Un 2 giugno “sobrio”


La notizia di apertura di tutti i telegiornali è dedicata ai festeggiamenti della Repubblica italiana  dopo le polemiche che l’hanno preceduta.  L’Italia celebra il 2 giugno, con il pensiero alle vittime del sisma e all’insegna della speranza che, uniti, usciremo dai guai.
La parata della discordia. La parata, senza i tradizionali sorvoli delle Frecce Tricolori, più per chi c’era ai Fori imperiali: il presidente Napolitano, i vertici militari e le alte cariche istituzionali. Una sfilata in forma sobria e ridotta in segno di lutto e rispetto per le zone terremotate in Emilia e che ha preso il via dopo il minuto di silenzio per le vittime del terremoto.
All’insegna dell’essenzialità,  e in forma ridotta, durata meno di un’ora, chiusa dal passaggio di una simbolica rappresentanza di tutte le componenti, militari e civili, ad oggi impegnati in Emilia nelle operazioni di soccorso assistenza alle popolazioni colpite dal sisma. Annullati anche i mezzi militari,  i cavalli, insomma, una parata dimezzata e priva del sindaco Alemanno che non la voleva, e che nei giorni precedenti si era detto contrario, chiedendo un ripensamento in segno di lutto, e di Berlusconi sostituito con La Russa, che non si è smentito: “ La sobrietà calcolata dalla presenza dei cavalli o delle frecce tricolore, mhà”. Non c’era il ministro della Cooperazione internazionale e dell’integrazione Andrea Riccardi, giustificato perché, in visita alle zone terremotate. Nessuna polemica, il ministro ha partecipato alle celebrazioni del 2 giugno a Modena, ricordando la sobrietà della festa e ha voluto sottolineare come la ricostruzione post terremoto in Emilia sarà “il simbolo della ripresa dell’Italia”.

Quattro milioni di euro lo scorso anno, un milione e mezzo questo. Sobrietà o meno, i festeggiamenti non sono stati presi bene dagli emiliani che vivono su una terra che non smette di tremare. “Non ci interessa, dicono, chiediamo che lo Stato non ci abbandoni”. “All’Aquila sono ancora terremotati, dopo 3 anni, la parata è per le alte sfere, noi non contiamo nulla e chissà quanto rimarremo ancora così”.   Voci di popolo, provato dal recente dolore e voci di chi non ha futuro : ”L’Italia sta mangiando i nostri sogni. Ma noi non vogliamo andar via”. Questo il cartello esposto da una giovane, tra i tanti spettatori, che spiega: ”La mia non è una protesta contro una parata, ma una protesta contro l’Italia che non dà spazio ai giovani”. Giuseppina, di Napoli, da qualche mese è disoccupata e ha disegnato sul suo manifesto un cervello con le gambe e la valigia: ”Sono laureata e non ho lavoro, ho finito gli studi a marzo e avrò mandato trecento curriculum e domande, ma niente. Sono disoccupata. Mi ripetono ogni giorno di andar via dall’Italia ma io non voglio farlo, forse, però, sarò costretta”.

Un 2 giugno indelebilmente segnato dalla tragedia del terremoto, una festa a metà. Metà per l’Italia e metà per l’Emilia, in un messaggio univoco di coesione e forza, una festa che ha assunto nel tempo quei caratteri stabili di una tradizione che, nell’onorare la Repubblica attraverso i suoi uomini in uniforme, che ha sempre raccontato l’Italia che c’è, lo specchio fedele dei mutamenti che hanno interessato il nostro Paese in oltre mezzo secolo.
E allora, tra polemiche, speranze, sogni, amarezze  e festeggiamenti: auguri Italia!

Schiacciati dalla crisi


Le tasse, i debiti e la mancanza di lavoro hanno fatto gettare la spugna a molti lavoratori. Ognuno di noi reagisce diversamente alle difficoltà. Crisi e suicidi come aiutare chi sta per cedere? È la domanda che si pone la rubrica Fuori Tg3. In effetti, da tempo la situazione suicidi in Italia, a causa del lavoro, sta diventando una vera e propria piaga, come non porvi attenzione?

