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by Loretta Dalola


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La festa della terra


giornata-della-terraIo ci tengo. In occasione della giornata mondiale della terra, La7 mette in onda un programma che racconta attraverso emozioni, immagini, musica e storie, l’ambiente e il suo prezioso valore, Camila Raznovich e Pierluigi Sassi, il presidente di “Earth Day Italy “fanno da filo conduttore.

In 192 paesi del mondo, il 22 aprile, un miliardo di persone hanno festeggiato la 44esima giornata della Terra, quest’anno dedicata alla città verdi.  Un’occasione per riflettere sulla gestione sostenibile delle risorse a nostra disposizione ed educare noi stessi al rispetto dell’eco sistema in cui viviamo.  Un intento che si tramuta in energia, incanalata per  produrre un cambiamento di clima, ma non atmosferico, bensì sociale e culturale. Nel mondo siamo 7 miliardi e le nostre azioni determinano cambiamenti. Tutti dobbiamo cambiare, dalle imprese che devono adottare economie green, ai mezzi di comunicazione, che devono sensibilizzare le masse al cambiamenti per tutelare la terra, il nostro unico pianeta e anche noi stessi che dobbiamo cambiare abitudini per vivere in questo habitat, chiamato, terra.

Tantissime le iniziative – dice Pierluigi Sassimaratone, concerti e una mostra fotografica al Maxxi di Roma per  raccontare l’impegno di persone per tutelare e proteggere il nostro pianeta”.earthday

La mostra presenta le opere di 23 maestri della fotografia italiana che raccontano “gli Eroi della Terra”, ovvero i pionieri del cambiamento in armonia con l’ambiente, modelli di ispirazione per lanciare nel Giorno della Terra una chiamata alla partecipazione collettiva.

Arisa è tra i protagonisti dei festeggiamenti, insieme ai tanti eventi, più o meno piccoli organizzati in giro per lo Stivale.  La cantante sul palco dell’Arcimboldi fa da colonna sonora e testimonial dell’iniziativa. Seguendo l’esempio di Fiorella Mannoia e Khaled, protagonisti dello scorso concerto.

Il mio rapporto con la natura è imporatante, sono cresciuta in un posto che è solamente natura e attraverso di essa ho imparato come comportarmi nel mondo, cioè se pianti qualcosa prima o poi crescerà. Sono attenta all’alimentazione e preferisco mangiare cibi di cui sono sicura della provenienza. Sono figlia di genitori che coltivano quello che mangiano. Mi piace mangiare quello che è buono, cioè coltivato in maniera semplice”.

860milioni di persone sul nostro pianeta sono denutrite e per ogni persone denutrita ce ne sono due obese, e un terzo della produzione mondiale di cibo finisce nella spazzatura. Occorre mettere in atto un sano equilibrio.

Per il WWF, lo sfruttamento eccessivo del pianeta ci sta portando a superare i suoi limiti. Le montagne hanno un’importanza globale e coprono il 25% della superficie terrestre e il 60% dell’acqua potabile, dolce, viene dalle zone di montagna. Anche per la biodiversità le montagne sono fondamentali, il 25% della biodiversità terrestre si trova in zone montouse e il 5% dei cibi più importanti hanno origini montane: patate, riso, caffè, mele.

 Dal punto di vista politico l63c74553333de29451f0275b5ed202cb_giornata_della_terraa situazione è ferma ormai da diversi anni, visto che un secondo atto del protocollo di Kyoto è stato abbandonato sul nascere perchè boicottato da Cina e India. La nuova autocritica deve necessariamente coinvolgere tutto il mondo dell’ambientalismo. Il cambiamento climatico è una realtà che incombe sul nostro pianeta. Già ora la perdita di biodiversità e i cambiamenti climatici hanno superato i limiti e gli effetti stanno avendo conseguenze negative sull’umanità, causa stressa del problema.

L’unica speranza per riuscire a contrastare questo fenomeno devastante è un coinvolgimento per un cambiamento sociale. Una spinta dal basso che può modificare il sistema, Con le nostre scelte d’acquisto, con il comportamento nel consumo. Bisogna proporre delle contromisure con l’intento di modificare alla radice la concezione dell’economia. Avere consapevolezza e responsabilità sociale sono due leve strategiche anche per le aziende che intendono sviluppare un modello di business a lunga durata in grado di generare valore per se stessa e per la collettività. Bisogna assegnare un valore al capitale naturale per disincentivare il disprezzamento.

