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by Loretta Dalola


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Vite da star: Audrey Hepburn


Sky-Arte-HDUna donna e un’attrice senza tempo. Bruna e snella. L’incarnazione dell’eleganza. Fece innamorare il mondo intero e ancora oggi, continua ad incantarci. Audrey Hepburn non era la classica stella di Hollywood, come ci racconta l’omaggio, a vent’anni dalla sua scomparsa che Sky arte le dedica. Aveva vissuto altre esperienze rispetto alle sue colleghe americane. Esperienze che costituiranno il bagaglio delle differenze che la contraddistingueranno, rendendola  una donna e un’attrice senza tempo. Piena di garbo e humor. Persona impegnata. L’antitesi della frivolezza.  Semplice e genuina. Una delle attrici più grandi di sempre.800x600_audrey_web

Audrey Hepburn l’indimenticabile, nasce come Audrey Kathleen Ruston a Bruxelles il 4 maggio 1929 da padre inglese e dalla baronessa Ella van Heemstra, un’aristocratica olandese. In termini hollywwodiani Audrey era qualcosa di unico, segnata dal suo passato europeo, non si lasciò mai condizionare o assorbire dal mondo del cinema, rimase ancorata alle sue origini, così diverse. Lascia l’Inghilterra, paese del padre, durante la seconda guerra mondiale e si trasferisce in Olanda, perchè considerato, dalla madre, un paese più sicuro. Con senno di poi, una vera mossa infelice. Soffre la fame, alcuni parenti arrestati  e fucilati, tutta la famiglia rischiò molto e visse in condizioni difficilissime, lei fece la staffetta della resistenza e alla fine della guerra, pesava appena quaranta chili, troppo pochi per il suo metro e sessantanove di altezza. Un’esperienza orribile, mai dimenticata. Segnata per sempre, rafforzò il suo carattere. Contemporanemente i suoi drammi familiari, come l’abbandono del padre, si sommarono alle immagini angoscianti della guerra e questi eventi le procurarono una fragilità emotiva.

Finita la guerra torna in Inghilterra e studia danza. È bravissima ma il suo corpo, porta ancora addosso i segni della malnutrizione che segnano la fine del sogno di ballerina. Lavora come fotomodella. E proprio in The secret people nel 1952 interpreta una ballerina, è il suo primo ruolo importante. Fece tanti lavoretti e accettò una parte modesta in un film che le permise di andare a Montecarlo per alcune settimane dove viene notata dalla celebre scrittrice Colette, che le fece un provino per la versione teatra55900_odri-xepbern_or_audrey-hepburn_1600x1200_www-gdefon-rule di Gigi,  tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice francese. La Hepburn se la cavò così bene che diventò una stella dall’oggi al domani.

Fu un debutto fulminante, grazie a questa commedia divenne celebre e dopo duecentocinquanta repliche, diventò una diva del teatro e il cinema fu pronto ad accoglierla a braccia aperte.  La fortuna la assiste e prende il posto di Jean Simmons, costretta a rinunciare, come protagonista di Vacanze Romane nel  1953. Giovanissima e ancora alle prese con la scoperta del look che l’avrebbe resa immortale, Audrey Hepburn lavora al film che le fece  vincere l’Oscar come miglior attrice. Diventò una grande stella di Hollywood. Una strella che sfuggiva a ogni cliché. Figura esile, poco appariscente, occhi splendidi, non incarnava la classica bellezza anni cinquanta. Era diversa e al pubblico, questa differenza,  piacque molto.

Domina lo schermo con la sua espressività sincera, qualcosa di assolutamente nuovo e  unico all’epoca. Billy Wilder la vuole, nel 1955,  come protagonista di Sabrina. Interpreta la figlia di un autista costretta a scegliere tra Humpherey Bogart e William Holden e  vince un altro Oscar. Recita con attori più maturi di lei, trame fragili condite dall’accuratezza di Hollywood, lei è giovane ed elegante e così l’accostamento con uomini decisamente più anziani non risulta innaturale. Nella finzione sceglierà Bogart ma nella realtà si innamora di Holden ma, lui è sposato e irraggiungibile.