Un gesto estremo dettato dalla disperazione e che sconvolge la vita di chi resta. Vicende umane di chi è rimasto schiacciato dai debiti e dalle responsabilità nei confronti dei suoi operai, messo con le spalle al muro, non ce la fa più e muore, volontariamente, schiacciato dall’angoscia di non potercela fare ad uscire dall’incubo economico. Un ‘escalation di suicidi che sta sconvolgendo il nostro paese e che non può lasciare indifferenti. La crisi colpisce imprendidoti, lavoratori e anche  esodati, lavoratori incentivati a lasciare il posto di lavoro tramite trattative e licenziamenti concordati che ora grazie alla nuova riforma non possono andare in pensione e si ritrovano così in un confuso purgatorio.

Esiste una rete di solidarietà che possa togliere dalla solitudine e dall’insicurezza le persone oneste?

La risposta è, no. Si è data molta importanza alla componente economica e non al fattore umano e ora non riusciamo a gestire la linea sottile che separa disperazione, rassegnazione e reazione, in attesa del miglioramento dei tempi. Non esiste una sensibilità pubblica che lanci un appiglio e le persone che hanno basato tutto il loro mondo sulle proprie forze  o sulla loro capacità imprenditorialiale, vacillano, tremano, e cadono. La crisi economica ha pesanti effetti anche sulla salute psicofisica  dei lavoratori. L’insicurezza o la perdita del lavoro, i soldi che mancano, lo stress, e poi, cattiva nutrizione, depressione, fino al suicidio. La crisi ci sta uccidendo?

La crisi economica non è solo un problema del sistema economico. Diventa presto anche un problema sociale. Il fallimento di un’azienda, un licenziamento, una cassa integrazione, un salario ridotto, per non parlare del costo della vita, sono tutti fattori che colpiscono anche la psiche degli uomini. I lavoratori che si sentono fortemente stressati al lavoro, si sentono aggrediti dall’ansia, cadono in depressione. Sono problemi che stritolano. La loro insicurezza lavorativa diventa anche l’insicurezza del loro benessere fisico.  Non abbiamo una rete sociale che li suppporta. Abbiamo perduto il concetto del noi.

Fame di lavoro, una piaga che ha bollato l’Italia. L’argomento suicidio-disoccupazione è un tabù ancora difficile da infrangere: si preferisce non approfondire l’argomento come fosse inesplicabile e remoto. A differenza di altri campi, dove abbondano ricerche, numeri e interpretazioni, su questo fenomeno non esistono specifiche indagini e anche nei resoconti di cronaca, il fattore mancanza di lavoro viene spesso liquidato come una nota a margine, citato come un epitaffio e sempre sottodimensionato rispetto a vaghi disagi personali. Eppure se i soldi diminuiscono, gli essere umani, devono essere messi al riparo  dalla disperazione e dal  senso di solitudine, perchè sono fattori non sempre controllabili dalla sola persona.

La  perdita del  diritto di “cittadinanza lavorativa”, per lo stesso lavoratore licenziato che viene  tenuto ai margini di qualsiasi circuito di ricollocazione dovrebbe rientrare  nei doveri sociali,  perché è  abbastanza ovvio che, se da un giorno all’altro alla condizione di disoccupazione si aggiunge anche la carenza di politiche di sostegno per sopperire ai bisogni basilari di una famiglia, si viene a creare un senso di solitudine e ineluttabilità capace di spingere l’individuo verso gesti estremi e disperati.

Ora più che mai bisogna puntare all crescita e dare segnali di speranza, il male sociale c’è, esiste, è diffuso,  una soluzione va trovata. Finora le politiche che si sono  messe in atto hanno puntato al debito pubblico, risolvibile con l’aumento delle tasse, mentre la crescita è sparita, ora bisogna dare priorità a forme di investimento per  creare i presupposti alla crescita, non basta il rigore, se non diamo ossigeno, il paziente , muore!

La mattanza rosa


Tg3, ci risiamo. Violenza sulle donne. Un argomento all’ordine del giorno, al pari della crisi economica e degli scandali calcistici. Gli assassini sono sempre gli stessi, uomini che dicevano di amarle, uomini gelosi, abbandonati, insicuri, che scagliano la loro rabbia contro un corpo inerme e sempre perché l’oggetto desiderato, bramato, è considerato, una proprietà. E’ una mattanza tutta italiana, che registra un’ altra vittima. Stavolta è Sabrina a giacere per terra, freddata da tre colpi di arma da fuoco, in strada, davanti agli occhi del figlio della donna e che ha continuato a ripetere “volevo solo spaventarla”!

E tu uomo,  per spaventarla, giravi con una pistola in tasca? La perseguiti da mesi,  e arrivi ad usare il massimo della violenza davanti a un bimbo, che resterà segnato per sempre, nella crescita emotiva e che non c’entra nulla con le questioni degli adulti. E tu ti reputi degno del nome di uomo?