Adottare comportamenti ecosostenibili da attuare nella vita di tutti i giorni. Partendo dai piccoli gesti quotidiani.

Ecco il decalogo antispreco, 10 suggerimenti per dare un taglio netto alla produzione dei rifiuti:

  • Al supermercato, prediligere i prodotti sfusi e alla spina.
  • Imparare a cucinare anche con gli avanzi dei cibi.
  • Per conservare gli alimenti, usare i contenitori di vetro e no di alluminio.
  • Fare la raccolta differenziata.
  • In ufficio utilizzare Internet per inviare e ricevere documenti e limitare il più possibile il ricorso a prodotti usa e getta.
  • Regalare gli indumenti e i giocattoli non più graditi o buttarli nei cassonetti gialli.
  • Prima di gettare via un computer o un telefonino, valutare una possibile riparazione.
  • Smaltire in modo adeguato le apparecchiature elettriche.
  • Utilizzare buste di carta, cartone, iuta, biodegradabili o comunque riutilizzabili.
  • Non bruciare rifiuti.

terra-madre-dayPiccoli gesti quotidiani e una grande festa per sensibilizzare e raggiungere tutti, e produrre il cambiamento. Siamo 7 miliardi di persone le cui scelte di voto, acquisto e di consumo possono generare più cambiamento di quanto si immagini. E allora, rimbocchiamoci le maniche e  difendiamo l’ambiente che non è solo giusto ma, rappresenta anche una straordinaria opportunità per affrontatre la crisi economica e guardare al futuro.

 

 

 

 

 

 


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Scegliere come morire


showposterÈ l’Associazione Luca Coscioni a riaprire il delicato dibattito sul fine vita e sulle possibilità di scelta di come porre fine alla propria esistenza, ce lo racconta Tg La7 cronache.

C’è un dibattito prudente che divide da sempre l’opinione pubblica, sull’eutanasia  e sulla libertà dell’essere umano di avere il controllo sulla propria vita,  decidendo il confine dopo il quale una vita non vale la pena di essere vissuta. È  tra i più delicati e spinosi della nostra contemporaneità e  ha spaccato in due tracciando una linea tra Paesi che ne hanno riconosciuto la validità e Paesi che hanno continuato a bandirla come omicidio. A Roma si sono incontrati i parenti deeuthanasia-770x550i personaggi del mondo dello spettacolo che hanno scelto come  morire, li ha invitati l’Associazione Luca Coscione che da sempre si batte perchè il Parlamento appronti una legge.

La chiamano “morte all’italiana”. Su 30.000 decessi in terapia intensiva negli ospedali iatliani, il 62% avviene grazie alla comprensione dei medici che aiutano il paziente terminale a morire. Nessuna iniezione letale, semplicemente uno stop a terapie ormai inutili, che non ha nulla a che vedere con l’eutanasia. In ambinete medico viene chiamata “desistenza terapeutica”. I dati si riferiscono al 2007, nessuno li aggiorna perchè l’argomento è difficile da affrontare.  Sia Piergiorgio Welby sia Paolo Ravasin, hanno dovuto combattere anche loro come leoni per vedersi riconosciuto per legge il diritto ad avere un’ assistenza e una morte dignitosa, come accade nei paesi civili. Non l’hanno ottenuto.

Ogni anno i Italia si verificano 1000 suicidi e oltre 1000 tentati suicidi. ( fonte Istat)

Ci sono morti clandestini negli ospedaliMauro Cappato tesoriere associazione Luca Coscioni – nella disperazione domestica, suicidi, eutanasia dell’esilio di chi va all’estero, contro tutto questo, riteniamo sia preferibile la forza della legge  e del diritto, unico strumento per affermare la libertà individuale”.

eutanasia-australiaUna scelta non solo per le persone in fin di vita a causa di gravissime patologie ma anche per chi, anziano e malato, sente di non poter vivere con dignità. Carlo Troilo, Associazione Luca Coscione:”È il 10° anniversario del suicidio di mio fratello, Michele, che era un signore di 71anni, scapolo, malato terminale di leucemia. In realtà non si è suicidato perchè terminale, si è suicidato perchè ha avuto un episodio di incontinenza. Ha sentito di andare incontro a una serie di azioni che per lui, che era una persona molto riservata, schiva, elegante, era intollerabile e ha preferito farla finita”.