1241259717321_sabrinaSi lascia vestire da un giovane Hubert de Givenchy che amava il nero, le donne, Parigi, la semplicità, le linee pulite, la lealtà. E le amicizie che durano tutta una vita. Come quella con Audrey Hepburn. Nacque un’intesa perfetta e un tubino nero con un largo cappello, un abito bianco da principessa decorato da fiori stilizzati, un pull a maxi trecce con un paio di pantaloni corti e sottili, una tiara di cristalli e un vestito da mille e una notte, leggero come una piuma ma intenso come un’iconografia. Mangiando una briosche davanti a una vetrina luccicante. Lo stile Audrey Hepburn e Hubert de Givenchy si incontrarono per la prima volta a Parigi nel 1953. E così dopo il cinema diventò anche un’icona della moda con quella sua linea semplice, affascinante e splendida. Il suo look piacque e continua a piacere ai giorni nostri.   Amava vestire in modo essenziale e chic, uno stile ineccepibile, un’eleganza giocata sul sottrarre più che sull’ostentare e sulla riservatezza. Hubert e Audrey non si lasciarono più e diedero vita alle più belle favole di tutti i tempi: Vacanze Romane, Cenerentola a Parigi, Sabrina e il leggendario Colazione da Tiffany. 

Recita a teatro con Ondine e incontra  l’affascinante attore, scrittore e produttore Mel Ferrer, sposato in Svizzera e padre del suo primo figlio. Poi è la volta di una storia drammatica dove interpreta il ruolo di una suora e si libera dell’immagine stereotipata che le avevano cucito addosso. Ebbe il coraggio di confrontarsi con un ruolo molto diverso dal solito e lo fece in maniera molto efficace al punto da ricevere un’altra candidatura all’Oscar.

audrey-hepburn-colazione-da-tiffanyLa bellezza e la classe della Hepburn sono sempre più popolari e ora l’attrice appare in un film che definirà il suo stato di icona della moda per sempre: Colazione da Tiffany 1961. Se c’è un film che illustra lo stile della Hepburn è questo, anche chi non l’ha visto, conosce l’acconciatura, i gioielli e il vestito scuro che Givenchy aveva creato apposta per lei. È forse il suo film più celebre. Nessuna attrice voleva interpretare il ruolo di una prostituta (nemmeno Marylin Monroe). Ma Audrey trasmetteva una tale idea di candore ed eleganza che guardando il film si pensa solo da una giovane donna che ama la compagnia degli uomini, senza rendersi conto di cosa fa Holly per vivere. Solo lei, con quel suo alone di purezza poteva ammorbidire la parte. Non era la classica protagionista femminile e romantica aveva una qualità spirituale che risultava inafferrabile, misteriosa e affascinante. È poi la volta di My Fair lady. Grandi successi ma, dietro le quinte la sua vita risente dei suoi moltissimi impegni. Amava recitare ma non anteponeva il cinema alla sua vita privata. Comincia a sottrarsi alla vita di Hollywwod. Riservata, molto educata e collaborativa ma chiusa. Col passare degli anni ama sempre meno il cinema e dopo il divorzio da Mel, AUDREY_HEPBURN_15_B_802528psposa  nuovamente in Svizzera, il 18 Gennaio 1969,  lo psicanalista romano Andrea Dotti, dal quale ebbe il secondo figlio Luca. Due matrimoni, due fallimenti.

Abbandona le scene e si dedica alla famiglia e finalmente farà coppia fissa per il resto della sua vita con l’attore Robert Wolders, che l’ha accompagnata per tutti gli anni a venire, interamente dedicati alla beneficenza e al volontariato, alla lotta contro la fame e la povertà, ricoprendo il ruolo di ambasciatrice speciale dell’Unicef dal 1988.  Un’instancabile paladina dei diritti umani. Sfruttò la sua notorietà per aiutare il prossimo.