Non c’è un solo giorno in cui una donna non venga aggredita. Ogni anno porta i suoi numeri.

Non trova la parola: fine, la violenza sulle donne e questa volta l’ennesimo episodio ha portato alla morte di una donna, uccisa da un uomo che aveva denunciato per stalking. L’assassino ha sparato alla persona con cui aveva avuto una relazione e che non aveva accettato di essere stato lasciato: tre colpi di arma da fuoco, davanti alla chiesa, dove poi si è barricato e infine, suicidato.  Gaetano, che diceva di amarla, la perseguitava, tanto da spingerla alla denuncia, è sotto casa, un ‘altra volta, litigano, estrae l’arma, Sabrina tenta di proteggere il figlio, invano, partono i colpi e lei perde la vita.

La mano è sempre quella dell’uomo. Quella di un fidanzato, ex compagno o marito che non accetta la fine di una relazione. Ultimo atto di vessazioni che finiscono sempre per colpire le donne . Un altra tragedia per stalking. Un altra tragedia passionale. Due morti in poche ore, in una storia affettiva breve, dove non si accetta l’addio e allora via libera alla strage. Storie d’amore e rabbia che finiscono con l’ultima vittima della gelosia folle di un uomo. L’ennesimo omicidio-suicidio.

Una vergogna che affonda le sue radici in un retaggio culturale arcaico, ancora attivo: la femmina come proprietà del maschio, che  si ritiene proprietario del suo corpo, della sua vita, della sua libertà.  Una convinzione che sembra molto simile a qualcosa di contiguo allo schiavismo, al tribalismo, al sequestro di persona, alla crudeltà mentale. Il nucleo famigliare è oggi il luogo più esposto a spinte contrastanti di conservazione e cambiamento, è negli interni delle case, che tornano ancora i residui di un dominio patriarcale in declino. E questo uomo moderno, reagisce nei confronti dell’emancipazione femminile, con un irrefrenabile senso di impotenza che lo porta ad agire nell’unico modo in cui si può annientare lo spirito di una donna: la violazione della propria persona e delle proprie libertà. Gioca sulla paura. Uomini incapaci di accettare la libertà e il confronto con la propria donna.

Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi femminicidi. È il triste primato del nostro Paese sotto gli occhi del mondo.

Quanti cadaveri ci vorranno ancora per far capire ai maschi violenti che alzare le mani su una donna o arrivare a ucciderla per suggellarne la sottomissione, per costringerla all’appartenenza, è un crimine intollerabile in una società civile? E quando in questa società, al pari delle popolazioni più industrializzate e civilizzate si comincerà a lavorare sull’educazione dei sentimenti anche nella scuola?

L’emilia ferita, tra paura e rabbia


Passata la catastrofe, le telecamere del Tgla7 si soffermano a fare un bilancio provvisorio dei danni e delle  perdite umane.  Dopo il terremoto che martedì ha devastato l’Emilia. La terra ha tremato ancora. Rabbia e dolore si mescolano nelle zone colpite da questa disgrazia, nel frattempo il Consiglio dei ministri ha varato il decreto con le misure di emergenza post-terremoto: molto discusso l’aumento delle accise sui carburanti di due centesimi al litro. C’è chi invece ha attivato un altra strada per aiutare le popolazioni colpite dal sisma. Dall’Italia è partita una vera gara di solidarietà alla prima vendita dei 12 milioni di chili di Parmigiano Reggiano recuperato dal crollo dei magazzini di stagionatura distrutti dal terremoto. Lo rende noto la Coldiretti che ha organizzato l’iniziativa per fare ripartire al più presto l’economia e il lavoro, con il prodotto motore e simbolo dei territori colpiti dal sisma, che contano danni di almeno 250 milioni per il solo settore agroalimentare con crolli e lesioni degli edifici rurali (case, stalle, fienili e serre), danni ai macchinari e perdita degli animali sotto le macerie.