Per richiamare l’attenzione distratta dei mezzi di comunicazione e dell’opinione pubblica sulla inadempienza e l’opportunismo di chi ci governava e governa, l’Associazione Luca Coscioni e comitato promotore Eutanasia Legale, che a settembre ha presentato una raccolta firme ( 70.000) per una legge ad hoc ha promosso anche la conferenza stampa e proprio durante il suo svolgersi, arriva inaspettata la solidarietà del Capo dello Stato: “Il Parlamento non dovrebbe ignorare il problema delle scelte di fine vita e eludere un sereno e approfondito confronto di idee sulle condizioni estreme di migliaia di malati terminali in Italia”… “Richiamerò l’attenzione del Parlamento su l’esigenza di non ignorare il problema delle scelte di fine vita”. Lo scrive il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.image_resize

Il 60% dell’opinione pubblica, secondo l’Associazione si dice favorevole all’eutanasia,  è la politica che non è pronta, dicono i sostenitori della legge. Chiedono il giusto, una legge che garantisca il distacco dal respiratore qualora il malato (non solo lui) non fosse più in grado di sopportare la vita. “Vorrei veramente una legge, – dice la vedova Welbia tutto tondo, dove i cittadini possano scegliere per se stessi, se interrompere le terapie e passare alle cure paliative, dove il medico accompagna la persona a una morte dolce”.

imagesChiara Rapaccini, vedova di Mario Monicelli: ” Noi siamo sempre indietro, nei paesi più avanzati è successo. Nel mio caso sono qui, per motivi personali, politici, per appoggiare questa legge”.  A sostenere l’iniziativa ci sono anche loro i familiari di Mario Monicelli e Carlo Lizzani. Due grandi registi che a un certo punto hanno deciso di porre fine alla loro vita. Una scelta diffcile e purtroppo violenta perchè, dicono alla conferenza, in Italia, non c’è una legge.


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12 idee per la crescita


123Rai Educational, presenta 12 Idee per la crescita, un programma in onda la domenica alle ore 13.00 su Rai3.

A 12 idee per la crescita, Rai Educational incontra i protagonisti dell’economia e dell’imprenditoria italiana per capire insieme a loro i motivi di una paralisi della quale l’Italia sembra essere rimasta vittima e perché, anche difronte alle “idee” che ci consentirebbero con forza di risalire la china, spesso non corrisponde una altrettanto chiara e concreta azione indispensabile per ripartire.

Se ci troviamo questo straordinario panorama architettonico, invidiato da tutto il mondo, dobbiamo domandarci il perchè e come è nata questa virtù ambientale. È nata perchè dei committenti illuminati hanno capito che il loro potcabelere si sarebbe fortemente avvantaggiato dal fatto di rappresentarsi in maniera importante attraverso l’architettura. L’Italia  che ha vissuto negli ultimi decenni un contrasto politico e di potere dovuto ad una diversa visione di campo, oggi, vede  in  zone immerse nel verde alcune tra le più belle architetture industriali del terzo millenio.

Luca Zevi, architetto e urbanista:”c’è un fenomeno nuovo, che si è manifestato negli ultimi anni, le imprese leader del MadeinItaly, cioè imprese che hanno lanciato la sfida ai mercati internazionali, hanno avuto la necessità di rappresentarsi attraverso l’architettura”.

Aldo Cibic, fondatore Cibic work shop, ” È interessante vedere gli imprenditori che credendo nel loro lavoro e nell’investimento che richiede il lavoro, prestano molta attenzione allo spazio in cui le persone vivono parte della loro vita. Quando c’è un grande amore per la qualità che si produce, questa qualità è declinata non solo nel prodotto, ma nel luogo in cui si vive e si lavora”.

cucinellaPer riconoscere il territorio italiano attraverso i suoi modellatori per eccellenza: il lavoro e la fabbrica, dobbiamo ricondurci all’Italia delle Cento Città, l’Italia delle 3C ( capannoni, campanili e comunità). L’Italia dei distretti industriali  che  sta cambiando pelle, adattandosi alle nuove esigenze.  Tenuto conto anche dell’elevata mole di investimenti necessaria per competere sul mercato, quest’Italia si è raccontata e bene alla “13° Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia 2012” al punto che l’eccellenza dell’architettura italiana industriale è sbarcata ad Abu Dhabi con alcune centinaia di imprenditori italiani.