La sua vita non fu tutta rose e fiori, un’infanzia diffcile, due matrimoni così così, ma alla fine la bilancia trovò l’equilibrio.  Nel 1992 muore, lasciando un’impronta indelebile nel mondo del cinema e in quello delle iniziative umanitarie. Una donna di cuore con doni rari: eleganza, grazie e uno stile inconfondibile.

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Film per le calde serate estive: BEAUTIFUL DREAMER


Per l’appuntamento con il ciclo: Estate d’amore, su Canale5, ecco messo in onda il film romantico “ Beautiful dreamer – La memoria dl cuore” , ambientato negli anni del conflitto mondiale, questo film tv racconta la storia un po’ scontata di una donna che vede il proprio marito, di mestiere pilota di caccia, chiamato alle armi.

Dolore e sconforto sono i sentimenti provati dalla protagonista Claire,( Brooke Langton) quando le viene comunicato che l’aereo di Joe (Colin Egglesfield) è stato abbattuto in territorio nemico e le speranze di ritrovarlo o che sia ancora vivo sono ridotte a zero.

L’uomo, invece, riesce miracolosamente a salvarsi ma a causa dell’impatto perde la memoria, in seguito, per sbaglio gli viene assegnata  l’identità di un suo compagno caduto. Nel frattempo i soccorritori non ritrovando il suo corpo lo dichiareranno disperso in azione.

L’amnesia lo fa restare lontano da casa per cinque lunghi anni, durante i quali la moglie Claire non avendo un corpo da seppellire, non riesce ad elaborare il lutto e con fiducia continua a cercarlo.

“So che è vivo. Lo sento, devo sapere cosa gli è successo, in fondo non è mai stato trovato nessun corpo”.

Ritrovato casualmente, deciderà di restargli accanto sperando che l’amore che li ha legati possa guarire ogni ferita.

Conclusione: l’amore è un’ottima cura e sa essere più forte dell’amnesia, l’amore di quest’uomo per questa donna non può mai morire e questa donna ha la forza interiore per guarirlo.

Finale: e…vissero per sempre felici e contenti!

I cinici possono farsi beffe di questo genere di sentimenti, ma non c’è nulla di banale, il film  semplicemente suggerisce la speranza sul potere dell’amore.


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Il buio nell’anima, viaggio dentro la vendetta


Come vendicarsi e/o farsi giustizia da soli, dopo un evento molto traumatico, farla franca e continuare a vivere nella violenta New York. – Per il ciclo: filmissimi, su Canale 5, “Il buio nell’anima” è un film del 2007 diretto da Neil Jordan.

Una discesa agli inferi dell’animo umano, nella cui spirale si intravedono parecchi  temi che l’intenso viso di Jodie Foster affronta in questa vicenda:  violenza, solitudine, fascinazione per il linguaggio, alienazione, compassione  e di come in un attimo sia possibile  un  cambiamento radicale e senza possibilità di ritorno…

Per Erica Bain (Jodie Foster), le strade di New York sono la sua casa e il suo lavoro: condivide i suoni e le storie della sua amata città con il pubblico radiofonico del programma “Street Walk”.

“ Sono Erica Bain, testimone di tutto il bello e il brutto della nostra città, storie di una città che sta scomparendo sotto i nostri occhi, ogni volta che ti perdi un pezzo di memoria, perdi un pezzo dell’anima”…

Di notte, torna a casa dall’amore della sua vita, il fidanzato David Kirmani (Naven Andrews). Ma tutto ciò che Erica conosce e ama le viene strappato  durante una tragica notte, quando lei e David subiscono una violenta aggressione, in seguito alla quale David muore e lei viene ferita gravemente.