Mentre un altro terremoto muove le reazioni dei cittadini provati dal sisma,  quello legato al dubbio che tutto sia stato provocato dall’uomo.  Molti sono convinti che il secondo terremoto sia stato la conseguenza delle trivellazioni  per lo stoccaggio di Gas Metano nel sottosuolo.  Giovani o anziani sono convinti che le perforazioni siano la concausa della sciagura : “vogliono mettere del gas, alterando  le tensioni nella terra, praticamente una bomba sotto di noi”. Non pochi, dunque, ritengono che insieme al naturale movimento della crosta terrestre, una delle principali cause del terremoto e del conseguente sciame sismico, sia da ricercare nelle pratiche estreme di “Fracking” ovvero, la indiscriminata perforazione idraulica del territorio che avviene per una prima parte in senso verticale e quindi corre in senso orizzontale, parallelamente al terreno. Nelle voragini generate dalle perforazioni vengono iniettate diverse sostanze di composizione segretissima (top secret industriale) che sarebbero la concausa scatenante dei terremoti.
Secondo alcune fonti ufficiali, dall’inizio dell’anno in Italia si sono registrate 632 scosse, tutte nel nord Italia, e tutte in corrispondenza dei cosiddetti “Shale Gas”, ovvero le zone dedicate alla pratica delle esplorazioni e delle perforazioni in gergo dette Fracking.

E allora: cause esclusivamente naturali oppure favorite da azione umana?

Lo spavento, il disagio, l’esasperazione, non aiutano e anche se arrivano smentite ufficiali, molti rimangono convinti che la terra abbia parlato e che la mano dell’uomo abbia favorito il terremoto. Paura, morte e polemiche sono i protagonisti di questi tristi giorni e accompagnano gli animi che dovranno affrontare il domani della ricostruzione.

Un terremoto infinito


Nuove scosse di terremoto in Emilia Romagna che portano morte, distruzione e terrore e nuovamente tutti i media concentrano le loro attività informative su questo avvenimento. Speciali tg, collegamenti in diretta, testimonianze, palinsesti modificati, tutti a documentare quello che nessuno più voleva vedere. Non le normali scosse di assestamento che fanno seguito allo scombussolamento della terra,  ma un altro violento movimento tellurico, con epicentro a Medolla, nel modenese, che si è fatto sentire in tutto il Nord Italia.

Un altra forte scossa che riduce tutto in macerie e fa alzare il numero delle vittime. L’emergenza terremoto in Emilia si fa sempre più drammatica. La gente ha paura, è provata psicologicamente dal continuo e prolungato smottamento del terreno, rimane in strada, nelle tendopoli, nelle auto. Questo territorio già provato dal terremoto recente continua a soffrire, la macchina dei soccorsi si è rimessa in moto, alla ricerca di nuove vittime. È stato trovato morto anche l’ultimo operaio disperso in seguito al crollo della fabbrica Haematronic di Medolla, in provincia di Modena, uno dei Comuni più colpiti dal terremoto. Sale dunque a 17 il bilancio dei morti accertati oltre a 350 feriti.

Ovunque macerie, pareti crollate, travi, polvere, e durante la notte altre 50 le scosse di terremoto che si sono susseguite fino alle 6.30 del mattino. La gente esausta, fugge, la paura è tangibile, il primo terremoto, ha colto di sorpresa gli abitanti, ora, al contrario, la consapevolezza del pericolo  amplifica le reazioni umane. E gli sfollati cercano ricovero nelle tende, negli alberghi e in altre strutture.  Scappano e arrivano anche negli alberghi riminesi, i volti segnati dalla tragedia, con negli occhi la voglia di allontanarsi da quell‘inferno che pare non voglia cessare mai.

Un incubo dal quale non si riesce a uscire e che rende più difficle anche il lavoro dei soccorritori, le scosse continue rendono ancora più pericoloso il recupero dei vigili del fuoco che operano in uno scenario drammatico, spettrale, instabile.  Il terremoto è una storia di morte e di energia per ricominciare a vivere.

Si parla di situazione di assoluta gravità per le imprese della zona, la dinamica di questi due eventi sismici ha sconvolto questi territori laboriosi che  ora lesionati e feriti nel profondo sono in ginocchio. Il rischio è che la paura paralizzi e ritardi il superamento di questo momento difficile. Gli emiliani sono tenaci e coraggiosi, ma sono stati messi a dura prova. Il sindaco di Mirandola, Maino Benatti,  con poche ma,  precise parole dichiara: ” abbiamo bisogno di coerenza tra quello che dicono e quello che fanno, speriamo e crediamo che lo Stato ci aiuti e non ci dimentichi nel giro di breve tempo”.

La replica delle istituzioni si è fatta sentire: “L’impegno dello Stato, ha detto Monti, sarà garantito da subito, le istituzioni non sono impreparate”. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, invece ci tiene a precisare: “Celebreremo il 2 giugno sobriamente e dedicheremo le celebrazioni alle popolazioni colpite dal terremoto”.