Luca  Zevi:Nel 2013 il padiglione italiano è stato chiamato a rappresentare il lavoro italiano e non solo attraverso i prodotti ma attraverso la qualità degli ambienti. Mi sembra un buon segno”.

Definita “olivettiana” in quanto a dimensioni e produzione, la tipologia dell’architettura italiana degli ultimi quindici anni destinata al settore industriale, si inserisce perfettamente nell’ambiente circostante, decentrando le grandi fabbriche rispetto al centro città, senza trascurare l’ambiente circostante e la vivibilità degli spazi interni. Un’idea coraggiosa che fa delle fabbriche del MadeinItaly, il cuore di un progetto dell’estetica indusKilometrorosso-1triale delle Cento Città del capitalismo del territorio. Un’evoluzione che lascia sperare in una nuova stagione dell’Italia delle Cento Città che, riprendendo la profezia di Adriano Olivetti, conduca a una ripresa economica caratterizzata dalla profonda riqualificazione di un territorio straordinario, che il liberismo dominante negli ultimi decenni ha inutilmente maltrattato.

Tra le architetture mostrate in occasione della mostra anche la nuova sede di Salewa progettata da Cino Zucchi, uno dei simboli del green building di Bolzano; o ancora l’architettura sostenibile progetta da Mario Cucinella per iGuzzini; lo stabilimento ad alta efficienza Ferrari di Maranello, al quale ha contribuito  Renzo Piano.  Jean Nouvel e il suo chilometro rosso dell’azienda leader di impianti frenanati, presso Bergamo, la Brembo.  La sede di Cabel Industry, firmata  Massimo Mariani Studio, la Italcementi, quinto produttore del cemento a livello mondiale  e molti altri progetti d’eccellenza.

02_Galleria_del_Vento_Renzo-Piano_loAllora se tutti ci aspettano a braccia aperte. Tutti vogliono mangiare italiano, vestire italiano. Siamo a tutti simpatici. Adorano il nostro patrimonio artistico. A quest’Italia che si affaccia nel terzo millenio  mancano le idee o la fase evidente di stallo politico ci impedisce di fare ciò che serve al paese affinché torni ad occupare un posto di primo piano nello scenario economico mondiale?


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Mi fido di te


PaneQuotidianoLa trasmissione che adotta questo titolo di puntata è Pane quotidiano, in onda su Rai3. L’ospite chiamato a dibattere il titolo è Don Gino Rigoldi, autore tra l’altro del libro “Ricostruire la speranza”.

Per raccontare don Virginio (Gino) Rigoldi non servono tanti giri di parole, basta guardare i fatti. 42 anni come cappellano del carcere minorile Cesare Beccaria di Milano, un’associazione “Bambini in Romani” rivolta all’aiuto dei minori a rischio di abbandono, membro della Commissione centrale di beneficenza della Fondazione Cariplo. Fatti che raccontano di una vita dedicata agli ultimi, agli emarginati, ai più bisognosi, insomma la vita di un uomo di Dio.

Abitavo dentro al carcere e cominciavo al mattino fino a sera tardi, dopo 15 anni ho preferito star fuori ma, mi sono portato il lavoro a casa”… Circa dodici ragazzi vivono con lui, in affido a rotazione. Scontano così la loro pena, in un contesto più domestico, diventando parte attiva della famigldownloadia che Don Gino ha creato insieme ai tre figli adottati che lo hanno reso pure nonno. Un modo decisamente rivoluzionario di vivere lo spirito cattolico. Un prete che non ha timore di combattere contro le troppe ricchezze ecclesiastiche, “le mitre ingioiellate, i macchinoni, le scarpette rosse, tanta ricchezza esibita mi ha sempre imbarazzato. L’insegnamento del Vangelo è un bel po’ lontano. Ora con papa Francesco le cose vanno molto meglio però. I professori della Chiesa non sono fatti per governare, hanno grandi idee, grandi filosofie, parlano bene, ma sul bene e sul male sono inadatti a qualsiasi decisone. Bergoglio sta riuscendo a fare quello che Ratzinger non ha fatto.”