Anche se il corpo martoriato si riprende, le ferite più profonde non si rimarginano, come il dolore per la perdita di David e soprattutto una paura che le attanaglia la gola a ogni passo. Le strade della città che un tempo amava percorrere, anche i luoghi che le erano più cari e familiari, ora le appaiono estranee e minacciose.

“Lo sgomento paralizzante che scopri dentro di te, è come un estraneo irrequieto e strano, uno con i tuoi stessi occhi, gambe e braccia che continua a mangiare e a vivere”

Quando la paura diventa un fardello troppo pesante da sopportare, Erica decide di armarsi per combatterla. La pistola diventa un mezzo tangibile per proteggersi.

La prima volta che spara a qualcuno è una questione di autodifesa, poi  lentamente si trasforma in una versione femminile del giustiziere della notte e prende la giustizia nelle proprie mani.

La paura che prima la paralizzava diventa qualcosa di diverso… qualcosa che la porta a riprendersi la vita che le è stata strappata quella notte… qualcosa che Erica stessa non accetta.

“ Sono Erica Bain e giro per la città di New York. – E’ orribile aver paura di un luogo così amato. Non avevo capito come si potesse aver paura della gente che ha paura di altra gente. La paura credevo appartenesse alle persone più deboli, ora ce l’ho dentro e ti gela il sangue e il cuore. Guardi la persona che eri e ti domandi, tornerò mai ad essere lei”?

I media diffondono la storia di un anonimo giustiziere e il detective della polizia di New York, Sean Mercer (Terrence Howard) si mette sulle tracce del killer notturno. Tutto fa pensare che  si tratti di una donna che si vendica.

Con Mercer che la tallona e la sua coscienza in crisi, Erica deve decidere se la sua ricerca di giustizia, o di vendetta, sia la strada giusta. Se l’odio verso coloro che vivono a danno e a scapito degli altri perpetrando crimini e violenze, macchiando la società nella quale viviamo, sia la strada giusta.

Cupo, affascinante, doloroso, carico di emozioni contrastanti, lascia un alone di confuso, inquietante, crudo e di tanto in tanto violento. Tutto vissuto all’interno del personaggio femminile, una presenza fragilissima e d’acciaio.- Gli occhi di un azzurro indifeso e un sorriso che dà i brividi. Sempre più sola, sempre più androgina, un meraviglioso commovente mutante nella notte che scava dentro se stessa scoprendo una creatura che non sapeva di essere.

“ Non riesci a tornare ad essere la stessa, questo estraneo è tutto quello che sei, ora”!

Il buio nell’anima ci regala  sequenze cariche di tensione in una New York bellissima nella sua complessità e diversità, è un esperimento di introspezione, scrutatore d’anime, lavora sulla tensione psicologica e sulle atmosfere, ci  lascia alla domanda se  un giustiziere della notte che va in giro a vendicare i torti sostituendosi alla polizia inefficiente è condannabile.

La risposta del film è che il fine giustifica i mezzi, ma ognuno può decidere.

Titolo originale: The brave one

Cast: Jodie Foster, Terrence Howard, Douglas J. Aguirre, Naveen Andrews, Mary Steenburgen, Margaret Baker, Dennis Johnson, Nicky Katt, Jane Adams, Larry Fessenden, Dana Eskelson


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La leggenda della sirena


Ogni tanto è proprio bello abbandonarsi al potere ipnotico della Tv e lasciarsi trasportare nel mondo del sogno, mettere a riposo il cervello, lasciare alle spalle la quotidianità, dimenticare la razionalità e sprofondare beatamente e con soddisfazione nell’irrealtà magica della fantasia…Canale5 con il ciclo dedicato all’ESTATE D’AMORE ha trasmesso : La leggenda della sirena, film sulla ricerca spirituale, viaggio interiore emotivo, con paesaggi fiabeschi e spiritualità elargita a piene mani.

La trama si esaurisce in due parole: Jessie ha un trauma irrisolto, riguardante la morte del padre in circostanze mai chiarite, per la quale prova un senso di colpa.