E in queste ore sono moltissime le voci che chiedono, senza successo, di annullare proprio la parata del 2 giugno destinando i soldi spesi per realizzarla ai terremotati.  La protesta è nata sul web, ma è andata via via crescendo. Fino a raggiungere il mondo della politica, dove sono in tanti a chiedere la rinuncia o la rimodulazione, dopo il sisma in Emilia, della parata militare del 2 giugno. Il  presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non ne vuole sapere. La sfilata delle forze armate si farà, costi quello che costi. Sobria, ma si farà. Dedicata alle vittime del terremoto (oooh!), ma si farà. Si può obiettare che sarebbe meglio dirottare, se possibile, i costi di un così “poderoso” allestimento scenico, in modo da aiutare le aziende che rischiano l’inattività per un lungo periodo a causa dei danni provocati dal sisma, o aiutare le intere famiglie di terremotati. Soprattutto, non si capisce per quale motivo una parata di questo tipo, con il corollario di spese esagerate, non si possa annullare in caso di emergenza conclamata. Si può obiettare, protestare, cercare di far ragionare, invano. 

Altra occasione di buon senso, mancato, per Capo dello Stato e governo tecnico!

Italia infetta


Otto e mezzo, Lilli Gruber, La7, ospiti Ilaria d’Amico e Aldo Cazzullo. Una puntata all’insegna del gioco truccato,  un nuovo  scandalo  che colpisce il mondo del calcio. ” La cosa era abbastanza nota, c’è un sistema di corruzione a livello nazionale” afferma Ilaria D’Amico”. La bufera sulla serie A scatenata dall’operazione Calcio scommesse  che ha portato agli arresti diversi giocatori, per il momento non ha ancora il giudizio definitivo, in realtà difronte a tanti indagati, l’indignazione, la rabbia e la delusione di trovarsi difronte ad un sistema diffuso, è chiara.

Aldo Cazzullo: “Ti posso assicurare che il mondo dello sport è pieno di persone pulite, con uno spessore morale, non dobbiamo generalizzare, certo che una parte del mondo calcistico continua il malcostume”. La giornata più lunga per il calcio, sconvolto per la nuova ondata di indagini delle presunte combine tra giocatori per aggiustare le partite, per ora vede, soltanto la presunzione di reato ma, intanto le nubi sul calcio  restano nere e dense. Alla giustizia il compito di indagare per dissolvere quelle nubi o trasformarle in una tempesta che segnerebbe il mondo  del pallone in maniera clamorosa.

A noi,  resta lo spunto  della riflessione che l’alba del ventunesimo secolo, vede il nostro paese dentro alla  morsa della  crisi, ma con la possibilità di maneggiare un giro di scommesse che  hanno raccolto 120 miliardi, tutti esentasse. Il gioco è senza frontiere e la cultura dell’illegalità estesa. Succede in Parlamento, succede nello sport, succede un po’ qua e un po’ la, ma succede, continuamente. La cupidigia rende tutto corrotto e corruttibile. Siano la patria dell’economia sommersa e della criminalità organizzata e questo quadro  non fa del bene al prestigio e alla serietà del paese.

L’inchiesta sul calcio scommesse ha coinvolto tanti, in un  ennesimo scandalo che nuoce moltissimo allo sport, il problema è che anche la credibilità comincia ad essere seriamente a rischio. I tifosi come e cosa tiferanno? La bravura, la capacità tecnica, la fortuna, o la tecnologia che consente un business che inquina le gesta sportive sommergendole sotto la coltre del potere del vil denaro?

Un  mondo alla rovescia in mano alla disonestà e alla prepotenza. Un mondo alla rovescia dove si  trae profitto,  per ciò che ci fa male,  con poche regole morali che governano il pianeta, sommersi dai meccanismi della corruzione, del proibito, del vizioso, dell’illegale che sono ormai la normalità  Il calcio infetto, purtroppo,  è una vicenda che si inserisce in una cultura diffusa, che lascia il segno e che ci coinvolge tutti.