Prete in prima linea con esperienze concrete che hanno plasmato il suo modo di affrontare la vita. “Ho un sogno, che la prima materia insegnata nelle scuole sia la relazione, il come si sta insieme, l’abitidine  a guardarsi e a riconoscersi, gli altri non sono nemici, sono alleati per una vita più bella. La scuola è il  posto migliore per aiutare i giovani  a crescere. Ricominciamo  a dimostrare amore per le nuove generazioni, fiducia nelle loro capacità e possibilità. Perché dare valore all’altro e costruire relazioni non è un gesto isolato, è un processo continuo che si deve percorrere con determinazione e volontà.  È grazie alla speranza che molte persone hanno potuto cambiare vita, anche attraverso percorsi tortuosi. Il mio lavoro è costruirdownload (1)e speranza”.

Cambiare è possibile, è il suo messaggio. La cultura della diffidenza è stata costruita attorno a noi ma è giunto il momento di ritrovare un po’ dello spririto caritatevole dello stare assieme. Sconfiggere la solitudine della nostra società  che non lascia spazio ai nostri quesiti, non permette di porci una domanda di senso. E’ una società basata sul consumo che annega il desiderio dell’uomo, soffoca la sua sete di infinito. La società più violenta che ci sia, che ci lascia soli, e soli ci si inaridisce.  E in un’epoca che vede in crisi le fondamenta della nostra comunità, la famiglia e la scuola non sono più capaci di educare ma solo di istruire.
Tanti giovani perdono la strada, smarriti nella  società liquida dell’amore di plastica, chimica chimera che attiva solo ormoni e dopamina, disprezzati da una società dove il lavoro spesso è  interinale o subordinato, usa e getta, navigato, soddisfatto e mai rimborsato.  Ma anche per questo stato di cose Don Gino ha la sua massima: ” Si comincia da uno per arrivare a dieci, è un ‘ingiustizia che fortifica e si viene a patti con la realtà”.

60webcg7E allora, Uomo moderno ritrova la purità dell’affetto e la semplicità dell’intenzione. Desidera, metti le tue passioni in movimento. Guarda la bellezza delle montagne, soffermati di fronte a un quadro di Raffaello, trova il coraggio di baciare la ragazza che ti piace. Vivi e dai vita alle tue passioni o avrai fatto solo finta di vivere.


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A Tg La7 cronache: Le scuole arcobaleno


showposterEra diventata la scuola simbolo dell’integrazione impossibile a Milano, l’Istituto di via Paravia torna a far parlare di sé con un progetto educativo multietnico, che funziona. Le telecamere di TgLa7 cronache sono andate al suo interno per approfondire la situazione. Gli studenti italiani stanno tornando sui banchi di scuola, gli ultimi saranno quelli pugliesi che riprenderanno l’attività scolastica il 17 settembre prossimo. Il suono della campanella del primo giorno alle elementari in via Paravia a Milano è già suonato. Istituto di frontiera, su 99 bambini, 80 sono stranieri, almeno 7 diverse nazionalità e lingue.

Anni fa c’era chi voleva chiuderla perchè il numero di italiani troppo basso. L’allora ministro dell’istruzione, Maria Grazia Gelmini, aveva messo il tetto del 30% per le presenze straniere. I genitori venivano dirottati verso altre strutture scolastiche. Nel 2011/2012 non aprì la classe prima,  perché non erano rispettate le percentuali di legge sulla presenza di un numero massimo di figli di immigrati in rapporto a figli di italiani.

Un’altra era. Nel 2012/2013, la riapertura.

integrazioneQuest’anno si sono formate due prime, 40 alunni di cui 30 stranieri che, con lo zaino in spalla hanno varcato il cancello di via Paravia, per andare a dividere il banco con compagni che non hanno mai visto prima. Il provveditore, ha affidato la scuola più multietnica della città, a un dirigente scolastico che fa dell’integrazione, il suo cavallo di battaglia: “sono nati in Italia – afferma Giovanni Del Bene, dirigente scolastico Istituto Cadorna – conoscono benissimo l’italiano, non hanno nessun problema, il discorso delle difficoltà di apprendimento e della didattica italiana nelle classi, non è assolutamente da prendere in considerazione” . Psicologo, iscritto all’albo, da 8 anni gestisce la scuola di via Dolci a Milano, cui gli stranieri sono il 30/35%. I progetti multiculturali hanno coinvolto l’Università Bicocca fondazione Cariplo e Associazioni di genitori e quest’anno si sono raccolti 250.000 euro di finanziamenti per l’integrazione europea.