E quando sua madre sembra impazzire e comincia a tagliarsi le dita la raggiunge per accudirla, nei luoghi della sua infanzia, iniziando un periodo di riflessione. Vecchi luoghi, vecchio gruppo di amiche e l’incontro con un frate di cui si innamorerà e che poi abbandonerà il monastero. Infine il ritorno a casa per “ricominciare” e/o continuare la vita con il marito e la figlia: “Sono state le sirene a portarmi a casa e io so che è la verità!”

Basato sul romanzo omonimo della scrittrice Sue Monk Kidd questo film per la Tv è  una bella favola onirica,   di quelle che basta lasciar parlare gli occhi per comunicare con l’interiorità delle persone, le anime si parlano anche a distanza, anche senza parole, sussurri e grida che diverranno carezze e amore che spezza la solitudine e ti fa sentire più forte, amata e compresa.

Il messaggio filmico sul quale riflettere è che nel profondo di te, nel tuo dentro incontaminato, nuotano i tuoi desideri, i sogni e la  tua essenza.


“Mio padre raccontava che le sirene vivono intorno all’isola per salvare le persone, è vero, alla fine le sirene sono venute da me e mi hanno salvata, la donna che voleva essere libera, sta tornando a casa…una casa/museo degli anni 50/60, dopo la morte di mio padre tutto si è fermato e fino ad ora non avevo capito cosa volevo… in questa pausa della mia vita…non so dove sto andando…Ma le sirene portano il messaggio di salvezza: “tutto finisce e quando qualcosa finisce inizia qualcos’altro”!

Vietato uccidere i sogni, anche se della durata di un film…

Diretto da Steven Schatchter, con Kim Basinger, Alex Carter, Bruce Greenwood, Roberta Maxwell e Debra Mooney.


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Non è mai troppo tardi ovvero lezioni sulla morte


Su canale 5 – Film “evento” che mette assieme per la prima volta una coppia di grandi veterani del cinema americano, i premi Oscar Jack Nicholson e Morgan Freeman, in una trama drammatica e un po’ prevedibile, ma ugualmente suggestiva nella quale riescono a sorprendere e far riflettere il pubblico che li ama, e non solo…

Non è mai troppo tardi, non colpisce soltanto per la maestosità dei due protagonisti, non colpisce neanche per le splendide location; colpisce per i sentimenti che trasmette, per la voglia di vivere che ogni spettatore non può fare a meno di provare dopo averlo visto.

I due personaggi sono agli antipodi: Morgan Freeman trasmette sicurezza, e rappresenta sicuramente il padre o il nonno che tutti vorremmo avere. Jack Nicholson sembra voler fare soltanto il matto, come in molti suoi film, ma in realtà riesce a emozionare.

“The bucket list” è un film drammatico, il tema è la morte annunciata dal tumore, un inno alla vita semplice, commovente e profondo che unisce pensieri di notevole impegno, con la leggerezza ironica dell’humour, unico antidoto alla depressione, a cui potrebbe indurre il tema trattato.

I due protagonisti  : Edward Cole (Jack Nicolson) è un ricchissimo ed eccentrico proprietario di cliniche che, a seguito di sue stesse direttive, si trova ricoverato in una propria struttura assieme al decisamente più umile e tranquillo Carter Chambers. Entrambi con pochi mesi davanti, a causa della malattia, decidono di togliersi, nel breve tempo che resta loro, tutti gli sfizi che non hanno mai potuto levarsi nella propria vita: il viaggio che li vedrà protagonisti però, servirà a ben altro…

Iniziata per caso, la convivenza forzata, li porterà a conoscersi meglio e a scegliere di portare a termine la cosiddetta “lista del capolinea“, ossia  fare tutte le cose che hanno sempre desiderato : ” Se 45 anni sono volati in fretta, come il fumo dal buco della serratura…possiamo attuare tutta la lista…non è mai troppo tardi – siamo nella stressa barca e possiamo fare due cose, sperare nel miracolo o darci una bella mossa”!