Michelangelo, la fine di un genio


Terza e ultima parte, che Philippe Daverio, ne “Il Capitale”,  dedica al grande Michelangelo. Gli ultimi anni di uno dei più incredibili capitali creativi, che il mondo abbia mai avuto.  Una vita guidata da  un’instancabile frenesia che lo aveva portato, giorno dopo giorno, notte dopo notte,  a graffiare nel marmo. Il genio che ha posseduto e travolto la vita di quest’uomo trova il finale nel 1564 con il suo testamento spirituale e  artistico: La Pietà Rondanini. Ormai novantenne, alle prese con la la sua ultima opera, l’estremo abbandono al “non finito”, la nudità del Cristo e il dialogo tra lo scultore e l’aldilà. Nel marmo le figure del Cristo e della Vergine, accanto alle gambe e al braccio di una terza persona mancante, hanno i volti erosi e consunti, quasi diano segno di un disfacimento in atto. I loro corpi si compenetrano l’uno nell’altro e tutte le conquiste michelangiolesche della bellezza eroica, la perfezione anatomica, la figura serpentinata, si stemperano davanti ai colpi di scalpello abbozzati nelle figure. Michelangelo vi lavorò sino a quando, il 18 febbraio 1564, la morte lo colse. Creò attraverso il “non finito” della Pietà Rondanini, il “non finito” della vita.

La si considera un’opera non finita perché, vista l’età avanzata,  non avrebbe avuto la forza di completarla. In realtà il non-finito era divenuto un linguaggio ben preciso, iniziato anni prima e applicato con attenzione nel David, dove tutto il corpo è perfettamente completato, ad eccezzione dei capelli che risultano solo abbozzati, chiaro richiamo scultoreo alle figure antiche che nella Roma di quegli  anni erano state riporate alla luce, studiate dagli artisti, ammirate da tutti, divenute il simbolo della bellezza e dello splendore del passato. Statue, dove la capigliatura è lavorata in riccioli  e la rifinitura non è perfetta. Michelangelo ha visto le bianche testimonianza antiche e ha applicato il mito di questa bellezza, nell’esecuzione del David, affidando al non-finito il linguaggio fondamentale della sua creatività.  Il non-finito michelangiolesco  va visto come un mezzo tecnico espressivo, del quale l’artista si serve per meglio chiarire e sottolineare i suoi concetti, e che usa con estrema libertà e straordinario dominio.

Un mezzo che, diventa prassi nella Biblioteca Laurenziana, poco distante dalle Cappelle medicee,commissionata da Clemente VII, secondo papa madiceo. Nel vestibolo, come viene chiamato l’androne, dai fiorentini,  vi è la testimonianza di tutte le catastrofi progettuali del Buonarrotti, frutto di continui compromessi : l’aggiunta delle finestre, non da lui volute, sue, invece le colonne, concepite come elementi atti a dare ritmo anche cromatico agli involucri murari, e che contemporaneamente, sottolineano il valore materico.  L’imponente scala, alterata rispetto al suo progetto, prevista in legno e mutata in pietra serena su richiesta di Cosimo I°, viene costruita anticipando la morbidezza barocca.  Il tutto in mezzo ai muri che, sono rimasti sostanzialmente non ultimati e visibili nel loro intonaco grezzo. La biblioteca vera e propria corrisponde ai modelli famosi nel quattrocento, con i libri legati ai panchi che vengono consultati grazie alla luce naturale. Tutto è disegnato da Michelangelo ma, è il frutto di processo di lettura, comprensione,  interpretazione e riadattamento. Tutti i  suoi progetti andavano dai committenti, dove venivano riletti e modificati, infine, ritornavano a Michelangelo che,  doveva creare l’opera.

Michelangelo, in questi anni è assolutamente un uomo, maturo. Ha sessantanni. Vive il fermento religioso della sua epoca. Sono anni di forte turbolenza religioso-politica, la questione della riforma scalda gli animi, insieme allo scisma anglicano. Il tutto sfocierà nella norma che chi ha il potere politico determina la religione dei sudditi. In Italia la rifoma si propaga in modo più tollerante, fino al Concilio di Trento che muterà il sistema complessivo della fede. Intanto Michelangelo viene messo al lavoro dal Papa per il Giudizio universale. Il grande affresco che diviene un pandemonio universale, una dannazione dantesca, dove tutte le figure sono interconnesse e coinvolte in un  ampio e lento movimento rotatorio  intorno alla figura dominante del Cristo, colto nell’attimo che precede quello in cui verrà emesso il verdetto del Giudizio Universale. Fermato, nel suo gesto, imperioso e pacato. La tempesta e il caos del dipinto, ben si prestano alla tormentata religiosità di quegli anni, caratterizzati da contrasti, sia di natura teologica che politica, fra Cattolici e Protestanti e la soluzione di Michelangelo non nasconde il senso di una profonda angoscia nei confronti dell’ultima sentenza.