“Io sono tra i genitori che sono convinti che sia una ricchezza e un’opportunità per i nostri figli, tra l’altro la maggioranza di bambini sono italofoni” dice una mamma, che,  abbandonati pregiudizi e stereotipi, ha saputo cogliere al meglio le tematiche della socialità. L’integrazione funziona anche tra le famiglie e se è un po’ difficile parlarsi alle riunioni di classe o lasciarsi andare nei corridoi, allora si creano occasioni per scambi più informali. ” Abbiamo portato i mercati all’interno del cortile della scuola – prosegue il direttore scolastico Del Bene – mercati a km0 della Coldiretti, in modo che davanti alle bancarelle, le mamme facendo la spesa si parlino. Abbiamo fatto dei corsi di cucina con dei premi per il piatto migliore e la regola era che i piatti lavorati dovevano essere di diversi paesi del mondo. Abbiamo anche aperto la scuola alle mamme che vengono a imparare l’italiano”.

Prodotti tipicfl9_125ai della campagna direttamente nel cortile della scuola, per avvicinare fin da subito i più piccoli al cibo genuino  ma anche, per favorire genitori e insegnanti che potranno così facilmente acquistare prodotti freschi direttamente da chi li coltiva o li lavora, tra una lezione e l’altra o mentre aspettano i bambini all’uscita. E il mercato non è che una componente di questo progetto sperimentale: ogni mese, per le classi vengono organizzati dei laboratori didattici in cui i produttori spiegano agli alunni l’importanza di un’alimentazione buona per sé e per il pianeta, basata sulla stagionalità e la filiera corta.

E così a cadenza settimanale, ogni venerdì dalle otto e mezza del mattino fino all’ora di pranzo si potrà fare quindi una spesa di tipo diverso senza dover impiegare tempo extra, tra un’attività e la successiva e capiterà di trovare la mamma in Jilbab che chiacchiera con un papà ingeniere, in giacca e cravatta che sta per andare in ufficio.  Scene che possono rassicurare chi inizia l’anno scolastico intimorito dai numeri.

In Veneto quest’anno i bambini indicati come stranieri iscritti alle scuole statali sono quasi 80.000 ma, oltre il 40% di loro è nato in Italia. In una società democratica e civile l’inserimento del diverso nella scuola e nella società è un diritto e un dovere. La diversità è una realtà nella nostra società ormai abbastanza diffusa, non sempre accettata ma molto complessa come fenomeno. Sembra strano che in una società che tende alla globalizzazione e all’intercultura ci siano ancora fenomeni di discriminazione e  di giudizio del diverso. Temi centrali per insegnanti, educatori, genitori, studiosi e per chiunque creda che una delle sfide più importanti della società contemporanea sia la questione della convivenza tra culture.lhub-scuola-multiculturale-620x360

J.J Rousseau : “L’uomo ha bisogno dello sguardo altrui”; cioè il diverso è necessario alla completezza dell’umanità stessa.


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La visione di Emergency a In Onda


In_Onda_-_LA7“Soffiano venti di guerra, si parla di un attacco ma sembra che l’opinione pubblica di tutto il mondo sia in letargo, come se pensasse che non è vero. Come se pensasse che si tratti di una guerra finta”…Così inizia l’intervista a Cecilia Strada  ospite di Luca Telese nel suo programma InOnda su La7.

