra: ” Nel quartiere Brancaccio il centro Polivalente di accoglienza di Don Puglisi è nel mirino dei vandali, ma si continua a lavorare anche se continuano a colpirlo”.

Ficarra e  Picone vengono dal Brancaccio e hanno affidato al loro umorismo il ricordo  per Don Pino ” Ci siamo resi conto del suo successo, al suo funerale, mmiiii quanta gente. Lui ha amato tutti, zio Pino, anche chi gli ha sparato, sorride, lo ama e risponde “me lo aspettavo”. Lui preme il grilletto, cade a terra e  tutti accorrono perchè disturbava la mafia, predicando l’amore, era cocciuto, noi lo conoscevamo, sappiamo che non è morte ma, uccisione e ora  siamo contagiati ad amare”…Parole profonde, bellissime che lasciano la scia della forza di chi crede nella legalità. ” Dicono bene Salvo e Valentino, Palermo ha riscoperto Don Pino al suo funerale – Corrado Fortuna – le vittime della mafia conoscono il loro destino e lo vivono con coraggio ma, prima è venuto l’isolamento come con Falcone, poi la morte. Ogni anno le persone che ricordano entrambe le morti sono sempre di più, Palermo è cambiata, c’è ancora molto fa da fare ma è un segnale”.

A Palermo non era mai successa una cosa del genere, uno solo, prete, contro il potere di molti. Ha scardinato un sistema di pensiero, radicato. Un profeta disarmato.  Ha lottato per quella parte di umanità disperata che si mostra cedevole alle lusinghe della prevaricazione e della violenza, rassegnata alla privazione  della libertà, consegnata  all’illegalità. Ha creduto nella possibilità reale di un mondo diverso senza sottostare alla sopraffazione. Ha insegnato la legalità. La lezione di Don Puglisi è la lezione di un padre buono che chiaramente si oppone a quella dei padrini malvagi e forse non avrebbe mai sognato che Palermo dicesse, no, al pizzo, mentre oggi,  fuori dal coro, tanti cominciano a farlo e denunciano. E vogliamo sperare che l’esempio di Don Pino sia una forza per tutti, per permettere la riconquista di quella bella terra da parte dei siciliani onesti.