Il Buonarroti si pone in modo personalissimo nei confronti del dibattito religioso, sposando le teorie di un circolo ristretto di intellettuali che auspicava una riconciliazione fra cristiani dopo una riforma interna della Chiesa stessa. La pelle di Michelangelo nelle mani del San Bartolomeo, potente e nerboruto, su di una nuvola soave e con il capo rivolto verso Dio è simbolo del peccato del quale ora è privato. L‘accusa a Michelangelo, di essere un protestante, si fece sempre più forte e chiara nel significato dell’opera che rischiò la demolizione. Michelangelo è dibattuto tra un lato granitico cattolico e  la sua intelligenza, che cozza contro i dogmi imposti dalla fede. È ambiguo con se stesso e con le sue opere.

Malgrado il travaglio interiore, da vita a un lavoro che diviene uno dei più famosi e celebrati di tutto il mondo. Uno dei più grandi capolavori pittorici in assoluto realizzati dal genio artistico rinascimentale.

Michelangelo muore, dopo aver vissuto tutta la sua  vita  nella potenza d’espressione, nella forma e colore, nella bellezza e armonia, con la sicura padronanza tecnica, una vita  dedicata all’arte della creazione che noi, ancora oggi, ammiriamo.


Da oggi la lotta antimafia si chiama anche Rizzotto


Nel Tg de La7 non solo la situazione  politica del giorno ma, anche un giusto spazio,  dedicato a chi ha perso la vita, lottando contro la mafia a Corleone nel 1948.   Corleone, luogo emblematico, per ricordare, luogo emblematico, per la commemorazione dei funerali di Stato e onoranze postume al sindacalista siciliano.

Un contadino quasi dimenticato, il cadavere di Rizzotto era stato occultato, gettato in una profonda cavità naturale nel territorio corleonese, e oggi, medaglia d’oro alla sorella.  Il  Paese ha tributato gli onori alla memoria del sindacalista socialista della Cgil, assassinato a 34 anni. Oggi,  il Paese  intero ha conosciuto la storia  di Rizzotto e riconosce  uno dei primi oppositori della mafia, quando ancora quella parola non si pronunciava. In Chiesa persone comuni e istituzioni, tensione e preoccupazione nel dopo Brindisi ma, al passaggio della bara, un’ovazione, per rendere onore a chi coraggiosamente, nella patria inespugnabile di cosa nostra, ha lottato e pagato con la vita.

Sono trascorsi sessantaquattro anni dalla morte di Placido Rizzotto, rapito e ucciso dalla mafia nel 1948 per il suo impegno a favore dei contadini siciliani. Di lui si erano letteralmente perse le tracce.  I suoi resti  trovati solo nel 2009 nelle foibe sui monti siciliani.  L’ esame del Dna che conferma.   E ora, dopo, troppi  anni, dove sembrava che la giustizia si fosse dimenticata di lui. Ora, finalmente lo Stato ne ha onorato la memoria con i funerali di Stato. La cerimonia si è svolta nella chiesa madre di Corleone alla presenza del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano e del segretario della Cgil, Susanna Camusso. Presenti anche la sorella e il nipote omonimo del sindacalista.

A dimostrazione che dopo l’insabbiamento, arriva la giustizia. A occuparsi delle indagini sulla morte di Rizzotto fu un giovane capitano dei carabinieri, Carlo Alberto dalla Chiesa. Vennero arrestati e processati due uomini, Vincenzo Collura e Pasquale Criscione, che ammisero di aver partecipato al rapimento insieme a Luciano Liggio. Furono trovate anche alcune tracce della vittima, a conferma dell’avvenuta esecuzione, ma non il corpo. La vicenda processuale, però, si concluse con l’assoluzione degli imputati per insufficienza di prove  e nel frattempo tutti avevano ritrattato. Poi il nulla, il silenzio omertoso della paura, sceso sulla vicenda.  Oggi, la giustizia ad orologeria ritardata, ha segnato un altro traguardo a favore della legalità.  Oggi,  la gente ha gridato, ha applaudito e accompagnato i resti di quello che  diventa un altro simbolo del bene contro il male. 