 È Cecilia Strada, presidentessa di Emergency, figlia del medico chirurgo che nel 1994 fondò la Ong, che racconta che siamo circondati da guerre. “Siamo in letargo non solo al possibile, imminente attacco alla Siria, ma anche rispetto all’Afghanistan dove l’Italia è in guerra dal 2001. Viviamo in  un paese in  guerra ma, non ce lo ricordiamo mai. In Iraq per esempio ci sono decine di morti al giorno”.

gino_cecilia_stradaI chirurghi di Emergency conoscono da vicino gli effetti devastanti delle mine antiuomo perché ne curano le vittime.”In Afghanistan lavoriamo tanto, nei primi sei mesi del 2013 abbiamo avuto un aumento del 53% dei feriti rispetto all’anno precedente e il 70% in più rispetto a due anni fa” . Dunque la “missione di pace” italiana fa si che ci siano sempre più feriti di guerra. ” Abbiamo speso quattro miliardi, almeno ufficialmente, per ottenere che negli ospedali si registri un aumento di feriti. Difficile spiegarlo agli italiani, come fai a spiegare che in guerra muoiono i bambini e che la Nato ha commesso crimini di guerra, meglio fingere di la guerra sia finta”.

Occhi grandi e spalancati sul mondo, voce ferma e sicura. Ha ereditato dal padre la grinta e la tempra. Stessi ideali, stessi sogni, che devono scontarsi ogni giorno con la tristre realtà. ” Le conseguenze della guerra possono durare per sempre, le mine non finiscono mai. Noi curiamo bambini, che saltano, oggi, su mine sovietiche, bambini che sono nati dopo che i sovietici erano già andati via dal paese. Continuiamo a ridare braccia e gambe ai mutilati della guerra dell’Iraq. Persone che saltano ancora sulle mine italiane. Persone che hanno poi bisogno di fare e rifare le loro protesi, man mano che crescono, perchè si devono adattare al corpo che cresce. Quella delle mine è una guerra che non finisce mai”.

IRAQI BOY WOUNDED IN AIRSTRIKE LIES IN A HOSPITAL IN BAGHDADCecilia è chiaramente dalla parte dei bombardati. Gli anni trascorsi da volontaria nell’associazione umanitaria fondata dal papà la fanno schierare apertamente contro la logica della guerra. ” Le mine, servono non solo a mutilare ma a rendere l’individuo un peso per sempre per la comunità, perchè non potrà mai lavorare”.

Ma ci sono anche armi che non si vedono, le bombe intelligenti che la tecnologia ha creato, ordigni che non fanno danni ma, colpiscono solo i cattivi: “Non esistono bombardamenti mirati o bombe intelligenti, nelle guerre moderne il 90% delle vittime sono civili, se sono mirate, vuol dire che i civili sono il bersaglio e non l’effetto collaterale. Tutte le volte che sento un politico o un generale parlare di effetti collaterali, vorrei fargli un invito e sono disposta a pagargli il biglietto del viaggio, per venire a vedere uno dei nostri ospedali. Nessuno di quelli che votano o finanziano missioni di pace è mai venuto a vedere un ospedale in Afghanistan. Perchè quando uno vede in faccia un effetto collaterale, lo annusi, perchè la guerra è anche questo, l’odore della gente che brucia, allora è più difficile parlare di bombardamenti mirati e bombe intelligenti”.

Ma come si garantisce la pace? “Credo che la pratica dei diritti sia la cosa più giusta, più efficace e più economica per chi vuole portare davvero in giro per il mondo la democrazia e costruire la pace. Bene: facciamolo costruendo i diritti umani e non con le bombe. Perché costruire i diritti – e parlo evidentemente di costruire ospedali, scuole, creare situazioni per far lavorare la gente – costa infinitamente meno di una guerra”.

mine27Cecilia ha la determinazione di chi con quegli occhi ha visto la miseria, la devastazione e la disperazione delle guerre, e la voce sicura di chi ha compreso che un mondo migliore è possibile. Non è una lezione di morale ma di speranza che Cecilia persegue, vorrebbe provare a eliminare il commercio di armi. “Smettere di produrre armi e la partica dei diritti umani è quello che può portare la pace, perchè non provarci, visto che le guerre non hanno mai portato a durature democrazie, proviamo a fare altrimenti”.

Il rispetto dei diritti umani dovrebbe essere una regola per tutti i governi del mondo ed è quello più difficile da ottenere. ” Quello che vorrei vedere è che si ricominci con forza a fare un percorso diplomatico, perchè sotto, sotto, chiunque vinca la guerra, chi farà la fame son sempre gli stessi, il popolo”.