E via allora… lanciarsi dal paracadute: “Conquistiamo il cielo, questa è la vita, sto volando, sono vivo e muoio un altro giorno!” – tatuarsi, fare gare di velocità sulle automobili più belle, viaggiare nel mondo, vedere uno spettacolo sensazionale, fare orge, ridere fino alle lacrime, ma, soprattutto,  conoscersi meglio e  diventare persone migliori.

Nicholson  fa l’arrabbiato, esuberante e trasgressivo con il suo  humor graffiante : “Beato chi in questo momento sta morendo d’infarto”! – e  Freeman contrapposto, decisamente più pacato, flemmatico e riflessivo: Tatuarmi, no, non voglio dissacrare il mio corpo”!

La storia non mostra l’imminenza della morte non ci porta ad un eventuale presa di coscienza dovuta alla sua ineluttabilità, mira dritto al cuore, commuovendoci : “Trova la gioia, oltre la foschia si trova il paradiso, mio caro amico, chiudi gli occhi e lasciati trasportare fino casa…ci siamo dati un po’ di gioia a vicenda…

“Edward Cole quando è morto, i suoi occhi erano chiusi ma il suo cuore era aperto”…

Un film di Rob Reiner. Con Jack Nicholson, Morgan Freeman, Sean Hayes, Beverly Todd, Rob Morrow

Titolo originale: The Bucket List.


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RAIN MAN ha 22 anni ma non li dimostra


L’uomo della pioggia è un  film  del  1988 diretto da Barry Levinson. – I 4 OSCAR rendono Rain Man, un film che vale sempre la pena vedere, nonostante l’anzianità. In onda su  canale 5

Lui è l’inimitabile Dustin Hoffman, che nella lunga carriera ha tratteggiato con disinvoltura personaggi di forte drammaticità e complessità con i quali ha attraversato più di trent’anni di cinema americano: dal Piccolo grande uomo (1970) di Arthur Penn al marito ribelle di Cane di paglia (1971, di Sam Peckinpah), dal padre in lotta per la custodia del figlio di Kramer contro Kramer (1979).

Fino allo struggente Raymond, l’autistico di Rain Man. Di lui la critica ha scritto: “Con la sua interpretazione Hoffman evidenzia validamente le impuntature, la meccanicità dei gesti e degli scarti, l’incerto procedere nel camminare, comportamenti tutti caratteristici di un autistico.”

Al suo fianco un giovanissimo Tom Cruise che interpreta il ruolo del fratello Charlie, un commerciante di automobili di lusso, in difficoltà economiche che scopre solo durante la lettura del testamento di avere un fratello, unico erede del patrimonio paterno.

Un doloroso passato rimosso, che viene costretto ad affrontare se vuole mettere le mani sui soldi che spettano al fratello rinchiuso in un istituto di rieducazione per handicappati.

Vagamente Charlie ricorda che quando era bambino viveva nella casa paterna uno strano personaggio – l’uomo della pioggia, onirica figura che aiuta a crescere, un uomo buffo che gli recitava le filastrocche. “E che fine ha fatto”? – “Niente sono cresciuto”.

Fortemente adirato per la mancata eredità, Charlie porta via Raymond dalla clinica con la speranza di diventarne legalmente il tutore e beneficiare indirettamente dell’ingente patrimonio. Durante il lungo viaggio intrapreso, poco a poco Charlie si affeziona a Raymond, un individuo tutto gesti meccanici e frasi ripetitive, privo di reazioni sul piano emotivo.

Scoprirà che l’uomo della pioggia è proprio Raymond ( Rain man una storpiatura infantile  del nome Raymond) che pensava fosse frutto della sua fantasia, ma in realtà  altri non era  che suo fratello, del quale è stato privato per tutti questi anni e che è stato allontanato da casa per paura che arrecasse danno al piccolo Charlie. – “Tu sei l’uomo della pioggia! – “ Mai fatto male a Charlie baby, mai fatto male”!