L’impegno sindacale e il sacrificio di Rizzotto si inseriscono all’elenco dei nomi noti che hanno  trovato la morte nella lotta alla criminalità organizzata, al quale, possiamo anche aggiungere un’ulteriore  nota informativa, Rizzotto è ricordato anche grazie al vino prodotto dalla cooperativa siciliana ” Placido Rizzotto Libera terra”. Le uve utilizzate provengono da vigneti confiscati alla mafia nell’Alto Belice Corleonese.

L’alba di una nuova politica


Aria di rinnovamento in Italia dopo le elezioni amministrative. Il Tg3 riflette sul  Pdl che sprofonda nella sua crisi d’identità. Un partito che annaspa, nessuno sa cosa fare, mentre l’ex leader sa esattamente di “escludere una mia candidatura a Premier”. Silvio Berlusconi e Angelino Alfano hanno respinto le dimissioni presentate da Sandro Bondi a seguito di accuse incrociate, veleni e riunioni. Insomma un Pdl nel caos, che si arrabatta, con l’obiettivo di resistere, perché il Pdl non  si archivia con dignità, ma,  tenta il rilancio, per galleggiare ancora, nell’illusoria, quanto penosa, improbabile, resurrezione.

Disordine, incertezza e confusione, ma anche improvvisi bagliori di resistenza politica si alternano nelle ore più complicate della vita del Pdl in crisi di identità e consenso. Il Pdl non è un fantasma, c’è ancora , anche se il ciclo berlusconiano è finito e si sono accorti che la gente è arrabbiata, ancora lottano, vaneggiando sulle possibili alleanze, sui concorrenti e sugli avversari. Berlusconi, indeciso, confuso,  vuole costruire ” il partito popolare europeo, in cui gli italiani che non si riconoscono nella sinistra, potranno riconoscersi”. Ma il problema è sempre lo stesso, come fare e con chi? Pier Ferdinando Casini è inafferrabile e Luca Cordero di Montezemolo non sembra intenzionato a legittimare operazioni politiche che lo avvolgano dall’esterno. Il flirt con Montezemolo e la politica non va avanti, i binari non convergono e tra treni e Ferrari non si sa se parte o resta.

Il M5S è in crescita vertiginosa. È un incubo, una certezza. Come, l’altra  cosa certa,  Monti, il resto per ora non funziona. Il disagio diffuso nel paese ha generato il rifiuto, la ribellione e visto che all’orizzonte non si vedevano proposte concrete, i cittadini, si sono rivolti a chi qualcosa da offrire ce l’aveva.  Dietro all’ampio consenso ricevuto dalle urne si nasconde, infatti, una grande fiducia nel progetto del M5S. Con l’elezione a sindaco di un loro candidato, ora i grillini sono attesi alla verifica sul campo. Dalle parole si passa ai fatti. In effetti Grillo non ha mai smesso di tuonare, sparandole grosse e ha già iniziato la marcia su Roma, dove si sono già attivati per accoglierlo e fargli capire che non avrà vita facile.

Il velocissimo emendamento, votato altrettanto velocemente, alla Camera priverebbe il Movimento 5 Stelle dei finanziamenti pubblici, del resto sempre negati da Grillo, ma, il colpo basso è nella  modifica al testo concordato da Pdl, Pd e Terzo polo sui contributi elettorali ai partiti politici presentato da due deputati dell’Udc e approvato dall’aula di Montecitorio. Stabilisce che per poter accedere ai rimborsi elettorali previsti dal provvedimento, ogni partito debba avere uno statuto. Insomma, senza Statuto, niente rimborsi. Il che significa che il Movimento 5 Stelle, ove mai un giorno decidesse di accedere al rimborso elettorale che oggi rifiuta, dovrebbe dotarsi di uno Statuto vero e proprio.  Una norma di sbarramento contro i grillini se mai si volessero trasformare in partito.

In conclusione alla legge sui finanziamenti pubblici,  ampiamente rifiutata dagli italiani con il referendum e trasformata abilmente in rimborso elettorale, che vanno a tutti , ora, si aggiunge la ciliegina, della norma ad-grillum e questo non fa altro che mettere in evidenza l’agonia in cui versano i “vecchi” partiti, nessuno escluso. Insomma la parola d’ordine, che li vede accomunati, è “fermare l’uragano Grillo”! Luomo nuovo nello scenario politico italiano. Un uragano capace, forse, di mandare in soffitta la Seconda Repubblica con i suoi vecchi e imbalsamati protagonisti.

Staremo a vedere cos’altro escogiteranno per arrestare il nuovo che avanza.