Non c’è vittoria che valga il sangue che è costata. Dwight Eisenhower


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Facciamo musica con Stefano Bollani


5389433-coverLa puntata registrata l’11/03/2013 e ritrasmessa ora, per il piacere dei telespettatori di Le Storie – Diario italiano in onda su Rai3 ha come ospite Stefano Bollani.  “Arrivato alla mia età – esordisce Corrado Augias – cerco di mantenere una vita decorosa, non ho particolari desideri, non provo invidia, salvo una, lei. Glielo devo dire, l’unica persona che invidio è lei, perché fa con maestria e la naturalezza che sappiamo, quello che io, ho invano cercato, faticosamente di acquisire”.

Puntata che parla di musica come il titolo del libro scritto da Stefano Bollani, “Parliamo di musica” , e che vuole spiegare il bello della musica. Con parole semplici, con il suo spirito libero, sfatando insidiosi luoghi comuni e svelando i segreti di un laboratorio fantastico, quello dell’improvvisatore. Un libro che fa cambiare atteggiamneto ver51RangeX2iL._SY445_so la musica, un approccio tranquillo che invita a trasgredire le regole musicali, perché convenzioni.

“Le note dipendono tutte da come vengono usate. L’idea che per capire la musica si debba per forza possedere un certo bagaglio culturale,  spesso è una scusa per pigri, o una medaglia acquisita sul campo per chi crede di essere fra quelli che la “capiscono”. Avere gli strumenti per godere della musica non significa conoscere né l’armonia né l’epoca in cui è stata scritta né il retroterra culturale del compositore, ma riconoscere qualcosa che abbiamo dentro e che risuona.”

Un libro che parla di musica comunque e da qualunque punto di vista. ” A me piacciono le voci maleducate, non educate, però personali  e alla fine mi piacciono di più del bravo cantante.

Bollani  è un vorace ascoltatore, dai Beatles a Frank Zappa, da Elio e le Storie Tese a Giacomo Puccini, da Bill Evans alla bossanova di Antonio Carlos Jobim.

Bollani è  un pianista che ci guida nella comprensione dei suoni e delle loro diverse chiavi di lettura, fino a farci scoprire che si tratta di un percorso dentro le nostre stesse percezioni nascoste. È un pianista che critica Beethoven perché anche lui viene venduto. “Io voglio dire, attenzione a non distinguere le cose artistiche da quelle fatte per essere vendute, perché, oggi, viviamo in un mondo dove le cose artistiche vengono vendute a caro prezzo, vedi l’arte contemporanea ma, a volte, le cose fatte per vendere sono di alto artigianato. Voglio dire che spesso si possono confondere. I musicisti fanno musica anche per campare e non c’è nulla di male a vendere la propria musica”.

Musica alta e bassa, un mito da sfatare, perchè ormai camminano insieme.

Bollani è essenzialmente un pianista jazz che non rifugge altra musica, spazia in un repertorio ampio purchè passionale. “Si può cantare con un’intonazione approssimativa anche senza aver studiato canto e le tecniche della respirazione così come suonare, come facevano gli uomini primitivi, cantavano e suonavano, dopo noi abbiamo organizzato tutto. Molti esperti di musica continuano a mantenere in  un recinto per pochi la musica. L’unico loro interesse è quello di sentirsi più bravi, e questo vale per tutte le branche della cultura, nel senso che l’interesse per chi scrive un libro e vuole sentirsi un grande scrittore è quello di sentirsi dire che è diverso da Federico Moccia. Essere un musicista è lo stesso. In realtà basterebbe scendere i campo e dimostrarlo. Essere diversi non comporta chiudersi in un palazzo e dire sono bravo”.

Bollani piano piano, prova a smontare una serie di luoghi comuni, che invece di avvicinare la gente alla musica finiscono per allontanarla. Anche perché per Bollani i generi musicali sono nati eslusivamente per poter parlare di musica ma spesso finiscono per creare barriere che spaventano l’ascoltatore. Questa visione della musica limita le nostre possibilità di ascolto. Lasciamo che aumenti il nostroth_im_1320857467-stefano_bollani modo di percepire la musica, così permettendoci di oltrepassare i confini dettati dal nostro orecchio occidentale per entrare in contatto con altri suoni, altri ritmi in una esplorazione nuova.

Forse la vera lezione che ci vuole trasmettere Bollani è che di musica non si dovrebbe parlare, parlandone ce ne allontaniamo. La musica va suonata,  va ascoltata e basta.