Perso ogni rancore nei suoi confronti, rinunciando ad ogni pretesa finanziaria, consente a Raymond di ritornare nella clinica. “Ho scoperto di avere un fratello, è’ la mia famiglia. – siamo legati e sono felice di avere un fratello come te”! – “Charlie migliore amico, migliore amico”!

Un film che fa parte della nostra storia e che non fa vedere i segni del tempo. Una trama  portata avanti da tutti con serietà e professionalità e che  ha il merito di raccontare l’autismo secondo le regole di Hollywood. Forse troppo curato esteticamente e meno sul piano dell’approfondimento psicologico della malattia. Tocca le corde giuste,  senza eccessi emoziona e coinvolge grazie alla performance di Hoffmann. Una colonna sonora strepitosa in grado di sottolineare al meglio i passaggi  commoventi della narrazione.


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L’amore ritrovato è un viaggio dentro il cuore


Film intimistico quello in onda su Canale 5 dal titolo: L’amore ritrovato, tratto dal romanzo di Carlo Cassola, ‘Una relazione’.

Pochissimi i dialoghi, musica intensissima, spesso assente, luci calde e cariche di pathos, tutto il lavoro di interpretazione spetta allo spettatore, che viene solo accompagnato all’interno di un viaggio dell’animo umano e dei suoi sentimenti.

Una storia d’amore inconsueta che si svolge nell’arco temporale di una decina di anni a partire dal 1936.

Giovanni Mansani ha trent’anni, un buon impiego in banca, una moglie, un figlioletto. La sua vita scorre senza angosce né tormenti ma anche senza emozioni profonde. Un giorno, durante uno dei suoi quotidiani spostamenti in treno per raggiungere il posto di lavoro, rivede Maria, una sua vecchia fiamma.

A Giovanni, sembra naturale riallacciare i rapporti con lei e vivere una comoda avventura, tanto con lei già esiste un passato e riaverla non si presenta difficile, anzi. Poi al termine, i soliti gesti squallidi di chi tradisce, lavare via i segni e tornare alla normalità. In realtà riallacciare le emozioni passate, investe il protagonista di un’irrefrenabile voglia di nuovo, profondo e vero :“hai una moglie e un figlio, cosa vuoi da me”? – Sono sposato, c’è l’arresto, sono rovinato, ci pensi a mia figlia”?

Amore clandestino, amore rubato alla realtà dal ritmo lento come il quotidiano, musica toccante e suoni reali, trasmettono un senso di veritiero che non affatica, mai prevedibile nel suo incedere narrativo. Esprime qualcosa di sentito, di semplice ovvero la profondità dei sentimenti, la voglia di rivivere qualcosa di perduto legato anche alla gioventù e quindi idealizzato dal ricordo.

Tutto giocato sull’espressività recitativa dei due protagonisti a cui ruotano intorno pochissime comparse. Piano piano una tenerezza nuova prende il sopravvento nell’agire di lui e  lei grazie a questo amore acquista una dignità nuova. Due ruoli che risultano molto  convinti e convincenti.

Siamo nel 1936, ma lo sfondo storico non ha un rilievo adeguato,non serve, potrebbe essere una storia dei nostri giorni, la delicatezza narrativa è accompagnata da scene passionali e molto realistiche  e la conclusione del film è lasciata sospesa, preceduta solo dal calmo e intenso coinvolgimento di entrambi: “ Non so parlare e neanche scrivere, lo sai, ti ho scoperta piano piano. Sei una donna straordinaria e sei stata mia”!

Regia: Carlo Mazzacurati – Sceneggiatura:Claudio Piersanti ,Doriana Leondeff Musiche:Franco Piersanti – Fotografia: Luca Bigazzi
Cast: Armida: Luisanna Pandolfi, Franchino: Marco Messeri, Maria:Maya Sansa, Giovanni : Stefano Accorsi